R E C E N S I O N E
Articolo di Laura Savoini
Ci sono molti modi per ascoltare un album musicale: in macchina mentre guidate verso l’ufficio in una grigia mattinata autunnale, a tutto volume in cucina mentre preparate l’ennesima ricetta che non uscirà come quella del tutorial che avete visto e rivisto su Youtube, seduti per terra con i vostri amici mentre condividete i vostri gusti musicali del momento, eppure io credo che per Il Testamento si debba fare un’eccezione: il modo migliore per apprezzare questo album penso sia in un momento in cui ci si trova soli con se stessi, con le proprie storie e i propri ricordi.
Sono passati dieci anni da quando Andrea Appino diede vita al suo primo progetto da solista, composto da quattordici tracce che intrecciano storie della sua vita personale, omaggi e dediche ad altri personaggi del panorama musicale, alternando generi che vanno dal rock alternativo al cantautorato, passando per il folk e un indie rock che ci fa ricordare che Appino nasce come voce, chitarra e penna del gruppo toscano The Zen Circus.

Il Testamento inizia con una fine: quella di Mario Monicelli, scomparso dopo essersi gettato da una finestra dell’ospedale dove era ricoverato per un cancro terminale.
Appino dedica al regista romano la prima traccia del suo album d’esordio e parte dalla decisione di Monicelli di porre fine alla sua vita per raccontarci la sua; parte da un evento complesso e struggente come il suicidio per raccontare i suoi mostri, condividerli ed esorcizzarli.
L’album si apre con un complesso di archi, che per il decennale ha visto tra i suoi membri: Carmelo Emanuele Patti e Franco Pratesi al violino, Margherita Farneschi alla viola, Francesco Chimenti al violoncello e Ferdinando Romano al contrabbasso, mentre Fabrizio Pagni sarà al pianoforte.
Gli archetti iniziano a produrre le prime note della canzone e dopo pochi istanti la voce di Appino dà il via al racconto.
“Il Testamento è stato un disco necessario: in quel particolare periodo della mia vita avevo bisogno di esorcizzare dei mostri che si sarebbero altrimenti impossessati di una parte della mia anima.”
Queste sono le parole di Appino e descrivono perfettamente le impressioni che l’album trasmette al suo primo ascolto.
Dopo il travolgente testo de Il Testamento, chi ascolta sta inconsapevolmente acquistando un biglietto per delle vere e proprie montagne russe di emozioni: i giri della morte, quei punti in cui la giostra fa salire l’adrenalina al massimo, corrispondono a brani come Schizofrenia, Specchio dell’anima e Solo gli stronzi muoiono, qui a regnare sovrano è un hardcore che dipinge una battaglia che gli uomini combattono da tempo immemore: quella con loro stessi.
I momenti di respiro invece, quelli in cui, mentre sei seduto sul punto più alto delle rotaie, il mondo si ferma e hai il tempo di guardarti intorno per lasciarti andare a tutti quei pensieri a cui durante le giornate non dai abbastanza spazio, sono racchiusi in testi come Fiume Padre, 1983, ultima traccia dell’album dal malinconico finale in cui domina uno strano senso a metà tra la rassegnazione e la costante tendenza a guardare verso il domani, e La Festa della Liberazione, menzione speciale per quest’ultimo brano, scritta in omaggio a Desolation Row di Bob Dylan, in entrambi i casi due canzoni che chiunque dovrebbe ascoltare almeno una volta nella vita.
Arriva infine il momento in cui ci si ritrova a dover scendere dalle montagne russe, abbandonare le luci del luna park e riprendere contatto con la vita di sempre, ed è in questo momento che partono i primi accordi di Godi (adesso che puoi), omaggio all’opera del compianto e geniale Lucio Dalla.
Sono passati dieci anni dalla pubblicazione de “Il Testamento”, Appino l’ha scritto per liberarsi dei suoi demoni e non si è reso conto che nel farlo ha dato voce a quei turbamenti che fanno parte di tutti noi, ma che solo in pochi sono in grado di riconoscere e raccontare.
“Ricantare il Testamento oggi – racconta Appino – è qualcosa di più collettivo rispetto a dieci anni fa. […] D’altronde succede spesso così: ci convinciamo di essere gli unici al mondo a provare determinate cose, poi quando ci apriamo scopriamo di essere in tanti, tutti diversi e tutti uguali”.
Tracklist:
01. Testamento
02. Che il Lupo Cattivo Vegli Su Di Te
03. Passaporto
04. Specchio dell’anima
05. Fuoco!
06. La Festa Della Liberazione
07. Questione D’Orario
08. Fiume Padre
09. Solo Gli Stronzi Muoiono
10. I Giorni Della Merla
11. Tre Ponti
12. Godi(Adesso Che Puoi)
13. Schizofrenia
14. 1983






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