R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Mi domando perché in questi ultimi anni si stia assistendo ad un progressivo avvicinamento verso i sistemi armonici modali. Sembra quasi che persino i jazzisti – anzi, soprattutto loro – avvertano il bisogno di una semantica più primitiva – intendo in senso temporale – per avere più agio di esprimersi, senza l’ansia di continui cambi tonali, limitando l’uso di dominanti secondarie e considerando tutte le note appartenenti ad un singolo modo come fossero gerarchicamente sistemate sullo stesso piano. L’effetto che si ottiene è spesso ipnotico, sicuramente rilassante, talora pure troppo. Tanto che al giorno d’oggi, se un neofita ascoltasse ad esempio per la prima volta un disco di un pianista come Bud Powell, al di là della naturale ammirazione per la sua tecnica superba, avvertirebbe facilmente una sensazione di complesso straniamento, come se il pianista avesse abitato un altro pianeta – e magari è stato veramente così… Sarà forse l’influenza crescente dei sistemi musicali medio-orientali, la loro pervasiva fascinazione esotica a penetrare progressivamente tra le maglie delle moderne – dal ‘600 in poi – strutture armoniche occidentali? Comunque sia, ascoltando il bell’album Rising, seconda uscita per la sassofonista e flautista inglese Jasmine Myra, diventa lecito abbandonarsi con serenità alle tessiture sfuggenti del suo procedere, giusto all’interno di una prosa cristallina che avevamo già imparato a conoscere nel precedente Horizons, pubblicato nel 2022.

Proprio in relazione a quel primo lavoro, si nota come Rising non ne sia poi così radicalmente diverso, come leggo da qualche parte. Sono comunque aumentati gli spazi tra gli strumenti, lo sguardo si è fatto ancor più panoramico e in un certo qual modo più profondo, ma l’idea semplificante che opera dietro a questa musica resta la stessa, e del resto la formazione del gruppo che accompagna Myra è quasi identica all’album precedente, tranne per il contrabbassista Sam Quintana che sostituisce Gavin Barras. Niente ritmiche squadrate, una buona polpa melodica immersa in una ricca tavolozza timbrica e un senso generale di piacevolezza e di sensuale abbandono. Difficile localizzare, oltre alla morbida sonorità del sax contralto di Myra, gli elementi principali dell’intero lavoro perché tutti vi partecipano con la stessa importanza, nessuno escluso. L’Autrice non forza quasi mai l’emissione di fiato, lascia che lo strumento canti spontaneamente seguendo una precisa rotta stilistica e l’eggregora del momento. Se dovessi cercare dei riferimenti ideali, resterei in Inghilterra e penserei – ma con le appropriate distanze – al fiatista Shabaka Hutchings (leggi qui). Ma tanto più Hutchings offre di sé, soprattutto ultimamente, un misticismo oscuro, legato ai suoi ancestors e ai richiami riferiti alla Madre Terra, Myra allude a trasparenze aeree, alle nuvole in viaggio e a paesaggi nei quali smarrire volontariamente lo sguardo. Accanto al sax contralto e al flauto di Myra troviamo Alice Roberts all’arpa, Arran Kent e John Stedman al clarinetto basso, George Hall alla batteria, Ben Haskins alla chitarra, Jasper Green alle tastiere, Sam Quintana al contrabbasso, Gregg Burns alle percussioni. Un appoggio importante è inoltre fornito da un ensemble di archi costituito da Isabella Baker e Lisa Meech ai violini, Sophia Dignam alla viola e Awen Blandford al violoncello.
Proprio la title-track Rising apre la sequenza dei brani. Dopo una breve introduzione sonora ed una piccola pausa, arpa e chitarra organizzano una sottile trama cordofona su cui intervengono discreti accordi di piano. Il sax entra delicatamente appoggiandosi ad un rado accompagnamento ritmico e sembra vi sia anche un flauto sovra-inciso che s’intercala col contralto. Tutto per creare un’albeggiante e trasparente coltre sonora che finisce poi per diradarsi lentamente in uno spazio percorso da percussioni, un piano leggiadro e una chitarra. Si prelude al ritorno del sax, raddoppiato dal clarino basso di Kent e da un aumento di dinamica della componente ritmica. Un brano che risulta dall’alternanza di momenti in crescendo e successive contrazioni, animato quindi da una movimentazione rilassata che tuttavia non lascia dietro di sé frammenti a perdere. Still Waters fa pensare ad un brulicar di vita attorno ad una presenza acquea, con quel drone di note flautate sovra-incise, movimentate da qualche corda d’arpa e poche note di piano. Il sax melodizza creando un inquieto dormiveglia emozionale in 3 o 6/8, la musica ha in sé un cuore fanciullesco che a metà brano muta d’atmosfera, diventando più marcatamente malinconico. Il sax, da qui in poi, sembra evocare storie lontane e uggiosità crepuscolari avallate dall’accompagnamento di archi. Dopo un momentaneo incremento ritmico e dinamico la musica si spegne su qualche nota d’arpa e di piano.

