L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Monica Gullini

Ebbene sì, ce l’ho fatta ad ascoltare dal vivo quel piccolo miracolo che è Mondo e Antimondo di Umberto Maria Giardini. Dopo averlo avuto tra le mani in anteprima, dopo averne parlato in una recensione col più alto tentativo di imitazioni (qualora voleste leggerla o rileggerla, la trovate qui), finalmente ne scrivo da spettatrice. Lo Scumm è un locale – non me ne vogliano i gestori – molto piccolo, poco adatto a un set elettrico come quello della band. A fine concerto l’artista ha voluto sapere dalla mia voce se c’erano troppe distorsioni, e io ho annuito. Malgrado questo, lo spettacolo è stato meraviglioso, appassionato, proteso verso l’Assoluto. Umberto mi ha condotto per mano di fronte al cancello dell’Antimondo spazzando via qualsiasi altra cosa. Il live inizia con i colpi di rullante misti a grancassa di Urania, traccia incantevole, rabbiosa e malinconica di Protestantesima. Il batterista pesta come un fabbro, le due chitarre (alla destra del frontman, l’insostituibile Marco Marzo Maracas) danno subito la dimensione della piega che prenderà la serata.

Il musicista marchigiano è di poche, pochissime parole, è molto timido e non molla la presa dallo strumento. Sorride e ringrazia i presenti, abbassa il capo e si getta a capofitto nella stupenda melodia di Argo. Il ritmo è travolgente, le corde non smettono di vorticare su se stesse, la tastiera è sovrastata dai colpi di rullante (amplificare la batteria in uno spazio così angusto, a mio avviso, non è stata una scelta azzeccata); l’ex Moltheni chiude il pezzo con dei sapienti arpeggi e si abbandona alle note di Tutto è Anticristo, Non sarò obiettiva e non solo perché il mio amore per la sua musica parte da La dieta dell’imperatrice. Dovete sapere che ho aspettato quattro lunghissimi anni prima di piangere senza freni davanti a lui, in quel Teatro Leopardi di San Ginesio funestato dal terremoto del 2016. Il mio conterraneo ha descritto con precisione millimetrica istantanee della mia esistenza, e Tutto è Anticristo è una di loro. Con grazia solenne, sfidando la forza di gravità, si inerpica su quei fiori di maggio e giunge sul binario di una certa città che per me, tempo fa, è stata casa; la chitarra segue il cantato con delicatezza estrema, la batteria picchia seguendo quasi l’andamento di una marcia. In prossimità del ritornello Giardini si lascia andare a piccoli sospiri, mentre tutti intorno a lui tacciono. La sua voce conduce gli strumenti in una psichedelia dalla coda rock ben delineata; il sussurro diviene presa coscienza di un sentimento che ramifica in profondità, risalendo le arterie e spaccando il cuore in due (perché non dirlo / che sei dappertutto / persino nel piatto in cui mangio e poi lavo). Ritmo veloce e incalzante in A volte le cose vanno in una direzione diversa, che si attenua e impallidisce di fronte alla raffinata Luce; finalmente arriva il momento di sfoderare i nuovi pezzi, e non esiste brano migliore di Re per trascinarmi sempre più in quel rito pagano che scende a capofitto nelle profondità della terra. La filastrocca su cui poggia l’intero componimento è ipnotica e affonda i suoi muscoli nel suolo ingrato: altalene sghembe, simbolo di una giovinezza che non ritorna e di una nostalgia che permea tutto l’album, cancelli che non si aprono perché la natura matrigna vorrebbe strangolare il collo, mentre la chitarra compie lo stesso giro su se stessa, la tastiera risuona delicata e i pedali si alzano e si abbassano.

Re dal vivo ha una potenza devastante e Giardini cambia posizione in maniera esemplare, ora poggiando sicuro sulla note basse, ora sfoderando le alte con una naturalezza sopraffina. Il riff di Maracas ritorna costante, il rullante è preciso e implacabile, i rintocchi di campane dell’inizio sembrano risuonare ancora. Sono ammaliata, completamente affascinata da quella melodia, me la godo tutta e chiudo gli occhi pensando alle immagini che ho visto nitide davanti a me sin dal primo ascolto. La traccia che segue, Pregando gli alberi in un ottobre da non dimenticare, è un classico che non manca mai nel repertorio della band. C’è lo sforzo titanico della natura di stare al passo con il protagonista (passo rappresentato dai tocchi di tastiera che salgono e scendono per tutta la durata della canzone e dalle corde distorte che amplificano il pathos), c’è l’attesa spasmodica di un incontro con la regina di un mondo che fu (nella poetica giardiniana è sempre un eterno feminino, un essere inafferrabile con movenze e grazia imperiali), c’è la nostalgia del passato. Il pezzo ha una coda strumentale lunghissima e si sviluppa in una lenta e decadente psichedelia, terminando con un rumore simile a vetri infranti, come se l’incantesimo di una fiaba si stesse spezzando, mentre l’interprete, noncurante di cosa lo circonda, si affida agli alberi in una struggente preghiera. Una sapiente corsa verso l’ignoto è l’intro de Il sentimento del tempo: Maracas è preciso, puntuale nell’emissione di ogni suono sulla dodici corde. Il musicista marchigiano si diverte a creare effetti psichedelici e la batteria è un tripudio di hi-hat e rullante. Tutti i miei limiti / tanti ne avevo e tanti ne ho / Miracolami però / Non mi dipingere come colui che ti amava per fare l’amore di notte / Quando non c’era lui / E invece vivo lì c’ero io: ecco esplodere la passione e al tempo stesso il rimprovero per essere considerato un ripiego.

