R E C E N S I O N E


Recensione di Monica Gullini

Mi è appena passata davanti una foto di David Sylvian ai tempi di Obscure Alternatives, secondo album dei Japan. Capelli ossigenati, lunghi, frangia che arriva a metà viso, vezzo da modello, posa da artista navigato e sguardo sfrontato in camera. Niente di più lontano dalla copertina del suo esordio solista, Brilliant Trees, anno 1984. Taglio corto, semplice tailleur e camicia e gli occhi rivolti verso quell’altrove divenuto poi sua nuova prospettiva. Dietro l’obiettivo la sua fidanzata, la fotografa giapponese Yuka Fujii, colei che segna definitivamente la fine dei Japan e la rottura di Sylvian con l’amato – odiato bassista del gruppo, Mick Karn. David non guarda in camera, è ormai lontano da quello star system che non è riuscito a fagocitarlo e da cui desidera ardentemente fuggire. Lo seguono diversi artisti in questa nuova avventura: suo fratello, il batterista dei Japan Steve Jansen, l’ex tastierista del suo gruppo, Richard Barbieri, il trombettista Jon Hassell e uno su tutti, quello che diventerà suo mentore, fratello musicale e spirituale, Ryuichi Sakamoto. I due si conoscono durante le sessioni di Gentlemen Take Polaroids, nel 1980: il compositore e pianista giapponese, membro dei geniali Yellow Magic Orchestra, collabora alla stesura della title track e della meravigliosa Taking Islands in Africa, brano di chiusura del disco.


L’incedere di Pulling Punches, canzone che apre al mondo la sua foresta di alberi brillanti, è per certi versi un retaggio chitarristico della carriera appena conclusasi del maggiore dei Batt, per altri è un corpus a sé stante, reso prezioso dai pattern di batteria di Jansen. Pulling Punches significa sferrare pugni, è un modo di dire che simboleggia il voler parlare senza tanti giri di parole. Una nuova era si apre dunque per il musicista britannico, che a livello compositivo raggiunge qui vette altissime. C’è una eleganza sopraffina, una maestria di umili origini, c’è classe, ricercatezza, jazz, c’è una distesa infinita di suoni che non avranno eguali in tutta la produzione musicale di David Alan Batt. Torniamo al brano iniziale, che attira subito l’attenzione per le partiture di Jansen, ponte perfetto per il prossimo palcoscenico rischiarato da luci più soffuse, per la chitarra di Ronny Drayton e il basso funk di Wayne Braithwhite, retaggio del passato giapponese e, nello specifico, delle linee karniane di The Art Of Parties. Un altro grande nome collabora a Brilliant Trees: Holger Czukay, ex Can e allievo di Stockhausen. Il compositore tedesco è noto per le sue improvvisazioni con dittafoni e nastri da ufficio ed è accreditato sia con i campioni che con il corno francese nei titoli di coda. Ascoltando l’album Snake Charmer (pubblicato l’anno prima di Brilliant Trees) di Jah Wobble con Holger Czukay e The Edge degli U2, è possibile sentire alcune frasi molto familiari nel brano It’s a Camel.

C’è chi sostiene che Pulling Punches appartenga malvolentieri al disco di esordio di Sylvian, etichettandolo come un pezzo che strizza l’occhio ai fan dei Japan per introdurli al lavoro solista dell’ex frontman, ma c’è ben altro. La traccia è un punto di partenza importante, è un pop colto che non può mancare in un’opera così eterogenea e sofisticata e quando il taglio del titolo svanisce con grazia alla fine del lato B, l’inizio turbolento viene completamente sostituito da un’altra atmosfera. C’è anche una simmetria tematica. Le linee di apertura pongono una domanda, riprendendo da dove Forbidden Colours si era interrotta: «Se il cielo veglia su di me / Sparge semi nel terreno / Con occhi che vedono, mani che sentono / Perché sono l’ultimo a saperlo»?
C’è qualcuno che osserva dall’alto, manovrando i fili delle nostre vite? Non sappiamo se il deus ex machina possa essere considerato una presenza benevola, certo è che l’uomo vive su questo pianeta accettandone bellezze e sogni infranti in virtù dell’amore che muove il sole e le altre stelle. Altri sentimenti si fanno strada in Pulling Punches e sono la frustrazione e il disprezzo per aver dovuto accettare quella nuova religione, imposta dal movimento New Age e fortemente caldeggiata dal sistema scolastico britannico. «Una religione che per impostazione predefinita ha tirato i pugni», affermerà David venti anni più tardi.

