R E C E N S I O N E
Recensione di Andrea Notarangelo
Il primo disco è immediato, il secondo ti afferma, il terzo ti conferma. E il sesto? MacKaye è qui per spiegarlo e per tirare le somme su un tempo ormai andato che però non è storia ma è qualcosa di più che una novità. I Non Voglio Che Clara hanno un pregio, quello di suonare nuovi, grazie a una freschezza data dalla voce di Fabio De Min, ma anche classici per via di un certo amore mai nascosto per il cantautorato nostrano; in più hanno saputo con gli anni mantenersi ai margini, crescendo come gruppo senza snaturare la propria proposta. D’altronde come può un gruppo che porta fin dal nome una dichiarazione d’intenti perdere la propria flemma? Nel 2000 muovono i primi passi nel freddo Veneto di Feltre e quando prendono coscienza del poterci provare e farcela, si trovano davanti all’incognita di decidere quale ragione sociale utilizzare. Magari per un solo disco, magari per una vita intera. Ed ecco uscire fuori da un ventaglio di possibilità una citazione di Pennac tratta dal suo romanzo La Prosivendola: “Non voglio che Clara si sposi”. Ed è così che perdendo la componente disperato-romantica del matrimonio, quel che resta a noi è la dichiarazione di intenti. “Voglio Clara. Nessun’altra”.

MacKaye è un album particolare e segna un sicuro passo avanti nella discografia dei bellunesi in quanto composto e prodotto interamente dalla band e costituito da tracce dirette, immediate, nonostante la gestazione lenta e meditata. Si tratta di un viaggio nel giardino dei ricordi ma con una visione matura, sincera e obiettiva che esclude l’effetto nostalgia per lasciare nell’ascoltatore solo la voglia d’immergersi in un vissuto comune. Ritornano dei nomi, delle situazioni, come nella title track e traccia di apertura, un inno alla vita che inizia con “Qualcuno un giorno canterà di questo nostro grande amore“, per proseguire con “dietro al tavolo di un bar, dallo schermo di un telefono“. Non è difficile immaginare vecchi e nuovi ragazzi che si raccontano avventure e riprendono quelle dei loro padri. De Min è dolce nel riempire una traccia mista di chitarra ed elettronica, con una batteria secca che smorza il languore. E per chi come me adora i Fugazi non può che apprezzare la citazione presente nei versi: “Qualcuno un giorno si alzerà con i figli già cresciuti (I wait, I wait, I wait I wait), senza preoccuparsi mai di chi fosse Ian MacKaye (I wait, I wait, I wait I wait)“. Il MacKaye dal titolo è proprio lui Ian, esempio di integrità post-hardcore che tanto ha dato alla scena musicale attraverso esempi di correttezza e di motivazione. E mi è venuto da sorridere mentre ascoltavo il coro “I wait, I wait, I wait I wait” e ripensavo all’esordio dei Fugazi con il loro omonimo EP datato 1988 nel quale brillava la canzone manifesto Waiting Room. Nel pezzo, dopo un’introduzione perfetta del basso suonato da Joe Lally, si poteva sentire MacKaye urlare “I am a patient boy, I wait, I wait, I wait I wait”. E Fabio dev’essere stato un ragazzo paziente mentre negli anni ’90 affinava la sua tecnica e cercava una via personale al cantautorato moderno che sfocia in tutta la sua bellezza nell’effluvio (elettrico), presente ne L’Inventore, seconda traccia del disco. La canzone si apre nuovamente con un rimando al passato ed è fortemente autobiografica. L’inventore del titolo è il musicista stesso, colui che riesce a ingannare il tempo attraverso la composizione di nuovi pezzi e la rielaborazione delle proprie esperienze.
Lucio, oltre ad essere la seconda canzone della raccolta con un nome proprio è anche un evidente tributo a Battisti. Si riconosce quel modo spensierato di raccontare qualcosa di serio in cui ogni persona si immedesima e canticchia nell’attesa del tram o del treno che dalla periferia lo condurrà in centro per raggiungere il posto di lavoro. “Ho lasciato i segni sull’asfalto, canta la band, mentre corro alla tua festa dei diciotto“, aggiunge subito dopo nel tentativo di schiudere il nostro scrigno dei ricordi e tornare al mondo senza preoccupazioni apparenti post adolescenziale. Lucio ci ricorda però che si tratta solo di sensazioni perché qualcosa di serio si sviluppa nella trama. I segni sull’asfalto sono ciò che rimane di un gioco notturno finito male, a fari spenti sulla strada. Il ragazzo terminerà la sua esistenza in un fosso mentre i suoi coetanei sono intenti a festeggiare la loro amica neo maggiorenne che giustamente si sente tutta una vita davanti. Non si tratta però di cinismo fine a sé stesso, ma di ciò che accade mentre il tempo scorre tra brezze, tempeste e tentativi di sfruttare il vento per raggiungere la nostra isola felice. La successiva Identikit ci culla e ci cura come un balsamo per una storia non andata proprio come volevamo. Attraverso una batteria cadenzata e la trama sostenuta di un bel gioco di tastiere e chitarra, ecco il racconto della sposa di un altro, che litiga con un altro che non siamo noi ma che avremmo potuto esserlo.