La speranza di essere “miracolato” si infrange di fronte alle promesse che una città come Bologna ha disatteso al punto tale che tutti gli strumenti, quasi muti e sottili durante la strofa, nel finale cadono preda della furia pitica dell’intro e si susseguono l’un l’altro senza sosta. Altro tuffo nel passato con Alba Boreale, accattivante brano di apertura di Futuro Proximo, altro ritmo similare alla marcia, ben cadenzato dalla batteria e da quell’amore tridimensionale in grado di eliminare qualsiasi margine di errore; il giro di basso è ipnotico ed emerge con prepotenza nel finale. Prende la parola Umberto e confessa di aver preferito un set elettrico per questo tour, tenendo così fuori molti pezzi di Mondo e Antimondo. Capisco immediatamente che non eseguiranno Muro contro Muro, una delle mie preferite che poggia quasi interamente su di un tappeto di piano. Mi sorride, forse perché coglie l’evidente delusione, e annuncia che torneremo di nuovo indietro nel tempo con Versus Minorenne. Il premio di consolazione mi strappa un flebile sorriso, perché io amo follemente la trama dipinta dalla chitarra, molto più rock e dirompente rispetto ai brani precedenti, e i picchi che la voce riesce a scalare, veri e propri miracoli in alta quota. Un sogno è Molteplici e riflessi, con gli strumenti quasi rarefatti, in un limbo sospeso tra realtà e visione, interrotta dai colpi di rullante e dalle corde impegnate a mantenere vivo quel vortice onirico che mi slega dalla terra; ecco che si fa strada quel suono di carillon d’altri tempi di Mondo e Antimondo ed è qui che esplode veramente la band. Il vertice della serata è tutto qui, nel pezzo che dà il titolo all’album. È come lo avevo immaginato: chiudo gli occhi e vedo quel cammino di fede pagana che ha portato l’artista a scrivere uno dei capolavori della sua intera produzione. Maracas sfiora con delicatezza le corde e guarda il musicista marchigiano, in estremo raccoglimento, mani sulla chitarra e palpebre socchiuse. Le tastiere fluttuano appena nella prima parte del brano finché un susseguirsi di colpi non risveglia tutti dal torpore: è qui che l’Antimondo termina, quella sfera ideale dove è rimasta la giovinezza, la passione, l’amore più puro. Nel mondo restano solo la sofferenza e le infinite rinunce che quella via crucis porta con sé. Umberto cammina a piedi nudi con una naturalezza disarmante e con la consapevolezza di chi ha lo sguardo puntato verso un futuro che ha ancora qualcosa da offrire: le spine penetrano in profondità, ne sente il morso in ogni anfratto della carne ma non smette di cantare a pieni polmoni, con un dolore misto a speranza e, nonostante tutto, con fiducia. Gli strumenti partecipano alla celebrazione in perfetta armonia, persino la chitarra, che si distorce appena per creare un ponte verso il brano successivo, Andromeda. Maracas, compositore della melodia, all’unisono con la grancassa trascina il pubblico in quelle meravigliose fascinazioni rock anni Novanta (Alice in Chains su tutti) che pervadono l’intera canzone.

Il timbro di Umberto si fa ancora più caldo, quasi volesse omaggiare Mina facendo sfoggio di tutta la passione che ha in corpo (nuotando nell’arcipego / amore mio / terrore mio: echi moltheniani nelle liriche e languore mazziniano nei toni, cosa si potrebbe chiedere di più?), mentre intorno a lui i musicisti impazzano, tenuti insieme dal timing perfetto del batterista. Fanno per salutare gli astanti che chiedono Moltheni, ma non lo avranno: Giardini sorride, le sue dita accennano l’intro de Il trionfo dei tuoi occhi. Ebbene sì, mi è saltato il cuore in gola e ho pianto nel vederlo eseguire in solitaria uno dei capisaldi del suo repertorio. Il tempo si ferma, la magia è guardarlo mentre, quasi in trance, sussurra e arpeggia. Ogni volta che canta Mari e oceani nuoterò / chiedendo all’acqua che ti dia / la fatica mia penso che non esiste una dichiarazione d’amore al mondo al pari di questa, perché si deve essere realmente devoti e innamorati per sfidare le onde sulla lunga distanza. Chiude la serata Vita Rubina, uno dei pezzi iconici di Moltheni, a conclusione di un set elettrico improntato alla nostalgia e al disincanto. Il tempo ha portato via con sé la giovinezza e si può soltanto guardarla da lontano, rimpiangendola per gli errori commessi. La vita, che una volta sarebbe stata incollerita con lui, ora gli sorride fiduciosa. In primis perché dal vivo insieme ai suoi sodali riesce a creare atmosfere uniche, dove rock, grunge e psichedelia si fondono a perfezione; in secondo luogo perché la sperimentazione è la linfa che spinge la band continuamente in avanti. La cura di ogni suono e di ogni nota sono maniacali, la voce è appassionata, limpida e raggiunge vette altissime con grazia estrema. Ascoltarli dal vivo è un balsamo per l’anima. Non è necessario arrivare sulla sommità del Monte Ventoso per ricevere la propria personale catarsi: basta adocchiare una data del tour e aspettarli in prima fila, come ho fatto io. Perché se, come me, siete così assetati di meraviglia che solo lo straordinario ha potere su di voi, non potete lasciarli andare.

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