R E C E N S I O N E


Recensione di Monica Gullini

Hai dichiarate guerre e le hai tutte perse
paghiamo ancora il prezzo delle tue belle scelte
e se contiamo ancora oggi come carta falsa e perdente
è perché abbiamo rotto il cazzo al mondo e perso tragicamente
“.

È una strofa di Mussolini, primo singolo pubblicato – non a caso – l’8 settembre e che anticipa l’album – l’ottavo – Accetta e continua, in uscita il 24 novembre per Garrincha Dischi. Loro sono Giovanni Succi alla chitarra, Bruno Dorella alla batteria e Marcello Batelli al basso (al suo secondo, irrinunciabile contributo in studio e dal vivo), ovvero i Bachi da Pietra.
E per fortuna non le mandano a dire.

Citando i diretti interessati, “il progetto prosegue il nuovo corso di Succi, Dorella e Batelli, una band unica e non catalogabile nel panorama del rock italiano degli ultimi vent’anni con una discografia che traccia ormai una saga multiforme ma coerente, dall’estetica precisa e spesso spietata.”

Si capisce subito dall’inizio, da Meno male, che il solco è quello del precedente Reset spinto all’estremo sia per quanto riguarda i testi, sia per le melodie, fedeli alle origini rock ma arricchite di elementi elettronici e rumoristici. Sui quattro quarti della batteria di Dorella e sul basso di Batelli si poggia ferma la voce di Succi, dura nel denunciare una società che è sempre più specchio impietoso dei nostri tempi, crudele e corrotta, che schiaccia il debole e va a braccetto col potente: “meno male l’economia è andata su meno la mia /meno male per chi viene dopo se ruba poco chi viene prima / ma meno male la società chiede giustizia e impunità / e meno male che sei nipote ti lascerà le sue poltrone.” E non finisce qui: emergono le contraddizioni di un Paese che demonizza le droghe leggere e campa sull’abuso di alcol e sostanze con il beneplacito della legge, saggia pastorella che dopo il Covid cerca di condurre il suo gregge fuori dal guado: “e meno male che la maria per voi è uguale all’eroina / ma meno male ti rovini di gin imbottito di psicofarmaci / e meno male che la barca va, che la terra è piatta e c’è l’aldilà / e meno male si ripartirà migliori di due anni fa”.
La chitarra distorta di Succi spinge il brano seguente, Nel mio impero, fino all’hardcore più sfrenato: è un delirio di onnipotenza che avanza minaccioso e irrefrenabile, sul quale la voce non può fare altro che assumere quasi le sembianze di un growl spietato. Mai fatto 31, secondo singolo, è raccontato dai suoi stessi autori: “Visti da fuori, abbiamo sbagliato tutto, dall’inizio all’infinito, e quello che arriva è tutto grasso che cola. Visti da dentro, non potevamo essere niente di più autentico: i Bachi Da Pietra. E continuare a esserlo. Morale. Mai fatto 31. Yes… Neanche mai fatto trend.”

Rivendicano con orgoglio quel percorso iniziato nella pietra e in costante evoluzione, in quegli esoscheletri lucidi che tutto guardano e tutto giudicano senza timore di ritorsioni, su quegli screen che tanto disprezzerebbero i futuristi: a differenza di tanti, non hanno mai avuto il minimo interesse a seguire mode e costumi. Il loro rock è ruvido, sanguigno e ricco di elementi elettronici, la batteria di Dorella è precisa nel delineare il loop del brano, il basso di Batelli è un solido architrave e la voce di Succi rivendica con orgoglio quelle origini che non hanno mai tradito.

Interessante è Buster Keaton, in cui chitarra, batteria e basso si fondono in un ritmo quasi rap, che per certi versi richiama un pezzo del Succi solista, Bukowski, sintetizzatori compresi: “e mentre tu ti barcameni bene o male a far quagliare la sete con la fame / loro sanno bene cosa fare al posto tuo, che tu non sei capace / e allora ridono come quando vedono triste Buster Keaton”, anche qui sapientoni, finti colti e radical chic a dirti che non ce la farai mai, materializzati come cori in autotune nel finale. Bellissima e malinconica è Un lampo e noi, ballatona rock con venature metal che sfocia in una incantevole coda psichedelica: è impossibile non chiudere gli occhi, dopo aver letteralmente goduto della voce di Giovanni, prima sensuale e sussurrata, poi decisa e infine evanescente, e non pensare a quell’ineluttabile destino tracciato con tanta lucidità. È un viaggio verso una meta sconosciuta e scongiurata che basso e chitarra raccontano in ogni minimo particolare, interrotto solo dal suono dei timpani di Dorella che ci sveglia dal torpore e ci abbandona lì, nei synth che dissolvono tutto. Invano è una apparente, piccola pausa in autotune dalla serietà costante nel disco, a cui segue Al bel canto, una rinnovata danza macabra di notizie e di realtà senza filtri. È un groove tribale quello del rullante di Dorella e del basso di Batelli, ritmo che evidenzia ancora una volta le infinite contraddizioni di una società ipocrita, massificata e sbattuta in prima pagina più per i suoi continui orrori che per i suoi meriti. La tensione è altissima, la reazione è una risposta anestetizzata al dolore, affascinata e quasi ammiccante alla banalità del male, orrore brandizzato nei secoli dei secoli che raggiunge la sua caratura massima in Mussolini. Anche qui un ritmo ipnotico, a metà tra l’industrial e il trip hop, in cui la fanno da padroni il basso di Batelli e la chitarra di Succi, spinti in un loop circolare sul quale i versi di Giovanni mescolano senza pietà passato e presente. L’uomo probo del Ventennio, portatore di luce nell’Agro Pontino e iperbolica pedina nelle mani di un dittatore sanguinario, colui che inviò schiere di giovani al massacro nel continente asiatico e in Africa per dimostrare la tanto sbandierata superiorità (“addio Pina vado in Russia sereno / ho vent’anni di retorica a pararmi dal gelo / vado sul tubo a farmi d’eia alalà / Mussolini è sempre qua sul profilo whatsapp“) è stato così bravo a propagandare le sue “idee” da attirare, ancora oggi, l’attenzione e da suscitare la nostalgia di vecchie e nuove generazioni che lo idolatrano e lo prendono a modello. È l’istantanea perfetta di quel Ventennio impazzito, crudele e scherano, così evocativa da fare apparire ogni immagine meccanicamente, al suo posto, come in un documentario dell’istituto Luce: poveri ragazzi costretti a marciare sulla neve con scarpe di cartone, soldati giovanissimi che assaltano gli “indigeni” all’arma bianca. La penna di Succi è lucida e tagliente e non risparmia niente e nessuno, è analitica nel guardare la realtà e paragona passato e presente, confermandoci che il fascino del male è una sirena troppo incantevole da ignorare e ritorna costante come ogni ricorso vichiano che si rispetti, sotto forma di quel numero – serpente che si morde la coda (8 settembre 1943 – 8 settembre 2023: 80 anni) che rappresenta la circolarità della storia e, purtroppo, l’eternità. Quella di Mussolini, ci dice Giovanni, è una parabola trasformata in una perfetta strategia di marketing, oggi più viva e vincente che mai.

