R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Molto originale, fin dal titolo, questo disco del duo Michele Bondesan e Luca Perciballi, uscito per l’etichetta statunitense Never Anything Records. Dodici misuratissimi brani composti per ipnotici strumenti che sembrano provenire da un indefinito passato, come fossero stati messi in soffitta e ritrovati in un mercatino dell’usato: strumenti elettronici analogici, altoparlanti, vecchi registratori, ma anche un banjo e  un contrabbasso. Tapestry è in vendita anche in formato “musicassetta”, come si chiamava un tempo, formato piuttosto eccentrico, ma non così casuale e certamente frutto di una oculata scelta, non solo di marketing, ma anche di “filosofia musicale”, se mi è consentito utilizzare termini piuttosto impegnativi e, del resto, il contenuto di tutto ciò è uno strabiliante percorso in una sorta di immaginaria “avanguardia elettro-folk”. 

Dal brano I al brano XII, il viaggio musicale, fatto di sonorità non appariscenti, quasi minimali, tiene inchiodati all’ascolto per quella capacità che è, a mio modo di vedere, rara e appannaggio di pochi musicisti, una capacità di produrre una musica “sporca”, quasi di scarto, fatta di suoni, accordi, trascinamenti, ritmi, e persino di dolci romori come scrisse il poeta. E così nel trascorrere dei brani, anche il passaggio dall’uno all’altro, sembra far parte dell’intervallo tra un movimento e l’altro di una complessa sinfonia. Se il brano I si sviluppa come una soavissima nenia, fatta anche di piccole disarmonie, inermi disturbi ed incursioni sonore, in cui abbandonarsi e lasciarsi cullare, il brano II, fatto di profondi stridori ed echi infiniti, inquieta con il suo senso sospeso che ricorda i silenzi rumorosi di una foresta tropicale irta di insidie. E le sorprese non sono che all’inizio, poiché questo lavoro è un campionario di piccole e germoglianti meraviglie sonore e molto sperimentali nel senso pieno del termine: il brano III sembra procedere sull’arrancare di un grammofono rotto dal quale, come dalle mani di un abile vasaio, si modella; nel brano IV, invece, si ritrova un suono pulito, sempre giocato su ripetitività quasi rituali e ritmi primordiali di delicata fragilità. Col brano V sembra che il tono cambi e, da atmosfere di ancestrale “animismo musicale”, si passi direttamente alla Vienna dello “Steinhof” di cui scriveva il filosofo Massimo Cacciari. È evidente qui la citazione della lezione viennese, una musica che fieramente si opponeva alla Bachhendlkultur, la cultura del pollo fritto, come la chiamò qualcuno. È la sana voglia di avanguardia e di ricerca che i due musicisti ripropongono anche negli stilemi dei brani VI-VII-VIII, anche se in quest’ultimo tornano sonorità più tribali, così come nei brani IX-X-XI, dove le composizioni sembrano tornare “sporche” ed ibride. Come in ogni ritualità che si rispetti, l’ultimo pezzo (XII) è l’agnizione finale, la rivelazione, l’epifania, il momento in cui sembra di aver compreso il senso dell’intero lavoro, dove i ritmi si fanno più perentori e sicuri, ma che, al loro climax, sfumano improvvisamente  per tornare nelle stesse profonde oscurità dalle quali avevano preso vita. Lavoro molto profondo che richiede, per usare un ossimoro, un “attento abbandono” che sazia la mente prima delle orecchie e che nutre il cuore.

Tracklist:
01. I (04:54)
02. I
I (04:29)
03. II
I (01:14)
04. I
V (06:41)
05. V (02:12)
06. VI (02:49)
07. VII (01:22)
08. VIII (02:23)

09. IX (00:23)
10. X (05:59)
11. XI (02:12)
12. XIII (01:57)

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