L I V E – R E P O R T
Articolo di Margherita Cattaneo, immagini sonore © di Nicola Codispoti e Marianna Fornaro
“Under the heel
Heard you’re lower than hell
‘Cause you’re keeping it real
Is it treating you well?”
Dopo essersi conquistati svariati sold-out in tutta Europa, lo scorso 13 aprile gli Yard Act sono approdati a Bologna per la prima di due date nella penisola italiana. Reduci da un piccolo tour promozionale per il loro ultimo lavoro in studio Where’s My Utopia? uscito a marzo, si sono imbarcati in un lungo tour europeo dove hanno portato il loro teatrino dance utopico. La serata al Locomotiv Club viene aperta dal neo-soul di Murkage Dave. Sale sul palco con la sua “band”, composta da uno stereo e una cassetta che ci presenta sorridente. Dave riesce ad affascinare il pubblico grazie ad una presenza scenica impeccabile: canta con un’incantevole sicurezza e grazie a ciò riesce a veicolare con classe le emozioni della sua musica. Soul, anima, Murkage Dave si presenta tra brani che parlano di rotture amorose o che scherzosamente sconsigliano di trasferirsi a Londra. Ci racconta anche di come si sia ritrovato ad aprire per una band come gli Yard Act, ovvero inviandogli una semplice demo attraverso Instagram. Con il cuore aperto finisce il suo set, dove da solo è riuscito a farsi conoscere e a conquistare tutta la sala, che rimane un po’ amareggiata di vederlo andare via. Salutando il pubblico di Bologna, Murkage Dave e il suo stereo scendono dal palco, sul quale viene nuovamente chiuso il sipario.

Alla sua riapertura il pubblico scoppia in un rumoroso applauso per accogliere gli Yard Act, che si posizionano alle loro postazioni e attaccano con il brano iniziale di Where’s My Utopia?: An Illusion. Ed è così che inizia il nostro viaggio all’interno del mondo della band inglese, in uno show curato nei minimi dettagli in grado di attraversare le diverse storie ed emozioni presenti nella discografia del quartetto di Leeds. La scaletta non segue il corso dell’album, ma abilmente assorbe brani provenienti dal debutto The Overload, incastrandoli nel discorso tematico di Where’s My Utopia? e dello show messo in piedi dalla band. Capitanati dai fondatori James Smith e Ryan Needham, rispettivamente voce e basso, seguiti da Sam Shipstone alla chitarra e Jay Russell dietro la batteria, in tour sono accompagnati anche dal tastierista/sassofonista Christopher Duffin e dalle coriste Daisy J.T. Smith e Lauren Fitzpatrick.

Ma in cosa può consistere un concerto di una band che si è staccata da un genere grintoso come il post-punk per approdare in acque dance più orecchiabili? In un vero e proprio show, che mantiene la rabbia e l’ironia al suo cuore ma che riesce ad animare comunque il pubblico, facendolo stavolta ballare e canticchiare un po’ di più, mantenendo però i momenti per del sano headbanging. Dopo An Illusion veniamo subito catapultati nell’accusatoria Dead Horse, a ricordarci le origini e le posizioni più politiche della band: una descrizione dell’ipocrisia e ignoranza mostrate dall’Inghilterra in tempo di Brexit che viene qui posizionata ingegnosamente per rafforzare l’idea di un’utopia costruita e inesistente, delle sue molteplici contraddizioni. La storia continua con la maschera da clown di When The Laughter Stops, uno dei singoli estratti dall’ultimo lavoro. Esibizione adornata da coreografie dove Daisy e Lauren si atteggiano a folletti maliziosi posti al fianco di James, che lo tormentano picchiandogli la schiena e saltandogli addosso in un finale delirante, su chitarra graffiata in un vortice strumentale denso e destabilizzante. La serata continua sulle note della movimentata seppur tormentata Grifter’s Grief, per poi addentrarsi nel sound più punk di Pour Another. Si nota dal vivo come la natura dance degli Yard Act sia in realtà sempre stata presente nella loro produzione: gli incastri tratti dal primo LP funzionano molto bene dal punto di vista musicale ma anche tematico, usati per mettere a fuoco aspetti affrontati nei brani dell’ultimo lavoro. Passano dal definirsi truffatori addolorati che devono scendere a scomodi compromessi pur di fare i musicisti, arrivando a cantare di gioia in stato di miseria e di solidarietà verso chi come noi sta male. Un gioco di significati stravolti e presenti sempre in una duplice essenza ironica.