La stura alla violenza è già stata data, quindi non resta che scendere a passo svelto nell’Inferno e nella follia di Fuori c’è il vicino, nera, nerissima pietra preziosa dell’album. Non sono mai stata disturbata tanto da un brano dall’epoca di Psycopath di Lisa Germano: il protagonista del brano è prigioniero in casa insieme a compagna e figlio, ostaggi del vicino ubriaco che li minaccia. È pronto a chiudere la questione in maniera definitiva, complici alcuni brutti pensieri che non lo lasciano in pace: “ho un coltello in pugno nel cervello lava / una confusione calma mente annebbiata / oggi il male mi corteggia oggi il male chiama / oggi il male picchia forte alla mia porta di casa / oggi il male insiste oggi il male ingloba / picchia un’altra volta e chi cerca trova / ho per vicino un tale ho per vicino il male / senti quel bastardo com’era cordiale / ora fuori c’è il vicino completamente fuori / sbraita alla mia porta ce l’ha con noi / siamo io la mia donna e il bambino / chiusi dietro questa porta e fuori c’è il vicino.”

La chitarra accenna lo scenario che sta per delinearsi, la batteria picchia leggera, aggiunge il suo tocco di suspense e angoscia. Giovanni sussurra scandendo bene ogni sillaba, il suo libero arbitrio lo pone di fronte a una scelta: restare in casa o uccidere quell’uomo, marchiando indelebilmente la vita di tre persone? “Dillo un’altra volta tengo chiusa questa / tengo chiusa questa porta o mi rovini il destino / dare a mio figlio un padre o un padre assassino / dietro questa porta mi si biforca il destino / dare a mio figlio un padre o un padre assassino”.

La chitarra inizia a vorticare come un enorme punto interrogativo, la voce di Giovanni da metallica diviene rabbiosa e manifesta tutto il suo sdegno per quell’uomo violento, la batteria colpisce senza sosta, basso e synth conducono il brano verso un epilogo che vorremmo scongiurare. Il rock di Accetta e continua (granitica la linea di basso di Batelli, meravigliosa e ipnotica) chiude l’album e pone l’ascoltatore di fronte a un bivio: proseguire nel mondo nonostante tutto e tutti, accettando che le cose vadano avanti sempre uguali, o rompere gli schemi e attuare una qualche forma di cambiamento (ogni riferimento a uomini di potere sensibili al fascino femminile o a letterati morti suicidi settant’anni fa è puramente casuale).

La visione dei Bachi, se si guarda a ritroso nella loro produzione, appare decisamente nitida. A un pubblico particolarmente attento non possono essere sfuggiti versi che facevano più o meno così: “sei l’ultimo Mohicano di una stirpe di stronzi” oppure “siamo figli delle stelle collassati in un fossato”, o ancora “col nostro orgoglio da stronzi / e questi risultati”.
L’insetto no, non ci sta. Dal suo esoscheletro lucido accetta a testa alta il confronto con un microcosmo radioattivo in continua involuzione, forte della scrittura di Succi, ricca di giochi di parole, sferzante nello stile, tagliente, ironica e ricercata, e di suoni cupi, spigolosi e nevrotici. Se prima c’era una sorta di speranza, ora si fa fatica a intravederla. A ottanta anni esatti da quell’8 settembre che cambiò per sempre un intero Paese, ancora cerchiamo l’uomo forte che parla da un balcone, affascinati dal suo carisma e dalla luce dei riflettori, abbagliati da una visione mistica che ci impedisce di vedere il raggiro nascosto fuori dall’inquadratura.

I social, amico mio, non sono un’invenzione di questo secolo, ma hanno almeno cent’anni di vita. Non sei d’accordo? Accendi lo screen e cerca i discorsi di quel signore lì.
ACCETTA E CONTINUA la finzione eterna. Funziona.

Tracklist:
01. Meno male
02. Nel mio impero
03. Mai fatto 31
04. Buster Keaton
05. Un lampo e noi
06. Invano
07. Al Belcanto
08. Mussolini
09. Fuori c’è il vicino
10. Accetta e Continua

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