L I V E – R E P O R T
Articolo di Fabio Baietti immagini sonore di Antonio Spanò Greco
Il Black Inside, da qualche anno, sta investendo sulla musica di qualità, ottenendo sempre maggior riscontro e “visibilità”. L’obiettivo ambizioso del direttore artistico Paolo Zangara e del collettivo dei soci è quello di far diventare il club un nuovo punto di riferimento per un’ampia fetta di fans, orfani di locali dove tornare ad ascoltare artisti e gruppi che hanno sempre meno possibilità di suonare live. Nell’attesa che alcune idee di programmazione che “bollono in pentola” diventino prelibate pietanze autunnali, ecco che il locale di Lonate Ceppino piazza un vero “colpo grosso”, intercettando per una delle sole due date sul suolo italico del loro minitour europeo, gli ottimi Dirty Deep.
Il trio alsaziano, ben noto in Italia solo ad una sparuta nicchia di appassionati, non fa prigionieri e, lo precisiamo subito, ci regala uno dei migliori concerti, non solo di “genere”, a cui si sia assistito nell’era post pandemia.

Un live eclatante, torrenziale nel flusso ma non privo di sfumature e momenti di limpido lirismo. Un suono che ha intelligentemente mischiato sonorità ruvide, limitrofe al “wall of sound”, a finezze stilistiche di pregiata fattura. Le prime, dovute ad una base ritmica che addiziona alla potenza del basso del mastodontico Adam Lanfrey la tecnica ed il dinamismo instancabile di Geoffroy “Joe” Sourp ai tamburi. Le seconde sono tutte farina del sacco di un leader carismatico come Victor Sbrovazzo. Il musicista di chiare ma lontane origini italiane, fondatore del gruppo, originariamente in forma di “one man band”, è nato per stare sul palco.
Assolutamente originale nella tecnica chitarristica e nell’uso sapiente dell’armonica, ha una vocalità simil “chrisrobinsoniana”, duttilità delle corde vocali che gli permette di colorare di espressività le (poche) ballate proposte (la bucolica Release me, in una versione da brividi per voce, chitarra e alcuni fans sul palco) e di essere totalmente credibile negli episodi saturi di garage blues, in cui la voce deve tenere testa a ritmi serrati e volumi ad alto voltaggio.
Presa poi confidenza con il pubblico, dopo due brani di “rodaggio”, il Nostro diventa istrione e maestro di cerimonie. E allora, dopo una pazzesca versione di Donoma con singalong incorporato, l’anatema «let me tell how good you’re…salute!» sancisce un legame anche fisico tra palco e platea, luogo di svariate incursioni nei brani seguenti.

Un set in cui è arduo segnalare degli highpoints, vista la compatta qualità della set list. Note di merito, in ogni caso, alla quieta You’ve got to learn, al classic blues di Let it ride, alla Wild animal che, nell’aggettivo racchiude la potenza della ritmica e l’indole del cantato. A dir la verità, un momento da ricordare è una versione di Medicine man («this song is for all the bartenders in the World, We salute them!») che nasce ipnotica e finisce in una memorabile cavalcata elettrica in platea. Pubblico ormai esaltato, con i bis che hanno consolidato l’atmosfera incandescente. Tra i tre brani, sicuramente Bottleneck era quello più atteso ma ai Dirty Deep, a quel punto, sarebbe stato concesso di suonare anche un elenco telefonico…
«You’re fuckin’ rock!» è la finale dichiarazione d’amore di Victor per un pubblico partecipe ed entusiasta, coinvolto in un sabba elettrico da una band che ci ha erudito sullo strano e, solo sulla carta, improbabile gemellaggio tra l’Alsazia ed il Mississippi.
Allez les Bleus!!!











Rispondi