R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Non dev’essere facile pubblicare un album di sole cover. Perché un lavoro di questo tipo deve per forza di cose vivere di equilibrio e profondità, sospendersi tra memoria e reinvenzione in modo da non far rimpiangere le versioni originali che l’hanno ispirato. Da questo punto di vista, il cantante svedese cinquantasettenne Magnus Carlson parrebbe aver raggiunto l’obiettivo prefissato con questo Shadows, terzo ed ultimo album realizzato con il quintetto di jazzisti noto appunto come The Moon Ray Quintet. Carlson è decisamente molto più famoso dalle sue parti che non nel resto d’Europa, pur vantando una cospicua discografia sia da solista e sia come cantante del gruppo pop-rock Weeping Willows. Ma nel progetto parallelo condotto con The Moon Ray Quintet, in particolare nel nuovo Shadows, emerge l’idea chiara di rileggere brani, anche non tutti famosissimi, della storia della musica pop attraverso un jazz contemporaneo, elegante ma mai compiaciuto. L’operazione può essere letta come un esercizio di stile consapevole e curatoriale che si fonda su una ricercata selezione di materiali provenienti da epoche e contesti differenti del pop occidentale, così com’è già avvenuto nei due precedenti album, l’omonimo Magnus Carlson & The Moon Ray Quintet (2009) ed Echoes (2010).

L’intento non è tanto quello di una rilettura nostalgica, quanto della ricollocazione semantica dei brani all’interno di un linguaggio jazzistico sobrio ed equilibrato. Shadows origina quindi dall’intreccio di tempi e memorie del passato permettendo alle sue canzoni di tornare a camminare accanto a noi con passi nuovi. Il risultato è attraversato da uno spleen appena accennato che si manifesta in arrangiamenti raffinati e molto accurati ma comunque mai freddi, capaci di alternare frastagliati giochi ritmici a momenti di distensione più crepuscolare. Bisogna dire che le riletture non cercano l’effetto sorpresa bensì un dialogo rispettoso con le creazioni originali, filtrato da un suono bruno, corposo, non deviante verso attitudini troppo concettuali. Il progetto si esprime comunque attraverso un lessico elaborato, nel quale la voce di Magnus Carlson agisce come elemento di continuità col passato, piuttosto che diventare un manifesto di protagonismo estemporaneo. I brani scelti – da Scott Walker a Bowie, da Jackson C. Frank a Sufjan Stevens, tra gli altri – vengono sospinti da arrangiamenti per lo più avvolgenti, attraversati da fiati che tendono a straripare solo nell’ultimo pezzo, quello proposto dal repertorio del sassofonista nativo americano Jim Pepper, dove sembrano voler rompere gli argini dell’eleganza per inseguire un’emozione quasi più tribale, in linea col senso della canzone. Altrove l’orchestrazione sfiora un’estetica domestica, quasi rassicurante, ma i fiati e la sezione ritmica restituiscono una materia sonora più ruvida e meno levigata di quanto possa apparire ad un primo ascolto. Per quello che riguarda la voce di Carlson rifiuterei ogni avventato paragone con voci storiche maschili del jazz. La sua timbrica si muove preferenzialmente su toni medio-alti ma è anche in grado di affrontare, senza eccessivo imbarazzo, alcune occasionali immersioni in uno spettro vocale più baritonale, come accade ad esempio in Black Night. Il canto dell’Autore non si orienta verso tecnicismi acrobatici ma tende a mantenere un contatto emotivo con l’ascoltatore, senza annebbiarlo con vocalizzi estremi e ridondanti. La band è formata da jazzisti scandinavi ben conosciuti e vede Goran Kajfes (ne avevamo parlato qui) alla tromba, synth e congas, Per Johansson ai sax, al clarinetto basso ed al flauto, Carl Bagge al pianoforte, all’organo e agli archi, Martin Hoper al contrabbasso e basso elettrico, Lars Skoglund alla batteria e alle percussioni. Si aggiunge al gruppo anche l’ospitata di Matthias Stal al vibrafono, sax soprano e all’armonica a bocca.
Il primo brano proposto è Milk and Honey, un cimelio del 1965 presente nel primo ed unico album omonimo dell’autore Jackson C. Frank. Quest’ultimo potrebbe essere ricordato come un monumento alla dea nera della sfortuna, talmente tanto la vita si accanì contro di lui. Come alla volte succede nelle biografie di certi artisti, la distanza tra il cielo e l’inferno, tra la fama e la dimenticanza fu talmente breve che nonostante il suo lavoro fosse stato prodotto da Paul Simon, Frank non ebbe più la possibilità d’incidere ulteriori appunti musicali e finì i suoi giorni come un homeless, senza diritti d’autore e senza nulla. La versione originale, sorretta da una voce carezzevole e dal solo arpeggio della sua chitarra, viene qui arricchita dai fiati e dal canto più robusto di Carlson. L’arrangiamento è molto vicino all’atmosfera sixties ma anche se gli sforzi di completezza del gruppo sono encomiabili, qualcosa s’acquisisce e qualcos’altro si perde allontanandosi dal clima intimista del brano originale. Le cose van molto meglio con Who Knows, un famoso pezzo del 1970 che uscì come b-side di un 45gg ad opera di Marion Black, cantautore soul statunitense. Le affinità sono qui più evidenti, la voce di Black si presta all’analogia timbrica con quella di Carlson e la presenza dei fiati orienta la traccia verso un R&B screziato di jazz, grazie anche all’intrigante vibrafono di Stal. Più sobria, possiamo dire era la forma utilizzata dallo stesso Black, concentrata su un combo più ristretto e animato di voluttà bluesy.

