R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’ultima volta che Off Topic si è occupata di Abdullah Ibrahim, uno tra i più grandi pianisti jazz di sempre, era il 2021. Eravamo tutti stupiti nel constatare come, all’età di ottantasei anni, il pianista sudafricano stesse riscuotendo plausi unanimi e trasversali per quel suo album live, Solotude, che avrebbe quasi potuto essere il suo epitaffio artistico – puoi leggere qui. Un lavoro molto poetico, intenso, una traccia emotiva che mostrava aspetti di serenità appagata ma anche testimonianze più drammatiche dell’intensa vita, artistica e non, del musicista di Capetown. Non dimentichiamo infatti che Ibrahim è stato uno dei simboli della lotta contro l’apartheid. Fu costretto all’esilio in Europa e negli USA per fuggire la gogna della discriminazione razziale, abbandonando i Jazz Epistles, formazione nella quale suonava un altro grande artista sudafricano come Hugh Masekela. Dopo aver conosciuto il fior fiore dei musicisti statunitensi presenti negli anni ’60 e in seguito aver collaborato fattivamente con molti di loro, Ibrahim si è potuto costruire una solida carriera di musicista e compositore. Solo nel 1990 poté ritornare in Patria, accolto a braccia aperte da Mandela in un regime, almeno ufficialmente, liberato dal razzismo. Oggi, dopo tre anni da quell’ultimo Solotude, l’indomito Ibrahim torna con un disco doppio – due Cd e addirittura tre Lp – intitolato semplicemente “3”, come il numero dei musicisti che vi partecipano.

Infatti, accanto allo stesso pianista, troviamo in questa circostanza due artisti ben navigati, entrambi membri dell’ensemble Ekaya diretto dallo stesso Ibrahim. C’è dunque il flautista e sassofonista Clave Guyton – ha suonato con Joe Henderson, Stanley Turrentine, Nat Adderly, Duke Ellington, Ray Charles, Aretha Franklin ecc… – e l’altrettanto esperto Noah Jackson al contrabbasso e al violoncello – nel suo carnet ci sono collaborazioni con Nnena Freelon, Brandford Marsalis, Kenny Garrett. Questo “3” è stato registrato al Barbican Centre di Londra la scorsa estate ed è composto da due parti, la prima registrata senza pubblico il pomeriggio precedente allo spettacolo e la seconda in pieno climax live serale con la calda presenza – lo percepiamo dall’intensità degli applausi e dalla loro durata, addirittura oltre tre minuti a chiosa della performance di Mindif – della folta partecipazione di appassionati che hanno contribuito al sold out del concerto. Ibrahim non ha, ovviamente, l’energia percussiva dei suoi anni passati. Ma ha conservato intatta la sua enorme grazia interpretativa, la rilassatezza nella proverbiale capacità d’improvvisare e quel peculiare tratto del suo stile, spesso presente soprattutto nelle più recenti esibizioni live, caratterizzato dalla ricerca d’un accompagnamento rado, armonicamente essenziale, sfrondato da ogni artificiosità. Questa dimensione a trio esclude le percussioni e regala a volte un’atmosfera più arcaica, primordiale, che aiuta a mantenere la concentrazione dell’ascoltatore sul puro sviluppo delle linee melodiche. L’assemblaggio di vecchi e nuovi brani dell’Autore e di altri compositori, ad esempio Ellington e Coltrane – con i quali Ibrahim ha direttamente collaborato – aiuta a farci un’idea globale della capacità di questo piccolo ensemble nel passare con naturalezza da momenti di intimo raccoglimento ad altri più dinamici. I canali comunicativi canonici sono ovviamente associati a modelli profondamente legati alla tipica fraseologia jazz, non immuni comunque da influssi che provengono sia dalla musica classica che dal repertorio più tradizionale sudafricano, insomma da tutto ciò che ha caratterizzato la via maestra nell’espressione musicale di Ibrahim. Inoltre la presenza esclusiva di piano, flauto e contrabbasso non è qualcosa a cui assistiamo di frequente nell’ambito della musica contemporanea e porta con sé qualcosa di insolitamente introspettivo e atipico. Aiutato dal Fazioli F278 Gran Coda, una poderosa macchina musicale da concerto, Ibrahim libera tutta la sua dimensione lirica di sensibilità ed empatia, confermando di essere non solo uno tra i pianisti più bravi della scena jazz contemporanea, ma anche tra i più amati e rispettati, almeno a giudicare dalla risposta affettuosa del pubblico londinese.

