R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Fratello povero della più aristocratica musica seriale, il minimalismo nasce negli anni ’60 fondamentalmente all’interno dell’ambiguità del sistema armonico modale, sfruttando spesso schemi reiterati, droni elettronici, frasi brevi e ripetute, talora anche progressivi slittamenti di fase tra sovrapposti cicli sequenziali di note. Influenzati dalla tradizione indiana e medio-orientale, i pionieri di questa espressione musicale furono artisti come Terry Riley, Steve Reich, Alice Coltrane, Philip Glass, La Monte Young. Tutti trovarono inizialmente più spazio tra l’interesse del mondo giovanile piuttosto che negli ambienti accademici. Il passaggio dal sesto al settimo decennio del novecento portò infatti con sé numerose trasformazioni in ambito – ovviamente non solo – musicale. Vari generi di diversa estrazione culturale andavano via via trasformandosi e mescolandosi tra loro. In questo ambito il rock e il jazz subirono entrambi delle mutazioni inquiete, tenendo sempre presente il proprio linguaggio di base ma assorbendo e rivisitando generi differenti, mutando pelle in virtù di quel principio di contaminazione – brutta parola ma che illumina il concetto – che arriverà a caratterizzare anche e soprattutto i giorni nostri. Un gruppo come gli svedesi Goran Kajfeš Tropiques, con questo Tell Us, in virtù delle inconsuete asimmetrie della loro musica, mi sembra un esempio ideale di quella mistione a cui ho fatto riferimento poco sopra.

Vengono definiti minimalisti – lasciamo perdere l’orrido appellativo di ipno-jazzisti – e in parte lo sono, ma mi piacerebbe poterli inquadrare nell’ambito più vasto di un neocamerismo aperto a svariate influenze, comprendendo nella loro musica elementi di jazz, di rock, di musica tradizionale e contemporanea – Webern? – insieme alle scontate e accertabili suggestioni di Riley e Reich. Si provano quindi sensazioni diverse e alle volte contrastanti, ascoltando questo lavoro. Le impressioni a largo raggio vanno, oltre che ai nomi sopra menzionati, ad alcune immagini della Third Ear Band, di Ian Carr, di Pharoah Sanders, di Miles Davis – nell’uso della tromba – e persino… della Penguin Cafè Orchestra, tanto per sottolineare il grande florilegio di spunti che possiamo riscontrare nell’album, costituito solo da tre brani ma dove ognuno di essi ha un minutaggio di oltre dieci minuti. Lo sviluppo musicale procede quasi per fioriture, cioè per sovrapposizione progressiva di vari strumenti che s’annodano attorno ad una linea di base strumentale reiterata. L’effetto è quello di un dinamismo vettoriale con tendenza all’accumulo che procede principalmente per linee orizzontali, espandendosi a seconda degli interventi dei musicisti. Un po’ come passeggiare per una strada inizialmente stretta e deserta, che si anima e si allarga via via arricchendosi di voci e di colori. Tell Us è un’opera fondamentalmente dovuta all’iniziativa del trombettista Goran Kajfeš, nato in Svezia ma di origini croate e figlio del pianista e compositore Davon Kajfeš. Goran non è certo un esordiente, questo è il suo quinto disco da titolare ma ha mantenuto da più di vent’anni varie collaborazioni con diverse band svedesi e ha scritto anche musiche da film e per balletti. Da notare inoltre la partecipazione all’album di Sting, Brand New Day, del 1999. Il gruppo Tropiques si è formato nel 2011 ma la prima uscita discografica è del 2017 – Enso – a cui ha fatto seguito Into the Wild nel 2019. In questo Tell Us il quartetto di base è formato, oltre che dallo stesso trombettista, anche da Alexander Zethson al piano, organo e synth, da Johan Berthling – proveniente dai Fire! – al contrabbasso e Johan Holmegard alla batteria – quest’ultimo facente parte dei Fire! Orchestra. A dare una mano al quartetto ci sono Josefin Runsteen al violino e Leo Svensson Sander al violoncello, entrambi coinvolti nella cura degli arrangiamenti per archi.
Unity in Diversity, il primo brano dei tre presenti nell’album, è un titolo piuttosto esplicativo che ben rappresenta la progettualità di Tell Us. Il primo minuto e mezzo è occupato da un dialogo tra gli archi che parrebbe indirizzare l’ascolto verso una composizione contemporanea, nella piena definizione di musica da camera. Poi una tastiera introduce una ciclicità di dodici note costruita su scala probabilmente dorica. Appaiono dei misurati accordi di piano, qualche percussione e un secondo drone di note sequenziali portate da un synth. La tromba di Kajfeš emerge come uno strano e colorato fiore di campo, quasi avvolgendosi attorno alle basi reiteranti. Gran lavoro alla batteria di Holmegard con i suoi luminosi interventi sui piatti, quindi si rifanno sentire gli archi – e forse anche i synth – in un fantastico arrangiamento tra iridescenti note di piano e il pizzicato dei cordofoni. La musica acquisisce un respiro sinfonico nel quale la tromba si diletta in figurazioni jazzistiche, libera di esprimersi nel rigoroso contesto modale di sottofondo. Al minuto 08′ e 45” gli archi rimarcano un momento più drammatico con diverse sottolineature percussive, le sequenze ripetitive si arrestano e sembra quasi di ascoltare un brano dei vecchi Renaissance, infarcito di molte ipotesi classiche soprattutto evocate dal pianoforte di Zethson. La musica, tuttavia, si mantiene in questo equilibrio tra jazz e accademia con un lirismo quasi sospeso, mantenendo l’intensa perorazione melodica ed un sentimento gioioso di fondo, sostenuto da tutte le attraenti movenze armoniche sviluppate in questo contesto.

