R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Si assiste, di questi tempi, ad una curiosa tendenza dicotomica nell’ambito jazzistico. Da una parte a un’attitudine che potremmo definire antropologica, per cui la musica sembra continuamente coinvolta in una certa ansia di umana trasformazione, cercando di adeguarsi al mutevole spirito del tempo. Dall’altra, invece, ci si misura con un’inclinazione più tradizionalista, poco sensibile ai mutamenti storici o politici, più propensa alla salvaguardia dei valori fondanti del jazz. Se la prima tendenza si sposa felicemente con i criteri di una contaminazione tra i generi, la seconda è invece più attenta alla preservazione del patrimonio culturale dei padri, votandosi ad un certo ideale di purezza che vede di cattivo occhio la maggior parte dei tentativi di apertura e combinazioni con altre idee musicali contemporanee. Però c’è poi un terzo modo di procedere, forse meno appariscente e più defilato ma non per questo qualitativamente inferiore. Un esempio di quest’ultimo punto di vista lo offre un album come questo La Gare, seconda prova del tenor-sassofonista danese Andreas Toftemark.

L’Autore tiene infatti per buona la lezione del periodo storico USA che va dalla seconda metà degli anni ’50 alla prima parte dei ’60, ma il sassofonista danese, non essendo un talebano del jazz, aggiunge al clima di quegli anni una variabile europea più melodica, smussando le naturali spigolosità del bop per immettervi qualche accenno di dinoccolato romanticismo. Musicalmente sospeso in equilibrio tra notte e giorno, tra ballate confidenziali e brani più densi d’energia, la musica di questo album tira di fioretto con le nostre sinapsi nervose, ora accarezzandole delicatamente e ora stimolandole con impennate swinganti e improvvisi mulinelli be-bop. Dopo l’esperienza di vita di Toftemark a New York, a contatto con le ombre dei grandi saxofonisti del passato, qualcosa gli è sicuramente rimasto a formarne l’orientamento artistico. Gli attacchi del suo sax mi ricordano spesso quelli di Coltrane, mentre in parte il soffio di Dexter Gordon era forse più visibile nel precedente album A New York Flight (2021). Per contro, la sua scrittura è comunque personale, senza formule predeterminate. Il suo stile è morbido e mostra una compostezza formale non scontata, un certo bon ton che lo tiene lontano sia da esperienze sconsideratamente vigorose ma anche a distanza da zone sdrucciolevoli troppo malinconiche o manifestamente estetizzanti. Il suo modo di suonare è in definitiva naturale, senza forzature di sorta. Si avverte la tendenza a ritagliarsi un proprio spazio espressivo anche se la sua giovane età – è poco più che trentenne – limita ancora i tratti di una sua eventuale, immediata riconoscibilità. In questo La Gare, nome che stando alle note stampa allegate si riferisce ad un jazz club parigino, tutti i brani sono composti dall’Autore danese. Accanto al sax del leader, troviamo altri tre musicisti danesi, Matthias Petri al contrabbasso, Calle Brickman al pianoforte, Andreas Svendsen alla batteria e come ospite c’è il britannico Gerald Presencer alla tromba.

Il primo brano che si presenta alla nostra attenzione è la title-track dell’album, cioè La Gare. Un ostinato di contrabbasso apre la scena musicale che si dimostra come una ballad disincantata, giocata sugli aspetti di un mid-tempo piuttosto sofisticato e screziato da qualche variabile ritmica latina. Il tema viene esposto in parte solo dal sax e in seconda battuta dai due fiati in contemporanea sovrapposizione. Seguono i due assoli, prima Toftemark che s’impegna in un puro distillato di morbidezza sonora, non disdegnando qualche fraseggio tecnicamente più stretto. Poi è il turno della tromba di Presencer dal piglio autorevole a lanciarsi in un luminoso, fantastico assolo con un inizio cauto ma che via via arriva a toccare intervalli notevoli tra le note, spaziando da toni più rilassati a punte più acute con naturale disinvoltura. Chiude tutto la ripresa del tema principale, riproposta con maggiore verve ritmica. Waltz for Alex affida l’introduzione al solo pianoforte dove Brickman ricorda lo stile pensoso e armonico di Bill Evans. Il tema piuttosto dolce anche in questo caso viene condotto dalla coppia sax e tromba. L’assolo di Toftemark è come al solito misurato e vellutato, non c’è frenesia alcuna nel suo soffio dato che i fraseggi sanno essere incalzanti e levigati allo stesso tempo. La tromba di Presencer segue a ruota la performance del leader con un secondo, smagliante assolo. Devo dire che questo trombettista mi impressiona veramente tanto, sia come livello espressivo – non ha bisogno di quelle particolari timbriche un po’ esangui tanto di moda oggi ma riesce a offrire una sonorità conciliante molto apprezzabile – che come capacità tecnica. Si riprende poi il tema in chiusura che mantiene una vaga – neanche tanto – somiglianza con My Favourite Things. Si procede con Peers che germoglia in un clima moderatamente jungle, dove batteria e contrabbasso disegnano una trama ombrosa dentro cui emerge il sax di Toftemark. La sua prova solista, in questo brano, è tra le migliori in assoluto dell’album, dove dimostra grande padronanza del suo strumento con un governo del suono eccellente. Lasciato da solo, senza l’intervento della tromba, il musicista danese copre tutto il terreno disponibile con regale sicurezza. Mi stupisce sempre la sua capacità di controllo nell’emissione di fiato, anche nei fraseggi più smaniosi. Brickman si concede un assolo di piano ben misurato prima della usuale riproposizione del tema.

