R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
È più malinconica che mai la chitarra di Sam Beam in Who can see forever, ultima fatica di Iron and Wine uscita il 17 novembre tramite Sub Pop. Registrata dal vivo all’Haw River Ballroom di Saxapahaw (North Carolina) per accompagnare l’omonimo documentario girato dal regista Josh Sliffe, la colonna sonora racchiude i diciannove brani più significativi della carriera ultraventennale del cantautore statunitense. Il risultato delle due notti di sessioni di primo acchito lascerebbe pensare a una vera e propria retrospettiva sulla falsariga di Stop Making Sense dei Talking Heads, ma la scelta delle tracce e l’emozionante rivisitazione live amplifica e rende indimenticabile la potenza evocativa di questo esperimento. Come molti album dal vivo, la struttura dei brani è modificata quel tanto che basta a far sì che abbiano forza sufficiente nelle gambe per camminare da soli e risplendere di luce nuova.

La band che accompagna Iron and Wine è composta dalla batterista Beth Goodfellow, dalla tastierista Elizabeth Hardy Jones, dal violoncellista Teddy Ranking Parker e dal bassista Sebastian Steinberg. Si parte dagli arpeggi accennati di The Trapeze Swinger (amatissima dai fan e presente per la prima volta in un disco) e dal suo ritmo altalenante, dapprima lento nel raccomandare di non fare preoccupare sua madre, poi quasi disperato, con Beam che implora a pieni polmoni di non essere dimenticato; in Boy with a Coin tutto è perfetto, elegante e ben arrangiato, il piano e il violoncello, le percussioni, persino la voce esasperata alza la posta e rende il pezzo imponente. Un ticchettio incessante accompagna la seconda traccia, Woman King, impreziosita dalla voce femminile di Elizabeth Hardy Jones, da sonorità quasi barocche e da archi distorti e stranianti. Thomas County Law è la malinconia della semplicità messa in musica, così come piacerebbe a Glen Campbell; House by the Sea (brano tratto da The Shepherd’s Dog) è un gioiello in cui basso, chitarra e batteria incorniciano con delicatezza la voce di Beam che canta di due sorelle gelose e delle loro strane convinzioni. About a bruise sembra quasi un pezzo rock and roll, si arresta permettendo al musicista statunitense di sussurrare per poi riprendere a vorticare su se stesso, grazie anche a un delicato giro di tastiera (la Hardy Jones qui è meravigliosa anche ai cori). Sodom, South Georgia è un microcosmo di voci diverse ma perfettamente amalgamate, e nell’immensa brillantezza che la band gli regala parla di un padre che se ne va sotto lo sguardo misericordioso di Dio; un violoncello distorto apre The Last Night, country noir gotico che dipinge sfumature quasi zappiane, sulle quali si innestano piccoli arpeggi di chitarra. Un tripudio di percussioni e corde che vorticano è Monkeys Uptown, con la voce di Beam ora sensuale, ora risoluta e infine eterea, in linea con i cori che la rendono nostalgica ed evocativa, proprio come quel cane da pastore che il violoncello sembra evocare nella sala. Elizabeth Hardy Jones si sofferma sui tasti con estrema naturalezza e dolcezza, forte della sensualità che le pieghe della sua voce riescono a conferire al brano. Wolves (da Song of the Shepherd’s Dog) è uno dei pezzi iconici di Iron and Wine, riletto in maniera totalmente nuova e fresco come una brezza estiva. Grave for Saints and Ramblers alterna sussurri parlati e cantati, quasi come se Lou Reed in persona stesse divertendosi a infondere il suo ritmo disinvolto, in bilico sul filo di un rasoio. To my dearest forsaken è una splendida ballata rock’n’roll che Beam reinterpreta in maniera solenne, perché il ricordo di chi ha lasciato questa Terra merita il dovuto raccoglimento; Glad Man singing stupisce per il suo tappeto di piano che si inserisce a metà del pezzo, On your wings (che apre Our Endless Numbered Days) possiede una forza tutta sua che la band amplifica e rende più sofferta e riflessiva. Passing afternoon e i suoi archi virano altrove rispetto al vecchio arrangiamento; in Pagan Angel and a borrowed car, (di nuovo Songs of the Shepherd’s Dog e le sue mille ispirazioni) c’è una delicatezza innata che raggiunge il culmine nella coralità e negli arpeggi ipnotici che accompagnano la voce di Beam. Naked as we came raffigura l’Amore così come dovrebbe esistere e propagarsi nel mondo, senza artifizi o sotterfugi, con gli occhi puri di chi vede la luce vestito solo del proprio corpo. Call your Boys ci trasporta in alto, nel luogo magico e inaccessibile da dove è partita la carriera del musicista statunitense grazie al folk di Muddy Hymnal, brano che chiude il disco d’esordio del 2002, The Creek Drank the Cradle.
Diciamocelo senza tanti giri di parole: il Beam degli inizi non ha mai digerito l’immagine di artista indie rock che confeziona ninne nanna attribuitagli senza colpo ferire. Quei tentativi di distruggere tutto non sono andati a buon fine, fortunatamente, e Who can see Forever non è altro che un lungo e appassionato lavoro di cesellatura su brani che ad oggi risultano ancora più speciali di allora.
L’artista statunitense ha trasformato la smania di viaggiare in vera e propria energia musicale, arricchendo la sua poetica di elementi sempre nuovi e raggiungendo sul palco una bellezza e un appeal irresistibili. Il documentario a corredo dell’esperienza live è una magnifica lente di ingrandimento sulla vita artistica di Beam e soci, che cattura non solo i processi di creazione e scrittura ma anche quei dettagli della vita privata e artistica che sono valsi al musicista la candidatura a ben quattro Grammy.
Iron and Wine ha aggiustato il vestito a queste diciannove canzoni, ma il cuore è sempre lo stesso, pulsante e traboccante di stupore per ogni cosa del creato su cui si posano i suoi occhi aggraziati. Li abbiamo davanti gli immensi scenari tratteggiati dalla sua chitarra, la vita semplice e intima, la forza delle emozioni e quell’Amore immenso e senza restrizioni che ci pone ora di fronte al mare aperto, nudi con i nostri pensieri più reconditi, ora in mezzo alla campagna, trafitti da quei raggi di sole che si allungano come i colli delle giraffe.
Vederlo cantare in punta di sedia, vestito della sua chitarra acustica e rapito dalle note sue e dei suoi compagni di viaggio, è uno spettacolo che orecchie, occhi e cuore vorrebbero rimirare per sempre. Perché a certi vecchi amici non si rinuncia mai, specie se le loro storie brillano di magia e luce nuova.
Tracklist:
01. The Trapeze Swinger (7:18)
02. Boy With a Coin (3:11)
03. Woman King (4:07)
04. Thomas County Law (3:11)
05. House by the Sea (5:26)
06. About a Bruise (3:15)
07. Sodom, South Georgia (4:46)
08. Last Night (3:02)
09. Monkeys Uptown (5:16)
10. Wolves (Song of the Shepherd’s Dog) (3:53)
11. Grace for Saints and Ramblers (4:14)
12. Dearest Forsaken (3:17)
13. Glad Man Singing (4:05)
14. On Your Wings (3:30)
15. Passing Afternoon (3:51)
16. Pagan Angel and a Borrowed Car (4:38)
17. Naked as We Came (2:21)
18. Call Your Boys (3:48)
19. Muddy Hymnal (2:59)





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