A seguire la canzone che mi ha rapito sin dal titolo: Caffè e Ginnastica. È perfetta e collocata nel punto giusto, a metà disco, dove smorza i temi seri precedentemente trattati e ci traghetta in quello che metaforicamente possiamo chiamare “secondo tempo dell’opera”. De Min gioca bene con le parole e vince. Un esempio su tutti è la frase “Ma tu lo sai che la precarietà è un vantaggio da considerare…soprattutto nell’amore. E tu lo sai benissimo che no, non si può essere sinceri…e al tempo soddisfare aspettative. Non si può“. Dove nei puntini da me collocati nella mia precedente frase dovete immaginare la scena di un cantastorie che cambia piede d’appoggio e vi racconta anche la parte mancante della storia. Come Cappuccetto Rosso che incontrandovi nel bosco vuole regalarvi una bella mela succosa ma che purtroppo è avvelenata. Il Primo Temporale si apre in uno squarcio di tastiere dolceamare dove si nota come il protagonista del disco sia sempre e solo il tempo. Scorre, non lo afferri, non te lo godi abbastanza o non lo trascorri in compagnia di chi vorresti. Pilates non fa eccezione nella sua descrizione di un mondo senza tempo scandito da momenti specifici destinati a ritornare e a scandire le nostre giornate. La protagonista non ha nemmeno il tempo di pensare ma dopo il lavoro deve correre a pilates e in seguito deve riordinare e stendere un carico di lavatrice. In pochi versi viene descritto in maniera perfetta il paradosso della nostra routine: per rilassarmi dopo una giornata stancante devo correre a frequentare un corso che mi aiuta a eliminare lo stress per ricaricare le batterie giusto il tempo di sfinirmi con le faccende di casa e collassare sul letto in attesa della nuova battaglia che combatterò il giorno successivo.
Miles è una carezza che dovete concedervi. L’ottava traccia dell’album riporta un nome proprio e… sì, il Miles del titolo è proprio quel Robert Miles, il mai dimenticato autore di Children, brano conosciuto dai più sin dal 1995. La noia e l’abbandono di quei pomeriggi inutili menzionati nella traccia ce li ricordiamo tutti, e qualche volta con rimpianto per quegli istanti che sembravano eterni fino a quando non sono passati. La blasfema Le Suore, che suona un po’ Subsonica in aria Istrice, fa sempre parte di un certo cantautorato che gioca con il sacro e il profano e che forse mancava ormai da troppo tempo. Il nostro viaggio sonoro si conclude con L’Ultimo Successo, che chiude dignitosamente questo concept album con la vendetta di Proust. Qui però il tempo non è stato ritrovato. Il protagonista sa bene che ciò che è fatto è fatto e nessuno gli restituirà i suoi anni, ma può far molto con quello che gli resta. Il riscatto per lui è quello di spegnere il cellulare così che i suoi simili, a furia di trovarlo spento, staccato e irraggiungibile, smettano anche loro di essere clienti e tornino ad essere umani. Solo il tempo necessario a parlare per davvero con un vecchio amico oppure per metabolizzare e far proprio un disco.
MacKaye chiede attenzioni ma regala emozioni. Gli concederete il giusto tempo? A voi la scelta. Buon ascolto.
Tracklist:
01. Mackaye
02. L’Inventore
03. Lucio
04. L’Identikit
05. Cafè & Ginnastica
06. Il Primo Temporale
07. Pilates
08. Miles
09. Le Suore
10. L’Ultimo Successo
Photo © Marcello Batelli





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