Il teatro alla ricerca dell’utopia si anima grazie alla grande energia che la band riesce a trasmettere, che scoppia nell’attesa We Make Hits: ed è così che il palco si anima di balletti, con Daisy e Lauren che si affiancano a James per cantare della storia d’origine della band.
Una saturazione di avvenimenti, con da una parte la chitarra di Sam che sfocia in riff decisi ed esplosivi, dall’altra James in veste di vero e proprio attore che si esibisce nelle sue intricate storie, e da un’altra Ryan al basso con un charme stiloso che ti incanta e trasporta: non esiste un attimo di tregua durante il concerto, ovunque ti ritrovi ad indirizzare orecchie e sguardo incontri una nuova strada, un nuovo pezzo di un puzzle infuocato che ti trascina in un vortice di sorrisi, frustrazioni e balletti. Un attimo di pausa arriva durante l’atteso gioco della ruota, dove viene chiamata una persona dal pubblico per far girare una ruota che si poserà casualmente su un brano tratto dall’EP di Dark Days, per essere eseguito seduta stante. Momento divertente che rompe la parete tra pubblico e band, dove il primo si sente parte delle scelte della seconda e quindi con una voce più prominente in merito. Un aspetto meno felice si può volendo leggere nel significato indiretto di come gli artisti al giorno d’oggi siano delle macchine produttive dotate di un catalogo di merce, ovvero le canzoni, e di come queste siano apparentemente tutte uguali e indifferenti alla scaletta. È a suo modo l’ennesimo commento e l’ennesima presa in giro dell’industria musicale che gli Yard Act portano avanti, avvolto in un alone di leggerezza non seriosa ma pregna di spunti interessanti.

Dopo l’esibizione di Dark Days attaccano con la corta ma indimenticabile Witness (Can I Get A?), dove Sam cattura l’attenzione di tutti infuocando il palco con la sua chitarra. La serata si srotola su Down By The Stream, che all’ascolto su disco non avrei considerato accattivante come poi si dimostra dal vivo: non è l’unico brano dove ho questa impressione, e si deve all’energia costante e infervorata che la band mantiene durante tutta la serata. La conclusione di Down By The Stream viene eseguita da James con una sincera modestia, catturando il pubblico che resta appeso alle sue parole dove ammette delle sue colpevolezze mostrandosi imperfetto e umano. La forza di questo concerto è anche questa: l’abilità della band nel veicolare molteplici aspetti della vita umana sia personali che collettivi, passando abilmente tra momenti di alienata spensieratezza in altri di consapevole sconforto, riproponendo la moltitudine di emozioni schizofreniche date dai ritmi della società odierna.
La serata si rianima entrando in uno dei singoli più incisivi e identificativi dell’album: Dream Job. Giri di basso funk e riff di chitarra che spingono tutti a ballare e cantare, trasformando il Locomotiv in una sorta di sgangherato studio 54 in cui è vivo e presente il desiderio di far durare questo momento “all night long”. La band si mostra enormemente grata di essere accolta così ardentemente dal pubblico in sala: ringraziano con le poche parole in italiano che hanno imparato prima del concerto, in momenti calorosi che fanno sorridere tutti i presenti.

Con il concerto che si indirizza verso il suo termine, veniamo allietati da Payday, dove assistiamo ad un James che simpatico corre sul palco cantando il ritornello “Take the money and run”, per poi sfociare direttamente in uno dei singoli più attesi della serata e cavallo di battaglia della band, The Overload. L’ultimo brano prima dell’encore è A Vineyard For The North, pezzo di chiusura di Where’s My Utopia? che si presta bene con la sua melodia nostalgica e rasserenante a concludere la lunga ondata di musica. La band scende dal palco lasciandoci infervorati e speranzosi di poter assistere ad un’ultima degustazione, e non veniamo delusi. Tornano felici e saltellanti per regalarci le ultime esibizioni di 100% Endurance e Trench Coat Museum, dove nell’ultima vengono affiancati anche dall’ormai amato Murkage Dave, in un finale appagante e di grande riuscita. Non si tirano indietro da ricordare a tutti noi come siamo fortunati di poter vivere in un paese dove non ci sono conflitti armati e inneggiano alla liberazione di Ucraina e Palestina e alla pace. Ed è così che il concerto si conclude, invitandoci ad essere grati e ringraziandoci della serata passata.
Gli Yard Act riescono nella difficile impresa di mostrarsi persone reali e contradditorie, dalle diverse anime e sensazioni che vengono messe in luce direttamente nel teatrino del concerto. Come suonare brani dove esprimi la difficoltà di essere un tassello di un’industria che non sostieni moralmente? Come veicolare sentimenti onesti, quando canti della difficoltà di doverti mostrare sempre con una maschera al tuo pubblico? La risoluzione di queste incongruenze morali sta proprio nell’averle espresse nella propria musica, nell’aver condiviso queste difficoltà ma nel comunque scendere a compromessi con chi viene ad ascoltarti, sapendo di avere le carte scoperte riguardo a come questa vita ti fa sentire, ma riconoscendo anche la fortuna di poter vivere della tua passione.

Scaletta:
An Illusion
Dead Horse
When the Laughter Stops
Grifter’s Grief
Pour Another
Fizzy Fish
We Make Hits
Dark Days
Witness (Can I Get A?)
Down by the Stream
Dream Job
Payday
The Overload
A Vineyard for the North
100% Endurance
The Trench Coat Museum



Photo Credit: 1-5 © Nicola Codispoti, 6-10 © Marianna Fornaro




![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)

Rispondi