La successiva Where Are we Now è una ballata lenta di David Bowie che faceva parte dell’album del suo ritorno sulla scena dopo dieci anni, The Next Day del 2013. In questo periodo berlinese l’artista, più maturo, riflette sulla sua generazione e sul Tempo che inesorabile comincia a sfuggirgli dalle mani. L’inizio con un pianoforte sommesso e qualche effetto elettronico precede l’attacco vocale “…Ho dovuto prendere il treno da Postdamer Platz, non hai mai saputo che avrei potuto farlo solo camminando tra i morti..”. Anche in questo caso l’adattamento vocale di Carlson sembra funzionare mentre l’accompagnamento chiude il brano con la stanca dolcezza dell’assolo di tromba di Kajfes. Me and My Shadow è una vecchia canzone firmata nel 1927 da Al Jolson e Dave Dreyer. Devo dire che in questo caso il pezzo originale è stato deprivato del suo fascino primitivo, venendo qui a costruirsi attorno ad un curioso riff di vibrafono. Nonostante il significativo assolo di tromba sordinata con l’aggiunta dello sforzo ritmico del batterista Skoglund, l’operazione mi sembra, in definitiva, un po’ traballante. Nemmeno l’accenno di vaudeville nelle fasi finali, con il rimando jungle tra i fiati riesce a risollevarne le sorti. Invece Black Night, brano composto da Frank Sinatra Jr – la mela non è caduta evidentemente troppo lontana dall’albero – è tratto dall’album Spice (1971) e risolleva il valore di Shadows con questa specie di blues in cui la voce di Carlson ben si adatta anche alle timbriche più basse e calde. Nella parte di mezzo emergono i fiati in stile R&B ma è soprattutto il ruolo dell’organo, intrecciato discretamente col vibrafono, che offre un disegno accattivante, accentuando la seduzione dell’incedere vocale, proprio in fase di chiusura del brano. Mystery of Love mi sembra la traccia più felice dell’intero album, merito anche della bella canzone del sorprendente Sufjan Stevens, un autore di grande eclettismo creativo. Questo brano faceva parte della colonna sonora del film Chiamami col tuo Nome (2017) di Luca Guadagnino. Devo dire che finalmente la versione proposta da Carlson & C. è ben superiore all’originale, adagiata su una scorrevole base ritmica e nobilitata dalla sonorità scura del clarino basso di Johansson. Il brano s’allinea in chiusura con un bell’assolo di pianoforte, precedendo la melodica coda vocale contornata da tromba e clarino. It’s Raining Today è un lenta ballata di Scott Walker, tratta dall’album Scott 3 (1969). Carlson non si discosta molto dall’umore dell’originale, allungando e scandendo la sua voce sopra un letto di tastiere e di armonica a bocca. Per cercare di movimentare questo pezzo, un po’ troppo statico, senza tuttavia apportare radicali e snaturanti modifiche, a metà brano compaiono una serie di arpeggi di pianoforte e un contrabbasso sfregato con l’archetto. In coda all’album un po’ più di energia nel brano Witchi Tai To di Jim Pepper, uscito originariamente su 45 giri nel 1969. Trattasi di una filastrocca di un canto tradizionale che si ripete grosso modo su una stessa nota, per poi essere sviluppato in questa versione svedese da un poderoso insieme di fiati che non bada certo al risparmio energetico. Anche se il brano sembra un po’ fuori fuoco rispetto al clima generale dell’album, è sicuramente una chiosa di grande efficace dove entrano tutti gli strumenti, senza lesinare, in un finale che ricorda le intenzioni della Liberation Music Orchestra. Carlson sillaba con chiarezza i frammenti vocali e alfabetici nel cantato, riuscendo ad infondere al brano stesso la giusta scossa ritmica.
Shadows non si limita a reinterpretare un repertorio altrui, ma costruisce uno spazio di risonanza in cui le canzoni vengono sottratte all’andamento lineare del Tempo e restituite come forme idealmente mobili, ancora interrogabili. Magnus Carlson & The Moon Ray Quintet dimostrano quindi come la rilettura possa essere un atto creativo pienamente compiuto, capace di legare insieme rigore e abbandono, memoria e presente. È un album che cerca di sintonizzarsi con l’ascoltatore affinché questi venga chiamato a riconoscere – e a riconoscersi – in quello che già è patrimonio del proprio passato, per riascoltarlo come fosse la prima volta e magari apprezzarlo ancor di più.
Tracklist:
01. Milk and Honey [3:53]
02. Who Knows [3:26]
03. Where Are We Now? [4:38]
04. Me and My Shadow [5:40]
05. Black Night [4:22]
06. Mystery of Love [5:07]
07. It’s Raining Today [4:02]
08. Witchi Tai To [4:42]
Photo ©





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