R E C E N S I O N E
Recensione di Andrea Notarangelo
Rodolfo Santandrea è un tesoro nascosto. Vi ricordate quelle storie che ci raccontavano da bambini? Sì, proprio quelle dove tra intrecci di amicizia, primi amori e avventura ecco alla fine sbucare il tesoro, il premio. Santandrea è questo e qualcosa in più. Quando infatti pensi che il cantautorato italiano ha detto tutto, quando pensi di aver tracciato tutte le coordinate della tua mappa musicale, eccolo sbucare fuori da un’isola nascosta. O meglio, una terra che c’è sempre stata ma alla quale non hai mai fatto caso fino al giorno in cui la riscopri e te ne innamori. Dov’è la Nuova Zelanda? Al confine del mondo, almeno per noi Italiani. Ecco, Santandrea è la Nuova Zelanda. Questa è la descrizione più sincera che posso dare alla proposta di questo musicista con la “M” maiuscola. Autore di quattro album essenziali registrati tra gli anni ’80 e ’90, Rodolfo torna alla memoria per La Fenice, il suo brano perfetto che venne presentato nell’edizione di Sanremo del 1984 vincendo il premio della critica. Attenzione, non premi dei televoti, o dei signori e le signore inghirlandati tra il pubblico dell’Ariston. Il premio della critica, quello che in genere viene forse un po’ troppo spregiatamente chiamato premio di consolazione ma che col tempo è diventato sinonimo di qualità perché dato quando non si poteva far vincere qualcuno.

E ora veniamo a qualche informazione su Un Sentito Omaggio a Rodolfo Santandrea. Questa compilation si apre proprio con una rilettura de La Fenice, ad opera di Riccardo Lolli. Il brano resta fedele all’originale, ma viene qui aggiunto un certo pathos che dona una nuova veste al pezzo senza snaturarlo. “La Fenice rinasce, dalle ceneri cresce ogni volta / puoi distruggerla come vuoi, ma ti rinasce da dentro“, recita il pezzo di una positività incredibile e che, come molte delle altre sue opere merita una riscoperta. A seguire troviamo una versione de Le Aquile che spinge più sull’elettronica. Il canto di Manuel Pistacchio, dona un tratto asettico alla traccia molto interessante e la rende, in un certo sento, meno debitrice a Franco Battiato. Stefano Barotti ripropone Guance Bianche con poche modifiche ma del tutto vincenti. Nel brano viene infatti messo in primo piano il cantato che nell’originale si sentiva annegato nella strumentazione. La scelta originale fu quella di immergerlo e renderlo parte integrante della struttura, ma a mio parere è stato un peccato quello di sacrificare un testo di così ottima fattura. Qui invece il pezzo respira e la voce cristallina è accompagnata solo da qualche nota di piano e da una chitarra in sottofondo. Jet Set Roger, alias Roger Rossini, si occupa di Niente. La cover cerca di dare vita al pezzo ma credo che in questo caso il lavoro risulta riuscito a metà. Se la parte ritmica e l’arrangiamento vengono “svecchiati” (leggasi, suonano decisamente meno anni ’80), la voce manca di un certo pathos che rendeva unico il pezzo in origine e che forse, negli anni in cui uscì fece suonare subito la canzone come un classico. Non c’è invece confronto con l’originale di Amsterdam. Canzone particolare molto ritmata, quasi un ballabile che qui viene invece dilatata a dismisura da Davide Matrisciano e perde in immediatezza. La rilettura purtroppo fa suonare il pezzo datato più di quanto effettivamente lo sia. Sui Marmi di Carrara riproposta da Le Forbici di Manitù perde invece la sua carica new wave ma ne guadagna un rivestimento elettronico ipnotico. “Con le luci al neon della pubblicità, il marmo da bianco che bianco sarà, noi siamo la carie della civiltà“, canta Santandrea e cito questi pochi versi solo per comprendere a pieno il calibro dell’artista e che non ha nulla da invidiare a nomi più altisonanti della tradizione nostrana.

A seguire Marta, che nella riproposizione di Mapuche e Matteo Castellano, perde le invenzioni vocali dell’originale, sostituite da rumoristica di sottofondo. Su questa canzone sospendo il giudizio. Può piacere come non piacere, ma la cover ha osato e quando si cambia l’originale, quasi sempre si vince. Completa vittoria invece per i Maisie, che qui ripropongono una versione personalissima di Un’Arancia, con l’alternarsi nelle strofe della voce maschile e femminile e aggiungendo tra le due parti uno strumentale godibile. La versione di Un Delfino di Paolo Zangara asettica leva il pathos che Rodolfo sicuramente voleva far risaltare nel suo pezzo. Si tratta di una canzone comunque difficile da approcciare nella sua drammaticità e riserva uno dei versi più belli ed essenziali mai scritti. A una donna puoi chiedere se vuole trascorrere tutta la sua vita con te; oppure puoi chiederle se ti vuole sposare o ancora, se vuole condividere i suoi sogni. Qui Rodolfo Santandrea batte tutte le dichiarazioni possibili chiedendo “Cara vuoi mangiare un po’ del mio destino?” E qui non ci basterebbe una recensione per raccontare cosa c’è dietro a questa ‘sintesi ungarettiana’. Sui titoli di coda Ossi regala verve ad Alice, una traccia che forse meritava nell’originale una veste più rock e che, per chi scrive è uscita fuori dirompente in questa bellissima cover. NichelOdeon riprende nuovamente in chiusura La Fenice, in un gioco artistico fatto di rumori e orchestrali. L’effetto creato è spiazzante e dà un senso a questo sentito omaggio. Nasce, rinasce e dalle ceneri cresce ogni volta ed è così che il disco si chiude come si è aperto, con la stessa canzone che però non è la stessa e porta con sé una ventata di novità.
Rodolfo Santandrea era avanti ed è un peccato dirlo trent’anni dopo, ma chi lo ha omaggiato in questa compilazione lo ha capito e ha cercato un modo per farlo arrivare alle nuove generazioni. Bentornata Fenice.
Tracklist:
01. Riccardo Lolli – La Fenice
02. Manuel Pistacchio – Le aquile
03. Stefano Barotti – Guance bianche
04. Jet Set Roger – Niente
05. Davide Matrisciano – Amsterdam
06. Le forbici di Manitù – Sui marmi di Carrara
07. Mapuche e Matteo Castellano – Marta
08. Maisie – Un’arancia
09. Paolo Zangara – Un delfino
10. Ossi – Alice
11. NichelOdeon con Filippo Manini – Capriccio fenice





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