Knowingness inizia in sordina con un bell’arpeggio della Roberts in combutta col contrabbasso, su cui il sax e il clarino basso – forse c’è anche la sovra-incisione del flauto – intrecciano un tema quietamente implosivo dalle movenze lievi. L’entrata delle percussioni e della chitarra in arpeggio fanno si che questo brano prenda le sembianze di una ballata dai toni fiabeschi. La delicatezza è sovrana, la bellezza sta nell’abbandonarsi a queste note, intersecate tra loro come una siepe di fiori profumati. Tutto si evolve in un lento e lungo scivolamento dentro sé stessi, in compagnia di un conturbante assolo di clarino basso che immette nella traccia un brivido più jazzato e ci accompagna al gran finale orchestrale. Questa coda mi ha ricordato alcuni brani, pochi ma buoni tra quelli più gestibili del vecchio Sun Ra, quando finivano in un crescendo ordinato ed armonico… Anche Glimmers non fa eccezione, cominciando quasi sottovoce, in questo caso con un’introduzione di chitarra e la sonorità voluttuosa di un vero e proprio groove ritmico tra contrabbasso e batteria, ad incrociarsi con lo strumento di Haskins. Tema ovviamente impostato dal sax di Myra. Fenomenale stacco con batteria e contrabbasso che semplicemente dialogano tra loro quasi in silenzio e conclude l’arpa che facilita la ripresa del tema piuttosto orecchiabile. Un brano raffinato fin nei più leggeri risvolti, studiato e rifinito con grande attenzione. Numerosi gli stacchi, sognanti piatti di batteria, suoni elettronici che sfrigolano, corde pizzicate che entrano ed escono in continuazione in un continuo saliscendi di candide emozioni. Otto minuti di musica che avrebbero potuto durare anche il doppio senza mai venire a noia. From Embers si caratterizza per un colloquio tra sax, clarino basso e flauto ovviamente in sovra-incisione. Altro tema molto bello – raramente se ne ascoltano di così affascinanti – una specie di sofisticata meditazione, o meglio una lamentazione sul bel tempo passato e su ciò che può ancora rinascere sotto la cenere. Ovviamente gli archi fanno la loro parte conferendo al brano un’impronta nostalgica che l’arricchisce ancor di più. Brano da playlist. How Tall the Mountains prosegue apparentemente sulla stessa tonalità del brano precedente, con un clarino che ondeggia tra dune desertiche, seguito dal flauto raddoppiato all’unisono dalla chitarra. L’incremento sempre discreto della ritmica pare trasformare il pezzo in una malinconica ballata dal gusto un po’ cinematografico e orientaleggiante, vuoi per le percussioni che appaiono soprattutto verso il finale e anche per le evocative vibrazioni basse del clarino. Il tema portante, come sempre, viene riproposto più volte. Il sax si concede un assolo inizialmente con l’unico supporto del contrabbasso, poi entrano le percussioni e successivamente gli altri strumenti, archi compresi.
Di certo la musica di Myra & C. non mostra immobilismi concettuali. Si libera di ogni tentazione dissonante puntando su melodismi mai banali e abbandonandosi ad una celebrazione timbrica che levita in un clima di fluttuante leggerezza. Non è questa una musica che evochi antagonismi o conflitti di sorta, anzi, la sua colonna vertebrale è una spiritualità naturalistica attratta da una perfezione formale che la rende inattaccabile da ogni critica strutturale. Composta da una bellezza pacificata e da numerosi hook melodici, questa realizzazione conferma lo spiccato talento dell’Autrice e la sua visione rasserenante delle cose del Mondo.
Tracklist:
01. Rising (7:11)
02. Still Waters (6:08)
03. Knowingness (8:11)
04. Glimmers (8:17)
05. From Embers (2:44)
06. How Tall the Mountains (7:22)
Photo © Emily Dennison, Sophie Jouvenaar





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