Inizia in sordina la prima parte, costituita da brani nella media piuttosto brevi, con la traccia Barakat. Due accordi di piano e Guyton che prende il fiato sul flauto, tra le corde pizzicate del violoncello di Jackson, per un tema portato con la delicatezza di un bel vibrato. Molto bello il contrappunto a progressione melodica discendente dello stesso violoncello. Ibrahim resta volutamente in secondo piano, lasciando ai suoi sodali la scena principale. In Tsakwe è il contrabbasso che inizia vigorosamente e che precede la comparsa del flauto, mentre appare, praticamente in sottofondo, l’accordo di tonica del piano, forse per rimarcare la tonalità di base della stessa traccia. Un buon dialogo tra il flauto con le sue linee melodiche e la frenetica corsa sulle corde di Jackson completano l’opera. Krotoa è un brano molto studiato di solo piano, appena accennato nella sua segreta melodia, quasi che l’Autore volesse celare i suoi sentimenti dietro una cortina di note ricche di dissonanze strategiche, che si esauriscono via via che il brano procede. Ogni tasto riverbera, crea spazi attorno a sé tracciando una profonda, magnifica scia introspettiva. Maraba si propone con un’introduzione di piano che richiama un’atmosfera gospel, subito ripresa dal flauto e dalla scansione del contrabbasso. Il tema, molto semplice e melodico, viene ripetuto più volte, tra gli accordi discreti del piano e la robusta, avvolgente cavata di Jackson. Ishmael accentua il ritmo innescando una linea di note dall’aroma orientaleggiante e lasciando che il flauto e il contrabbasso se la raccontino tra loro. Mindif, già presente nel precedente Solotude, è uno splendido pezzo eseguito a tre, sorretto inizialmente dopo una breve introduzione pianistica, dal flauto e dal violoncello. Un’aria cameristica che si svolge un po’ alla maniera classica, con Guyton superbo nel suo soffio iridescente ed un violoncello che non è certo da meno. Ibrahim immette solo poche note, più che altro frammenti di raccordo con qualche appoggiatura jazzy. Si passa ora nella seconda parte, quella con la presenza del pubblico, ed è subito una versione del notissimo In a Sentimental Mood, scritto da Ellington nel 1935. Come spesso succede nel computo dei brani di questo album, Ibrahim limita molto la sua partecipazione, lasciando abbondanti spazi al flauto e al contrabbasso – o al violoncello, a seconda dei casi. E anche in questa occasione il tema e le improvvisazioni vengono sostenute prevalentemente dal flauto, punteggiato dai richiami dell’accompagnamento di Jackson. Efficacissimo e bravissimo Guyton che da solo, praticamente, al di là di qualche accordo di piano ogni tanto, conduce il brano direi con molta saggezza strumentale. E si procede ora con un altro, epocale pezzo, vero punto di svolta nella storia del jazz. Sto parlando di Giant Steps, estratto dall’omonimo album di John Coltrane edito nel 1960. La famosa sequenza d’intervalli e di cambi tonali viene qui affrontata solo dal contrabbasso che naturalmente la ingloba in un viluppo strettissimo di note improvvisate. Jackson ci mette l’anima oltre la forza delle dita e conduce in porto il brano tra gli applausi convinti del pubblico.

