R E C E N S I O N E


Recensione di Haron Dini

Il buon Simon Raynolds ci vide giusto quando scrisse in un articolo sulla rivista musicale The Wire che il post – rock doveva essere il genere rock plurimo del futuro. Un tipo di rock ad ampi spettri, il cui il suono aggressivo si andava a collocare in territori musicali che si trovavano anche agli antipodi. Purtroppo, ahimè, in Italia c’è stata molta confusione per quanto riguarda questa nomenclatura poiché gruppi come i Giardini Di Mirò sono arrivati abbastanza tardi e non si può parlare di post – rock nella sua massima espressione, ma piuttosto di una concezione contaminata. Andando avanti con gli anni il genere è sembrato essere di proprietà più statunitense, ma anche nord europea, un’osservanza che possiamo fare anche nostra. Sicuramente l’elemento che contraddistingue questo tipo di rock è la scelta di un sound affusolato alla Radiohead, che sono sempre stati i protagonisti indiscussi. Di conseguenza l’Italia ha sempre un po’ tentennato all’interno di questo ambito artistico, non arrivando mai ad avere una rilevanza anche nelle “chart” internazionali.

Da Foligno arrivano i Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, che ritornano a sette anni di distanza dal loro precedente album – Corners (2017) – un capitolo che ha pescato molto bene da My Bloody Valentine e un certo tipo di indie rock alla Arctic Monkeys o Kings Of Lion. Bloom (2024) – rivendica e ripercorre i binari della gioventù sonica, esperienze e luoghi remoti della shoegaze camminando nei suoni emozionanti ma anche violenti, desertici e aridi. Foligno è una città del centro Italia nella regione umbra senza sbocchi sul mare, però i Tiger! Shit! Tiger! Tiger! hanno occhi puntati verso l’Atlantico e dal 2006 hanno saputo miscelare la rabbia giovanile e adolescenziale del rock americano anni ‘90. Le terre di confine dei Tiger sono senza dubbio Smashing Pumpkins, Mogwai o addirittura i più recenti Slift, ma sin dalla prima canzone Memory si assiste ad un giro di carte che detta un nuovo linguaggio della band, ovvero la cupezza. Se i precedenti capitoli sono stati in tonalità maggiore, questa volta è l’esatto contrario. Le dissonanze e il suono roccioso di Stones la fanno da padrona per tutta la canzone, per passare il testimone alle seguenti Dark Thoughts e Endless, dal retrogusto spiccatamente stoner. Bloom incarna un dialogo che conduce la band all’espressione di una natura intima, che si soddisfa vanitosamente anche delle proprie ferite del passato e Blanket, una su tutte, dona un ampio respiro a questa attitudine.

Successivamente si passa a brani più morbidi, come In Between o Hands Down, che potremmo considerare le vie di fuga dal dolore dell’ascoltatore, ma anche della band stessa, per poi trovare riparo in Afterwards. La conclusiva Melting Forest è un grande tributo vocale a Ian Curtis e in generale ai Joy Division, in cui l’oscurità e il gotico del rock si vestono di un velo onirico connazionale, regalando nella sua conclusione un ascolto che arriva a toccare tasti fragili del nostro animo. L’album è stato registrato, mixato e masterizzato completamente in analogico presso il VDSS Recording Studio di Frosinone da Filippo Passamonti (in passato in studio con Kurt Vile). L’artwork di Bloom, invece, è stato curato dalla visual designer di Brooklyn Keeley Laures, che ha collaborato con band ed etichette anche d’oltreoceano, come i già menzionati My Bloody Valentine e Lemonheads.

Bloom è un viaggio mistico, abrasivo, che si avvicina quasi a sonorità Doom Ambient, ma che vede anche dei barlumi di speranza, una speranza data da anime forti, come è forte il suono di questo disco. Per gli amanti del genere si consiglia di tenere d’occhio questa realtà che ormai vanta quasi 20 anni di carriera. I Tiger! Shit! Tiger! Tiger! sembrano ancora disposti a percorrere il territorio spettrale del rock e questo è di buon auspicio anche per il futuro.

Tracklist:
01. Memory
02. Stones
03. Dark Age / Dark Thoughts
04. Endless
05. Empty Pool
06. In Between
07. Blanket
08. Hands Down
09. Afterwards
10. Melting Forest

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