R E C E N S I O N E


Recensione di Lucia Dallabona

Con il nome d’arte Any Other (qualsiasi altro/a) che mi ha subito attratta, Adele Altro (così si chiama all’anagrafe) identifica il suo progetto in cui dà libero “sfogo” alla voglia di scrivere canzoni in inglese.

Classe 1994, autrice, cantante, polistrumentista e produttrice con base a Milano, nonostante la giovane età ha all’attivo una lunga esperienza musicale anche al di fuori del circuito nazionale; all’estero, infatti, ha suonato in oltre 200 concerti, sul palco di festival del calibro del Primavera Sound di Barcellona e The Great Escape di Brighton, ed è arrivata ad esibirsi fin nel Sud Est Asiatico e in Giappone.

A sei anni di distanza dal secondo disco esce oggi, per 42 Records, stillness, stop: you have a right to remember. Fin dal primo ascolto, ognuna delle otto canzoni che lo compongono è entrata di diritto nelle mie preferenze, qualcosa che accade molto di rado. Ho provato immediato il desiderio di immergermi a ripetizione in un viaggio musicale e di crescita personale; con sorpresa ed emozione vi ho riconosciuto tante parti di me.

L’album, arrangiato e prodotto insieme a Marco Giudici, è interamente registrato e nella quasi totalità suonato dai due artisti. Raffinate sonorità, ora acustiche, ora più stratificate, sempre in perfetta sintonia con i contenuti della scrittura; la voce della cantautrice ideale strumento emotivo che esprime con originale intensità qualsiasi sfumatura dell’anima; testi pregni di una potente attitudine introspettiva, nonché la cura riservata alla scelta di ogni parola, ogni affermazione o domanda.

Tutto ciò rende questa pubblicazione un gioiellino d’ascolto a partire dalla prima traccia, Stillness, stop; piano, sintetizzatore, basso, percussioni accennate e vitali incursioni di sax costruiscono una “locomotiva di suoni sbuffanti” che avanza determinata portando con sé un “carico” di costose consapevolezze; il prezzo effettivo lo intuiamo dai toni alti e bassi di un cantato che si mantiene in aggraziato equilibrio… Adele ha scelto di esprimere i suoi bisogni con grande chiarezza, in modo preciso, quasi chirurgico, senza però lasciare prevalere un senso di sterile risentimento verso chi non ha voluto o potuto ascoltarli e questo, per me, è un notevole valore aggiunto. Lei, vorrebbe non sentire tutto così tanto, ma proprio un livello così alto di sensibilità la porta a comprendere che è ora di rifiutare le aspettative degli altri, è tempo di concentrarsi sul presente e su quell’intima confidenza finale: «I don’t want a partner who doesn’t make me feel good about myself » (non voglio un partner che non mi faccia sentire bene con me stessa). Accade… ad un certo punto di una relazione sentimentale la ragione ti dice che è il momento di effettuare uno strappo doloroso, allo stesso tempo l’amore resta ancora tutto lì, nel cuore, non sei pronta a lasciarlo andare.

In Zoe’s Seed, ballade acustica e sentimentale, Adele riesce ad esprimere con grande empatia questo particolare stato d’animo: «Is it possible to fall out of love with you? Closure doesn’t look like an accurate option to me, and we know that». È possibile disinnamorarmi di te? Chiudere non sembra un’opzione corretta per me e lo sappiamo, canta, per poi concludere con quel “Oh, Zoe”. Ripetuto diverse volte comunica una dolcezza struggente talmente vera che dentro me è risuonata come fosse anche mia.

Il treno musicale di emozioni si rimette in movimento con Awful Thread (primo singolo estratto, che ha anticipato l’uscita del disco). Si tratta di un pezzo che tocca una sfera intima molto delicata, quella del rapporto con le sue radici, i suoi genitori. Si sente dal tono della voce quanto le costi prendere coscienza che, per lo più, non sono stati all’altezza del loro compito. Allo stesso tempo, Adele, dimostra la volontà di andare oltre, diventando genitrice di se stessa; infatti, non solo pensa che in futuro potrà arrivare a sorridere di non essere stata accettata per quella che è, ma riesce addirittura ad incanalare la sua rabbia esprimendola con parole dure ma intonate con malinconica umanità: «you had no respect or remorse for the luck you were given», non avete avuto rispetto o rimorso per la fortuna che vi è stata data (di avere me come figlia, sottintende).

