R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

I britannici Work Money Death tornano con un album, il quarto della loro carriera dopo l’esordio del 2021, presentando un lavoro che è insieme rito e ferita, costruito attorno alla scomparsa del chitarrista Chris Earl Dawkins, presenza-assenza a cui l’album è dedicato. A Portal to Here si configura quindi come un oggetto sonoro costruito su quella grammatica ben codificata che è lo spiritual jazz, strutturato da rigorose forme modali dove si lavora sugli accordi di un’unica scala musicale, senza dominanti secondarie, inducendo quasi degli stati di trance durante l’ascolto di brani come questi –  peraltro piuttosto lunghi, dato che siamo su una media di 12-13 minuti per brano… I Work Money Death operano all’interno di una tradizione che rimanda esplicitamente ad Alice Coltrane e Pharoah Sanders, ma senza introdurre una reale discontinuità estetica. Anzi, volendo sperimentare un ascolto a cieco, potrebbe essere in un certo qual modo difficoltoso collocare questa musica in una giusta cornice temporale.

D’altra parte c’è qualcosa di profondamente umano in A Portal to Here, che non si esprime solo attraverso la musica. Come suggerisce il titolo dell’album, il tutto pare evidenziarsi come un vero e proprio attraversamento spazio-temporale in cui la band di Leeds sembra muoversi all’intero di un ambiente interiorizzato, fatto di silenzi e meditazioni. Si va alla ricerca di tracce del passato che riportino alla vita virtuale non solo l’amico scomparso ma anche tutto un mondo emotivo e pieno di speranza di qualche decennio fa che oggi sembra dissolto e dimenticato. L’album si sviluppa attraverso una musica fluviale, fatta di lunghe progressioni tirate allo spasimo e di lente germinazioni che insistono su delle reiterazioni quasi liturgiche. L’assenza di Chris Earl Dawkins diventa il centro gravitazionale dell’album, venendo tematizzata anche come struttura e non solo come contenuto affettivo, generando un vuoto che si traduce in mutazione timbrica e ulteriormente in un’estensione degli spazi strumentali. Fin dalle note iniziali si percepisce il passo di una processione sonora non del tutto pacificata. L’energia è trattenuta, quasi compressa, una forza sorda che esplode solo a tratti, a volte promuovendo un sentimento vitale ed eccitato ed in altre circostanze lasciando emergere un senso di malinconica alexitimia emotiva difficile da ignorare, come se la musica esitasse prima di prendere forma compiuta. La tavolozza timbrica è volutamente limitata ad una certa essenzialità, sostenuta da un uso insistito di droni e da note lunghe con dinamiche controllate. Il sax tenore di Tony Burkill evita la spettacolarizzazione, scegliendo una linea espressiva che privilegia la durata dei suoni rispetto alla loro variazione. L’arpa della Roberts richiama ricordi lontani che rimandano giocoforza alla già citata Alice Coltrane, mentre l’insieme dei fiati si apre in direzioni molteplici degne d’un Sun Ra d’annata. L’opera, nella sua totalità, non sembra cercare alcuna perfezione formale, ma prova a redigere un documento emotivo, quasi un processo catartico come risposta a una condizione esistenziale, dove la spiritualità diventa un concetto estetico oltre che un’esperienza trascendentale. Le quattro tracce sono come fasi di un rito, una celebrazione che non guarda al futuro ma scava nel presente e nel passato, cercando una variabile di redenzione. La formazione dei Work Money Death comprende Tony Burkill al sax tenore, Neil Innes al contrabbasso, Sam Hobbs alla batteria, Johnny Richards al pianoforte e Alice Roberts all’arpa, della quale Off Topic si era già occupata recensendo l’album di Jasmine Myra Rising, (2024) – leggi qui. A questi s’aggiungono Sam Bell alle percussioni, Richatd Omrod al sax contralto ed al flauto, Ben Powling al sax tenore, Kev Holbrough al trombone e Steve Parry al corno francese.

