R E C E N S I O N E


Recensione di Alberto Calandriello

La soffitta è buia e polverosa, un bambino tiene per mano un giovane uomo, entrambi sono intimoriti da quel buio e da quella polvere, ma allo stesso modo emozionati perché stanno cercando un tesoro.

Anzi, il bambino lo sa bene dove sia il tesoro e sta accompagnandoci il giovane uomo, che pian piano inizia a crederci davvero e a fidarsi di quel bambino che gli ricorda qualcuno, qualcuno conosciuto anni prima, qualcuno che ora che lo guarda meglio, gli assomiglia un bel po’.

Entrambi i protagonisti di questa storia si chiamano Filippo e hanno il cognome di un famoso calciatore del Torino, ma anche di un cantautore, chitarrista e compositore che giusto 30 anni fa pubblicò il suo ultimo album in studio, per andarsene pochi anni dopo.

Fuor di retorica, mi immagino l’uomo Filippo Graziani farsi convincere dal bambino Filippo Graziani, quello che saltava sulle gambe del padre Ivan mentre era nel suo studio casalingo, ad approfondire quel “qualcosa” che era saltato fuori, magari non da una soffitta buia e polverosa, ma che aveva tutto l’aspetto di un tesoro.

Alla fine di questa favola, il 26 gennaio, pochi giorni fa, anche noi abbiamo potuto scoprire quel tesoro, che ha un nome decisamente esplicito e suona meravigliosamente bene: Ivan Graziani, per gli amici. 8 tracce riapparse, su cui Filippo ha deciso di mettere le sue sapienti mani di musicista e arrangiatore, immagino con il cuore che batteva forte, soprattutto pensando a quel bambino di 30 anni prima.

È questo un “nuovo” disco di Ivan Graziani? Io rispondo nì, ma soprattutto penso “chissenefrega!” delle etichette e delle definizioni. Sono 8 pezzi completi, magari da rifinire, su cui magari Ivan avrebbe ritoccato qualcosa, ma che arrivano a noi oggi, più di 30 anni dopo, freschi, riconoscibili e soprattutto credibili. Lasciate perdere il “nuovo”, questo è a tutti gli effetti un disco di Ivan Graziani, dove per “disco di Ivan Graziani” intendo una serie di canzoni con dentro l’ironia, il sarcasmo, la dolcezza, le chitarre, l’amore, le donne che da sempre Ivan ha messo nei suoi album. È suonato benissimo ed è arrangiato nel modo che merita. Chiude un cerchio, grazie anche alla pubblicazione con la sua prima etichetta, la Numero Uno, che se purtroppo non ci ridarà indietro il rocker abruzzese, ce ne lascia un testamento importante e ne sottolinea l’importanza dell’eredità.

A 30 anni da Malelingue, sarebbe fantastico che il 2024 fosse davvero l’anno in cui, se pur tardivamente, il nome di Ivan Graziani andasse ad occupare gli spazi che merita, in termini di fama, di influenza, di ricchezza del repertorio. Quello che per anni è stato a mio avviso il “segreto musicale meglio custodito d’Italia”, può grazie a questo album svelarsi a tutti e diventare patrimonio culturale multi-generazionale, come dimostra l’incredibile contemporaneità di queste otto canzoni.

Ogni brano di Per gli amici è al tempo stesso rimando e prosecuzione del discorso musicale di Ivan, citazioni esplicite e atmosfere familiari a noi fans fanno sì che già al primo ascolto emerga forte il suo marchio di fabbrica.

Una donna apre le danze e subito graffia e punge quei luoghi comuni un po’ machisti, di lui che si innamora e si fa stravolgere la vita da una donna “bella come il sole con gli occhi grandi come il mare” mentre gli amici lo prendono in giro e lui finge indifferenza. È il primo accenno all’universo femminile, che Ivan ha sempre trattato con estrema attenzione. E poi nel testo dice la parola “pedalino”, voglio dire, ma chi altri poteva farlo?

Arriva La rabbia e siamo già davanti ad un capolavoro. Un testo breve, che condensa disillusione, amarezza, stanchezza ma anche speranza per il domani ed amore. L’uomo che esce dal lavoro e va al pub vive la stessa vita dei protagonisti della Factory springsteeniana o degli operai cantati dai Gang in Sesto San Giovanni, ha la testa ed il cuore pieno di dubbi e non riesce a spiegarsene il motivo. La stessa cosa capita a Maria, questo nome così banale che coinvolge tutte, nemmeno lei, nemmeno loro sanno il perché di questa rabbia. Non lo sa nemmeno Filippo, che entra in scena nel brano con un ricordo che commuove chi ascolta, figurarsi “quel” Filippo di cui si raccontava prima. Ecco allora che torniamo agli anni dei giochi, dello stare in braccio a papà mentre scrive ed incide, ecco che da sola questa strofa dà un senso a tutta l’operazione; il bambino con le lacrime in tasca è diventato uomo, non ci ha ancora detto se ha allontanato quel velo di tristezza che aveva e se ha capito, almeno lui il perché di questa rabbia; non ce lo ha detto, ma ora sappiamo che è dalla nostra parte.