Ospite d’eccezione al contrabbasso per The Ink in the Well è Danny Thompson, musicista alla corte di Nick Drake per la bellissima Saturday Sun. In alcune interviste, l’ex frontman dei Japan ha affermato di avere un forte legame con la musica del cantautore di Tanworth- in-Arden. Thompson gli presenta Kenny Wheeler, che contribuisce in maniera significativa al brano con il suo flicorno. I pattern di Jansen, la tastiera del fratello unita a un sapiente uso del sintetizzatore e la chitarra di Phil Palmer, vero motore di tutta la canzone, creano la magia che rende The Ink in the Well una canzone immortale dal chiaro sapore jazz. Splendido è il video che ne fa Anton Corbijn, il quale incastona un giovanissimo David in una landa desolata, dove donne giovani si sostituiscono a donne anziane nottetempo e dove il sonno è l’elemento dominante, rappresentato dall’uccello sotto al quale l’interprete si addormenta. Il mondo onirico è l’emblema dei voli di fantasia che la mente può compiere, l’ispirazione massima che si può raggiungere. È chiaro il riferimento alla cinematografia di Cocteau e di Tarkovsky nella realizzazione del video, alla fine del quale il musicista britannico appare come una sagoma portata sottobraccio da una delle protagoniste. Sono giorni con un genio per vivere, ripete l’ex Japan citando più volte Picasso intento a dipingere Guernica. La sua calligrafia raffinata rimbalza da un fotogramma all’altro descrivendo la luna che sorge in cielo nove volte, perché le cose non sono così semplici. L’orrore della guerra spagnola dilaga in tutto il brano, mentre Sakamoto al piano cristallizza spazio e tempo.

Il suono delle onde in una piscina d’acqua / sto annegando nella mia nostalgia: così recita il ritornello di Nostalgia, traccia persa in mille rarefazioni e suggestioni arcaiche. Le corde si sovrappongono fino a creare atmosfere esotiche, la malinconia prende il sopravvento e una antica tristezza si impossessa della voce del maggiore del Batt, ora più carezzevole e tenera, ora in completa elevazione nel ritornello.

Red Guitar affonda le sue influenze letterarie negli scritti di Raymond Radiguet (Il diavolo nella carne appartiene a Le Diable Au Corps), di Jean-Paul Sartre (il ferro di Iron in the Anima) e di Jean Cocteau (le difficoltà di vivere che l’artista francese descrive nel suo memoriale). Ecco entrare trionfalmente Mark Isham con i suoi ottoni, accanto al pianoforte di Sakamoto e di Steve Nye, di nuovo fanno capolino gli assoli funk di Braithwhite e i riff di Drayton. Il rullante della batteria, registrato nelle scale degli Hansa Studios di Berlino, viene amplificato nel riverbero al punto tale da creare un effetto stereo. Con Weathered Well l’album cambia registro e assume un alone di misticismo e orientalità. Fondamentale è il contributo alla tromba di Jon Hassell (accreditato come coautore, insieme al maggiore dei Batt) insieme ai soliti noti Czukay, Jansen e Barbieri, mentre il frontman passa con disinvoltura dalle note alte alle basse e calde per raccontare di un paradiso ormai perso, lontano dalle braccia dell’amata. I suoni di Hassell riportano l’interprete indietro nel tempo, a quei tempi felici cantati con forza e quasi tremando: sembrano passati mesi, forse anni da quell’unione paradisiaca per la quale si versano copiose lacrime. Czukay e Barbieri sono eccelsi in distorsioni e sintetizzatori, accompagnano l’artista britannico e il suo cantato disperato verso quel muro infranto e bagnato dal pianto. Backwaters si rincorre ipnotica e velata di mistero, con il piano che amplifica una strana tensione e una fugace irrequietezza, ma è Brilliant Trees a chiudere e a spiazzare definitivamente l’ascoltatore. Già dall’inizio del lato b si percepisce l’inversione di tendenza dell’opera e qui, nella title track, appare in tutta la sua nitidezza quella commistione con la musica cinese presente già in Tin Drum. L’ingresso di Hassell con la sua tromba (forte di esperienze al fianco di Karlheinz Stockhausen e Terry Riley) rappresenta il ponte verso quelle sonorità sconosciute e il tentativo – riuscito – di inerpicarsi su vette mai scalate prima.

«La tromba è uno strumento solitario. È una voce. Nel tentativo di creare queste curve in raga, il risultato è un suono molto sospirato, di tipo vocale. Fondamentalmente si suona dal bocchino, non dalla tromba. Lo soffio come una conchiglia: questo è l’aspetto più primitivo e fondamentale di ciò che faccio. Questo è l’unico strumento oltre alla voce che funziona in questo modo».