In Pain Becomes Prayer and the Prayer Becomes a Song, che è la prima traccia dell’album, l’imbastito ritmico si muove sinuosamente tra percussioni, reiterate linee di basso e cristalline onde d’arpa e su tutto questo si allungano le note calde di Burkill, molto vicine per concezione a quelle che conosciamo bene di Sanders. Nonostante alcune critiche che ho letto qua e là su questo suono operato di Birkill, personalmente trovo che ben si adatti all’atmosfera suggerita dal titolo del brano dove il dolore si trasforma sublimandosi prima in preghiera e poi in canzone. La voce del suo sax esprime una poetica a volte sfocata ed in altri momenti drammaticamente più incisiva, marcata da accordi di pianoforte percussivi e semplificati.

A Dance For the Spirits modifica radicalmente il clima, contando su un’accelerazione ritmica che comprende un continuo handclap e innescando una sensazione gioiosa, forse mirata a sottolineare gli aspetti positivi della vita al di qua della morte. Il sax conta su un groove di contrabbasso e su un pianoforte più fantasioso al fine di rendersi più aggressivo. Dopo la metà brano arrivano a dar man forte altri fiati in una versatilità collettiva, animati anche da un pizzico di sfrontatezza. Burkill può animare maggiormente i suoi fraseggi, mentre il brano prende addirittura una piega simil-funky vero il finale. Se questa danza in favore degli spiriti aveva una riserva d’energia quasi inaspettata, dopo il brano d’apertura, Brother Earl richiama direttamente il nome del musicista scomparso, evocando anche una certa libertà ed esuberanza latina che mi ha fatto ricordare Bolivia di Gato Barbieri. La traccia s’arricchisce di un flauto e di un assolo di pianoforte non brillantissimo che tuttavia mantiene su di giri l’atmosfera del pezzo stesso, vicariando la momentanea assenza del sax. Anche il finale ingloba più fiati, mentre il sassofono straborda come mai ha fatto in precedenza. Ma con Sometimes it’s Death, le belle immagini della vita s’arrestano di fronte alla constatazione della perdita. Una vera e propria elegia, con una frase meditabonda e ripetuta del pianoforte che aiuta a delineare il commiato verso Dawkins. Anche il sax si fa riflessivo, rallentando e prolungando le note come nella recitazione di una trenodia. Nella seconda parte del brano il sax s’allontana per un poco dal centro della scena, lasciando dietro di sé il rarefatto mormorio ritmico e il cadenzato requiem pianistico. Ma tornerà nelle note finali, con le ultime grida congestionate e quasi rabbiose rivolte al destino.

A Portal to Here si sottrae a una valutazione puramente estetica per collocarsi in una dimensione più sfumata, dove i Work Money Death sembrano interessati a comprendere cosa si possa ancora esprimere quando il suono è chiamato a farsi memoria, quando diventa un mezzo di elaborazione del lutto. È su questo confine che l’iterazione delle frasi musicali smette di essere solo un aspetto formale per diventare gesto simbolico. La durata dei brani si traduce nella libertà di manifestare senza remore i propri sentimenti, per non ingabbiarli in tempi prefabbricati. Questo jazz si fa tramite di relazione tra presenza e assenza, tra ciò che è stato e ciò che continua a vibrare, probabilmente in altre frequenze misteriose e non accessibili. E forse il punto per l’ascoltatore non è tanto comprendere, quanto restare dentro questa corrente lenta, all’interno di un respiro dilatato, finché le forme si dissolvano e ne rimanga soltanto una traccia, una risonanza minima. Come se, al termine dell’album, qualcosa non si fosse concluso ma semplicemente spostato altrove, verso un’eco che persiste, discreta, continuando a riverberare.

Tracklist:
01. Pain Becomes Prayer And The Prayer Becomes A Song (12:27)
02. A Dance For The Spirits (12:40)
03. Brother Earl (13:00)
04. Sometimes It’s Death (14:02)

 

 

 

 


 

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