Dagmar si avvicina maggiormente ai momenti hard-bop più di maniera, dove il ritmo si alza per mettere in evidenza, come da copione, l’aspetto tecnico dei musicisti nei loro assoli. E in effetti, dopo la prova brillante di Toftemark che dichiara tutto il suo devoto tributo alla saga Blue Note anni ’50-’60 con un assolo notevole ma comunque prevedibile, sorprende l’irruzione di Brickman, fino a questo momento elegantemente e misuratamente defilato, con un vorticoso, labirintico passaggio di piano degno del miglior Bud Powell. November in Paris recupera l’accoppiata sax e tromba con un affascinante fenditura temporale che si apre, al di là del valido tema che pare essere prelevato direttamente dal passato, con un assolo di tromba che mi ha ricordato Chet Baker. So che questo paragone è spesso abusato e reificato ma vi inviterei a inquadrare il lavoro di Presencer nell’ambito dell’atmosfera che si respira in questo brano, piena di rimandi storici. Certamente non da meno è la prova di Toftemark, dispiegata con sicurezza e forte impronta personale. Da segnalare anche i frequenti cambi ritmici sostenuti da contrabbasso e batteria, rinforzati in quest’occasione dal ruolo del piano che lascia ai fiati lo spazio espressivo più largo. Song for J ribadisce nella sua introduzione di solo piano la grammatica di base evansiana con una melodia lineare che solo nella fase finale recupera il contributo dei fiati. Il brano è una pura ballad e mi ha ricordato, al di là della semina di Evans e Jarrett, soprattutto nel tratto in cui s’accompagnano tromba e sax, certe atmosfere seducenti alla Carla Bley. Hopefully si colloca nella misura di un mid-tempo dove però la punteggiatura ritmica si fa via via più avventurosa, con un tema sinuoso proposto dal sax senza che vi sia l’accompagnamento della tromba che comparirà solo nelle fasi finali del brano a sostenerne la chiusura tematica. Interessante l’assolo di piano mentre quello di sax è fluviale ma fondamentalmente misurato nelle dinamiche. Chimney Lullabye si muove tra le maglie di un accattivante, irresistibile tema urbano performato all’unisono dai fiati, all’interno di un classico portamento hard-bop. Un walking di contrabbasso separa gli assoli rispettivamente di sax, tromba e pianoforte. Questo brano, scelto per chiudere l’album, è sicuramente fresco e sufficientemente uncinante per lasciare un ottimo ricordo complessivo di La Gare, anche se immerso, dopo tutto, in un alone prospettico un po’ retrò.

Di certo, questa musica proposta da Toftemark & C, sembra essere di tutt’altra questione rispetto ai più contemporanei criteri di jazz nordico di cui anche Off Topic si è a lungo occupata. Dalle note di La Gare emerge qualcosa che allontana il focus dalle atmosfere più rarefatte a cui il jazz scandinavo ci ha abituato in questi ultimi decenni e riavvicina lo spirito agli anni più caldi e gloriosi dell’hard-bop. Ma come accennavo all’inizio di questa recensione, Toftemark s’incammina per quella terza via che rifugge dalle contaminazioni ma anche dagli assolutismi ideologici, proponendosi in un album piacevole e maturo, che pesca nella Storia senza richiudersi nel ghetto del passato, pur luminoso che esso sia.

Tracklist:
01. La Gare
02. Waltz for Alex
03. APeers
04. Dagmar
05. November In Paris
06. Song for J
07. Hopefully
08. Chimney Lullaby

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