Nel making of dell’album, girato negli studi Hansa a Berlino, si vede Hassell iniziare la sua esibizione utilizzando solo il bocchino della tromba, prima di imbracciare lo strumento stesso. Verso la fine della clip il maggiore dei Batt, il produttore Steve Nye e Hassell sono nella sala di controllo, deliziati dai trattamenti armonizzanti di Jon e allo stesso tempo infastiditi dalle carenze tecniche dello studio nel seminterrato dell’Hansa. Le riprese dietro le quinte girate da Yuka Fujii catturano un altro momento fondante dell’intero disco. Prima che Hassell si unisca alla sessione, Holger Czukay è al dittafono mentre Sylvian e Richard Barbieri guardano incuriositi. L’ex Can lavora sia con campioni strumentali che con voci registrate insieme ai ritmi e alle armonie della traccia emergente.

Dice l’ex frontman dei Japan di Holger: «Ho amato la giocosità che ha portato in studio. Un senso di “tutto va bene”… ad un certo punto stava strimpellando la sua chitarra e non riuscivamo a ottenere un suono pulito su quella chitarra in studio. Così alla fine l’ho fatto sedere fuori dallo studio in un cortile davanti a una scrivania con una sedia e una chitarra sul tavolo mentre suonava con i cavi che riconducevano allo studio. Era una giornata molto calda e tutti gli impiegati avevano portato fuori le loro scrivanie e si erano seduti in quel cortile. Quindi era seduto tra questi segretari a fare il loro lavoro e si stava facendo una gran risata. Tra una strimpellata e l’altra, si chinava verso una delle donne e diceva: “Mi pagano un sacco di soldi per farlo, lo sai!” Era così divertente stare con lui».

Il testo di Brilliant Trees è un autoritratto, è una ferita aperta, è il trovare la redenzione nell’amore umano sfoderando una devozione nell’altro che non conosce confini:
«Sollevo le mie braccia al cielo / ma solo tu puoi saperlo / La mia intera esistenza / È davanti a me / Nel tuo sguardo / La mia vita intera / È davanti a me / Si allunga come un fiore / Riconduce la mia esistenza alla terra».
Sylvian non si è mai mostrato così nudo in precedenza. Lo farà molti anni più tardi con Blemish, ma qui c’è anche un alto livello di spiritualità.

La sua voce meravigliosa tocca vertici altissimi con una grazia senza pari, cambiando posizione con estrema precisione e poggiando sulle note basse con grande maestria: l’emozione che traspare è quella di assoluta comunione con la natura circostante, completamente sconvolto dalla sua bellezza. Più tardi scoprirà la Cabala e il suo Albero della Vita e ricondurrà il significato di questa canzone al simbolismo mistico ebraico. L’esperienza terrena dell’amore, della creatività e del mondo naturale, estremamente interconnesse tra di loro, sono espressione del divino. Non appena il musicista britannico smette di cantare entra in scena il fratello, che resta a delimitare il ritmo creando un’atmosfera ipnotica nel finale, quasi un preludio a Words with the Shaman, mentre Czukay si inserisce con la chitarra nella sezione strumentale e il suo intervento acquista sempre più peso con lo sfumare delle voci in chiusura. Ed è così, con le percussioni eteree di Steve Jansen che si conclude il meraviglioso esordio di David Alan Batt, un viaggio che prende forma da intuizioni del passato sviluppate in totale libertà e si snoda tra ambient, New Age, jazz e raffinatissimo pop.

Forte di una timbrica inconfondibile, di un uso perfetto della voce e della collaborazione di vecchi e nuovi amici, Sylvian confeziona un capolavoro scolpito nella pietra e nella memoria. Brilliant Trees vede la luce il 25 giugno del 1984 e a distanza di quaranta anni regala brividi ed emozioni indimenticabili.
Peccato che l’artista britannico stia man mano scomparendo dalla scena artistica per sua espressa volontà, e la ripubblicazione dei suoi ultimi dieci anni di lavori porta dritto in quella direzione, ma l’albero brillante a cui aspira quel giovane che non fissa l’obiettivo rimane uno dei dischi più incredibili e affascinanti della storia della musica. È il candidato ideale se volete intraprendere un cammino all’infuori e dentro voi stessi, è una fonte inesauribile di bellezza, ispirazione e meraviglia, è il diavolo nella carne e il ferro nell’anima.
Lasciategli rendere la vostra vita possibile, e il vostro mondo si materializzerà davanti ai vostri occhi. Garantito.

Tracklist:
01. Pulling Punches 5:02
02. The Ink in the Well 4:30
03. Nostalgia 5:41
04. Red Guitar 5:09
05. Weathered Wall 5:44
06. Backwaters 4:52
07. Brilliant Trees 8:39


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