Commuove anche L’Italianina, delicato ritratto femminile nel quale poter sovrapporre la nostra stessa idea di patria, vista con gli occhi di chi parte. Una donna ed una casa da amare e da tenere con noi anche quando siamo lontani, trattandola con amore ed attenzione, perché sarebbe un delitto che il suo sorriso diventasse brina. La partenza ed il mare sono elementi che ritornano spesso nel disco, in onore forse di quella leggenda che lo vuole nato su un traghetto e chiamato Ivan in quanto Navi al contrario.

A parte gli aneddoti, la figura del marinaio si ripresenta anche nel brano successivo, appunto La canzone dei marinai. Ballata clamorosa, che si inserisce di diritto nella tradizione italiana di canzoni dedicate al mare. Lui parte in piena notte e già sente la mancanza di lei, lei che lo aspetterà, unita a lui “nel cielo, nel vento, nel mare”, nell’amore. Pezzo che racconta una storia a metà tra “il pescatore” di Bertoli, senza tentazioni per lei, forse con meno pericoli per lui, e quella Creuza de Mà che rese il Mediterraneo lo scenario perfetto per un’Odissea in dialetto ligure. Del brano di De Andrè c’è anche il richiamo nel coro “Jo uh ejo” che assomiglia a “eanda eanda” di Faber; suoni, versi, pianti, che ci mettono nelle orecchie il rumore ed il sapore del mare e la fatica di chi lo attraversa. Nel brano compare anche un riferimento all’amore per gli animali, quello che rese Lontano dalla paura un inno animalista ante litteram, con il dialogo tra lui ed il pesce che fa sorridere nella sua semplicità.

Se forse è vero che un brano intitolato TV aveva molto più senso 30 anni fa di oggi, pensiamo a come Ivan demonizzi e ironizzi su quello strumento che (all’epoca) era il simbolo del progresso e immaginiamolo all’opera su pezzo dedicato ai social, agli influencer e a tutto quello che ha reso la televisione un oggetto quasi d’antiquariato (a meno che non sia smart): ecco che il rimpianto di non averlo più qui diventa fortissimo, vero? “Mai più solo” canta Ivan, non è forse l’effimero risultato che questa epoca di iperconnessioni ci ha regalato?

Miley, rosa nera di Napoli è invece un ulteriore ritratto nella galleria che Ivan ha dedicato alle sue donne. La accolgono Agnese, Paolina, la giovane Federica vittima delle malelingue, Marta che cantava “Addio Lugano Bella” e Isabella che vive sui treni, Angelina e la vedova Ricci; perfino quella stronza “magra come un giunco, coi fianchi da bambina” che gli ruba “il 250 giallo di marca giapponese” in Motocross e che con Miley ha in comune la passione per le due ruote ed una grande sensualità. Miley, scura, carnosa, terribilmente sexy, meridionale e vorace. “Miley su quel balcone di Portici. I tuoi capelli dei vortici sul mio petto e su me”. Due righe, una rima certo non telefonata ed ecco che abbiamo già capito cosa sia appena successo tra quei due, quello che i nordici non sanno fare poi tanto bene. Una donna amata e perduta, rimpianta e ricordata, un classico della sua discografia.

L’album si chiude con due episodi superlativi.

Ti sorprenderò è un pezzo sognante, a suo modo profetico. Quel “Vedi sto volando sulle ali del vento si; diventare indistruttibile invulnerabile come me, ma dimmi che mistero è” mette i brividi ascoltato alla fine del suo ultimo disco di inediti; uno sguardo verso un domani dove lui guarderà tutti dall’alto, con la citazione emozionante di Fuoco sulla collina che diventa quasi un estremo saluto.

A chiudere questa mezz’ora scarsa di emozioni arriva la title track, che è davvero un modo fantastico quanto doloroso di terminare un percorso. Chiaramente personale ed autobiografica, la canzone è impegno, promessa e testamento. Come mi auguravo all’inizio, questo deve essere l’anno in cui davvero la voce e la chitarra di Ivan risuoneranno ovunque. Si piange e si ride, come quando finisce una festa, si scherza sui campioni e sulle donne con la lingua lunga, si ride di noi stessi, ma diamine date a quell’uomo una Gibson solid body e le migliori corde sul mercato e la festa continuerà per sempre. Ivan sembra quasi immaginare di essere ai saluti finali, ci promette che suonerà sempre per i suoi amici e nel farlo si permette di autocitarsi, sovrapponendo per qualche secondo Lugano addio e Monna Lisa, come a mostrare ancora alcuni dei suoi preziosi gioielli.

Finisce il disco e non si capisce se sia più la gioia di aver avuto questi 8 regali o il rimpianto di non aver più con noi il loro autore; io personalmente non sono ancora riuscito ad ascoltarlo senza commuovermi almeno una volta.

Una cosa che mi colpisce molto è che molti degli 8 pezzi parlino al futuro; ora, so bene come in italiano usare sempre lo stesso tempo verbale aiuti molto nella scrittura, ma mi piace immaginare Ivan scrivere al futuro ed immaginarsi nel futuro, pensarsi in un domani che ahimè è diventato l’oggi senza di lui.

Dio della musica, chiunque tu sia, ce lo hai portato via troppo presto e questo non so se riusciremo mai a perdonartelo, ma almeno, promettici che avrai sempre un occhio di riguardo, per il tuo chitarrista.

Tracklist:

  • Una donna
  • La rabbia
  • L’italianina
  • La canzone dei marinai
  • TV
  • Miley
  • Ti sorprenderò
  • Per gli amici

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