A metà ascolto, come prima sorpresa musicale, arriva If I don’t care (secondo singolo pubblicato, del quale è uscito da poco anche il relativo video). Un pezzo in gran parte “gentilmente” rock ma che acquisisce più grinta nel momento in cui Adele racconta quanto è faticoso il percorso per imparare a gestire la rabbia; lasciare andare, passa per una necessaria emancipazione: «I get to be well I get to feel better, I get to be well if I don’t care and keep walking the street I’m in» (Mi sento meglio, vado bene, mi sento meglio, vado bene se non mi interessa e continuo a camminare nella strada in cui sono). “Fregarsene”… scelta che per chi “sente” troppo come lei, non può essere lineare, ce lo testimonia quel finale sospeso.

Dopo una canzone tagliente e incisiva come la precedente Second Thought vira verso un inaspettato tono soave ed etereo. La voce di Adele, si fa più morbida per cantare un testo brevissimo; quattro frasi racchiudono la sensazione provata quando si trova in luoghi che aveva desiderato ardentemente; il riflesso di ciò che ha nel presente la terrorizza come un insetto che sul davanzale sbatte contro il vetro esterno. Sensazioni circolari ripetute come un mantra, alle quali si aggiunge un coro di voci femminili e maschili (con la presenza, fra questi ultimi, di Lorenzo Urciullo-Colapesce e Andrea Poggio) trasformano la traccia in un ipnotico, terapeutico “gospel sintetico” in cui, ciò che disturba l’armonia di fondo, rimane sotto controllo.

Con Need of Affirmation, il pezzo più lungo (4.58 minuti), inizia la parte più rilassata di tutto l’album; essenzialmente acustico, con voce in particolare evidenza, condivide una serie di importanti consapevolezze. Adele non vuole sentirsi speciale, vuole solo stare bene; crescendo nell’ affermazione di sé si “solidifica” fino al punto di percepire, per la prima volta nella sua vita, di poter stare da sola… Non aver più bisogno dell’approvazione di nessuno («Thank God I didn’t listen to them»), le regala un senso di liberazione talmente grande che le parole, dal minuto 3,20, lasciano il posto solo alla musica… La coinvolgente coda strumentale, fra chitarre ed archi, scorre dolcemente impetuosa fino a rallentare ed esaurirsi nella conclusione.

Manca ancora un tassello importante per completare il percorso di pacificazione, ed è affidato al singolo Extra Episode; accogliente, melodiosa, con gli archi in primo piano, ci accompagna in un recupero completo di memoria fondamentale per Adele, poiché troppo spesso, per non soffrire, ha finito per rimuovere anche i ricordi “buoni”: «Just know that you have a right to remember, The good and bad» (Sappi solo che hai un diritto di ricordare il bello e il brutto). Un miracolo il “salvataggio” che sta accadendo, ce ne dà conferma la scelta, anche stavolta, di un finale quasi sospeso.

Il “treno” di Adele arriva ad un capolinea inatteso con la traccia numero otto, Indistinct Chatter, solo strumentale. La melodia, deliziosamente rétro, mi trasporta sul set di un film muto; lo vedo distintamente Charlot che cammina sbarazzino col suo bastone; se provo invece a tornare nel presente scorgo Adele, ed io le sono accanto; passeggiamo sotto la pioggia, giocando con l’acqua nelle pozzanghere. Complici, a fior di labbra, mormoriamo quel “mh mh mh” per accennare, accennarci di una leggerezza conquistata grazie alla consapevolezza che tutte le nostre parti si sono manifestate e ricomposte.

Tracklist:

  1. Stillness,stop
  2. Zoe’s Seed
  3. Awful Thread
  4. If I don’t care
  5. Second Thought
  6. Need of Affirmation
  7. Extra Episode
  8. Indistinct Chatter


Fotografie di Ludovica De Santis

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