Magmatique è il secondo brano che incontriamo nel nostro ascolto. Anche qui l’inizio è guardingo, esplorativo, ed è il piano ad impegnarsi nella breve melodia che funge da struttura reiterante. Attorno a Zethson avvertiamo il contrabbasso di Berthling, qualche onda vibrante di synth, la tromba che sembra sfiorare delicatamente il brano. Arrivano gli archi dissonanti e fanno capire che qualcosa potrà accadere di lì a poco. E infatti il piano cambia ritmo e timbrica delle note, pur mantenendo il drone di partenza. Entra la batteria e qui, signori, ci avventuriamo nel progressive con un organo che ricorda quello dei Caravan e che partecipa alla frase replicata della struttura modale. L’efficace commento ritmico di contrabbasso e batteria mantiene il polso tachicardico, qua e là giungono arie dissonanti dagli archi ed impulsi intensi specialmente dal violoncello. Tutto ciò, frammisto ai frequenti commenti elettronici, dà l’impressione di stare ascoltando l’improvvisazione di un gruppo di corrieri cosmici tedeschi. L’intervento della tromba, non più sullo sfondo ma questa volta preponderante, si muove con smaliziata agilità in questo crescendo ritmico e strumentale, dove gli archi, la tromba e i synth giocano a rincorrersi incrementando lo spregiudicato eclettismo degli arrangiamenti. Anche in questo caso la musica comunica un’eccitazione che sale convulsamente fino ad un acme, per poi svuotarsi e tornare a rinchiudersi nella fase di approccio iniziale, rallentando progressivamente sino allo spegnimento. Tocca ora a Prije i Posle (trad. = Prima di Tutto), l’ultimo brano di questa breve ma corposa selezione. L’inizio in sordina con organo e synth ad impostare l’abituale base replicata, questa volta considerevolmente più lunga come numero di battute e di note. Il pizzicato degli archi contribuisce all’atmosfera un po’ diafana, quasi misteriosa di questo cominciamento in cui batteria e contrabbasso si limitano a mantenere un passo costante ed essenziale. S’interrompe ad un certo punto la sequenza di base che ci ha accompagnato fin qui, il synth pare emulare qualche strumento a corda cino-giapponese tra suoni liquidi di tastiere elettroniche. Salto ritmico, l’incremento di tempo diventa quasi concitato e sale la voce profonda del violoncello che dialoga col violino. Batteria e contrabbasso pulsano veloci con i droni che riprendono fiato. Intenso è l’assolo di violino che lavora con note lunghe e spesso dissonanti, incrementando la sensazione di tensione musicale che si fa man mano sempre più parossistica. In questo brano gli archi recitano la parte migliore, sia dialogando tra loro sia esponendosi con le loro singole voci. Chiude la tromba con delle note davisiane mentre gli archi s’acquietano in una dimensione di puro accompagnamento.
L’alternanza tra suoni scarni e notturni da un lato e le rincorse ritmiche che compaiono in questo album sono una delle caratteristiche evidenti dei Goran Kajfes Tropiques. Queste scansioni contrastive sono forse l’elemento più affascinante della loro musica e l’effetto di trance che sembrano indurre è dovuto alla potente componente modale che ne costituisce l’essenza. Il giardino profumato in cui il gruppo opera è rigoglioso, sorprendente, ricco di vegetazioni insolite e di inflorescenze colorate. I musicisti dimostrano una comprovata sintonia reciproca, sanno stratificare e decongestionare i loro suoni nei momenti strategici, avendo una forte concezione d’insieme e soprattutto una solida idea di base comune, sebbene praticata a cavallo di influssi eterogenei spesso molto differenti tra loro.
Tracklist:
01. Unity In Diversity (13:09)
02. Magmatique (13:06)
03. Prije i posle (11:53)
Photo 2 © Petra Cvelbar






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