Con Reprise 1 Ibrahim sembra catturare le prime note del brano precedente e a lavorarci con impeto melodico per trasformare il tutto in qualcosa di diverso. Per oltre quindici minuti, l’Autore costruisce una lunga e lenta scivolata di immagini interiorizzate macchiate di blues, tenendo fermo il centro tonale da cui sembra voler continuamente sfuggire per poi tornarvi alla ricerca dell’originale strada melodica. I molteplici accordi utilizzati e le soluzioni armoniche sono attratte dalla fondamentale idea melodica e si conformano in continue rarefazioni, nelle risoluzioni obbligate e in uno spirito blues via via più evidente mentre progredisce il brano. Dalla seconda parte in poi si avverte la potente calamita di un centro armonico che richiama a sé anche le note apparentemente più recalcitranti. Finale sempre più introvertito che va a chiudere con una malinconica aria classico-romantica. Senza soluzione di continuità si scivola nel brano successivo, Water from an Ancient Well e, dopo la lunga, precedente cavalcata pianistica, si rimane quasi sorpresi dalla comparsa del flauto che accompagnato dal passo lento del contrabbasso disegna insieme al piano una specie di gospel-blues, con una lunga improvvisazione e qualche inserto alla Roland Kirk. Va in assolo il contrabbasso con la foga che sembra a tratti contraddistinguere lo stile di Jackson. Poi torna il sereno tema principale e si chiude con spirito blues. Esplode il pubblico con applausi e grida di partecipazione. Nisa è una traccia datata originariamente 1978 ma che ritroviamo, come alcune altre del resto, nel già citato album Solotude. L’introduzione è sempre affidata al pianoforte, sostenuto dal contrabbasso. Per via dell’aria sudamericana, con numerose note ribattute del flauto, questo brano offre allo strumento di Guyton l’opportunità di librarsi letteralmente in volo, una volta abbandonato il percorso obbligato dell’approccio iniziale. Lungo assolo di contrabbasso e ripresa del tema col ritorno del flauto e delle sue note ripetute. Forse il brano meno convincente, però, di tutta la selezione. The Wedding era già comparso in Solotude del 2021 ma alla versione di solo piano presente in quell’album, ora se ne sostituisce una con Guyton che si diletta al clarino. La suggestione più forte proviene dal contrappunto tra lo strumento a fiato e il violoncello che insieme costruiscono un movimento arioso, malinconico e nostalgico che mi ha ricordato Ennio Morricone. Grandi applausi, pubblico in apparente visibilio. Tuang Guru viaggia sulle note prese d’un fiato da Jackson mentre Guyton passa all’ottavino e il timbro acidulo e acuto dello strumento corre irridente infilandosi tra le corde del contrabbasso. Il piano compare solo a metà brano, con qualche accordo carico di misteriose assonanze indio-orientali. Il gioco riesce comunque bene, offrendo all’insieme un alone particolare di stranezza. Reprise 2 sembra ricominciare sulla falsariga di The Wedding, più che altro è però il pretesto per una nuova, lunga improvvisazione per solo piano di altri quindici minuti e oltre. Questa volta Ibrahim affronta inizialmente un brano modale, con un accordo di base che viene continuamente aggirato e ingannato fino alla comparsa di una scala simil-andalusa. Una cascata di dissonanze è l’abbrivio per la continua fuga attraverso tonalità diverse fino a quando sembra che il pianista riesca a trovare un modulo reiterato con la mano sinistra, su cui imbastire la prossima melodia. Ma non è così semplice. Ibrahim cerca, trova, smarrisce volutamente ciò che ha appena acquisito e riparte alla ricerca di nuove angolature armoniche. Il blues, inaspettatamente, sembra far capolino tra le sue frasi ma è inizialmente allucinato, si tramuta in gospel, in pop song e insomma la musica segue la rapida mutevolezza degli stati d’animo dell’esecutore, quasi attenta a non farsi rintracciare e analizzare più di tanto. Dreamtime era anch’essa presente in Solotude, ed è proprio un tempo senza tempo che fluisce con rilassatezza e distensione mentale tra le sporadiche note del piano e del basso. Una dimensione dipinta – è il caso di usare questo participio – che ricorda le vaporose figure sospese a mezz’aria di Chagall. Una bellezza pacificante avvolge il brano, sintetico e senza orpelli. Skippy è un pezzo scritto originariamente da Thelonious Monk nel 1952, che ritroviamo anche nel più recente album di Ibrahim The Balance del 2019. L’introduzione pianistica sembra trarre in inganno ma la citazione monkiana che compare tra le note iniziali già c’indirizza verso la giusta direzione. Gran festa per il flauto e il walking del contrabbasso ma è soprattutto Guyton a divertirsi, legando le apparenti note disperse in un filo che cerca di avere una propria, ragionevole logica. Blue Bolero è uno tra i temi più belli mai scritti da Ibrahim e deve piacere particolarmente anche allo stesso autore, dato che in Solotude lo ha riproposto tre volte con variazioni differenti. L’andamento è quello di una barcarolle, languidamente sospesa in un clima classico-romantico. Il brano scivola senza interruzioni in Mindif, già comparsa nella prima parte dell’album. Qui viene riproposta in maniera molto simile durante l’esposizione della prima parte, poi cambia, ovviamente, l’intenzione improvvisativa del flauto ma il clima resta costante, costruito in quell’atmosfera cameristica che avevamo già rilevato nella prima parte. Il pubblico ammutolisce per un attimo, al finale del brano, poi fa partire il lungo applauso, strameritato da tutti i componenti del trio. Chiude definitivamente Trance-Mission, uno spiritual solo cantato con un filo di voce grezza dallo stesso Ibrahim, in una sorta di commiato finale. Si può avvertire, nell’aria, persino la fluttuante commozione del pubblico.

Una combinazione a trio veramente grandiosa, quella proposta da Ibrahim con Guyton e Jackson. Un cenacolo ad altissimo livello emotivo e tecnico, come ci è consentito solo raramente d’approcciare. Ibrahim si fa possedere dai suoi spiriti benigni in un classico adorcismo, come uno sciamano dal potere terapeutico in grado di indicarci la miglior medicina contro il bruitismo rumorista di certe avanguardie.

Tracklist:
CD1
01. Barakat (3:28)
02. Tsakwe (1:43)
03. Krotoa – Crystal Clear (3:55)
04. Maraba (2:31)
05. Ishmael (1:43)
06. Mindif (4:22)
CD2
01. In a Sentimental Mood (6:24)
02. Giant Steps (3:19)
03. Reprise 1 (15:12)
04. Water from an Ancient Well (8:54)
05. Nisa (6:01)
06. The Wedding (5:14)
07. Tuang Guru (7:33)
08. Reprise 2 (15:38)
09. Dreamtime (4:23)
10. Skippy (6:29)
11. Blue Bolero (1:06)
12. Mindif (7:00)
13. Trance-Mission (3:07)
14. Mindif (4:17)
15. Water from an Ancient Well (4:04)

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