A R T E – M O S T R E
Articolo e immagini di Mario Grella
All’Arsenale, secondo grande spazio espositivo (qui ho scritto delle opere esposte ai Giardini), ci si rende subito conto che l’allestimento, non strettamente vincolato alla nazionalità, rende più godibile la visita e non costringe alla peregrinazione da un padiglione all’altro, la qual cosa rende il fluire negli ambienti molto più piacevole. Ad accoglierci ecco ancora la scritta al neon di Claire Fontaine ”Foreigners Everywhere” che qui, con le barriere nazionali ridotte al minimo, sembra decisamente più integrata con gli ambienti. Insieme alla scritta al neon di Claire Fontaine, ecco una delle opere più rappresentativa o almeno la più simbolica, dell’intera esposizione ovvero il cosmonauta-migrante di Yinka Shonibare che, come un viaggiatore nel tempo e nello spazio, porta con sé tutte le tracce della modernità e della memoria, cerca ed è cercato, trova ed è trovato, esplorando il continente più asperrimo, quello dell’anima degli esseri umani. Entrati nella prima grande campata delle Corderie, ecco comparire la scenografica e misterica installazione del neozelandese Mataaho Collective, formato dalle artiste Bridget Reweti, Erena Baker, Sarah Hudson e Terri Te Tau, vincitrici del Leone d’oro per la miglior opera della Biennale. Alla base di questa imponente e scenografica opera c’è una conoscenza maori, il Takapau, che è, in origine, una stuoia finemente intessuta usata in particolare durante il parto per proteggere la partoriente.

Il passaggio tra il regno del buio e il regno della luce (parto-nascita) sembra adattarsi, in maniera un po’ paradossale, all’ingresso delle Corderie dell’Arsenale (ove il buio dovrebbe sembrare essere ciò che sta fuori e la luce la rivelazione dell’arte che sta all’interno). L’edificio delle Corderie è lungo e profondo e il notevole numero di opere consente qui solo un veloce excursus su quanto esposto. Nella prima campata le ringhiere, dell’artista angolese Kiluanji Kia Henda, che piuttosto di una sicura protezione appaiono come fragilissime strutture (ricordiamo solo che le ringhiere sono quelle di Luanda la capitale angolana per molti anni squassata dalla guerra civile). Quindi Ahmad and Akram Protecting Hercules opera di straordinaria originalità di Omar Mismar, giovane artista libanese, tratta dalla serie Studies in Mosaics (2019-20). Un paradosso della contemporaneità, quello per cui Ercole debba essere protetto anziché protettore, mentre l’altro sorprendente paradosso è che una storia tanto moderna, come il perenne stato di guerra diffuso in Libano, venga “raccontato” con una tecnica antichissima e tradizionale, quella del mosaico. Di Dalton Paula una inusuale serie di Full-Body Portraits, del 2023, con figure storiche di origine africana che hanno guidato i movimenti antischiavisti in Brasile, ritratti in posizioni classiche, tipo studi fotografici di fine Ottocento. Già viste in altre esposizioni The Constellations Series del 2011 di Bouchra Khalili, sono tele quasi kleiniane blu oltremare con la traccia delle principali rotte di migrazione nel Mediterraneo. Di particolare interesse i cosiddetti Arpilleristas quadri-manufatti tessili, realizzati col ricamo e prodotti nel Cile del generale Pinochet e che alludono alle perenni lotte per i cambiamenti istituzionali nell’America Latina. Sempre tra le “opere tessili” (grande novità di questa Biennale) ecco i lavori di Claudia Alarcón, un po’ quadri e un po’ tappeti, con soggetti ispirati alle storie raccontate dagli anziani delle comunità.

Quasi naif i quadri di Marlene Gilson della serie Happy Families Time When All We Live Together, dove colonizzatori e colonizzati sembrano vivere in pace. Ancora nel tessile, occorre citare l’opera di Susanne Wenger che espone qui grandi quadri, realizzati con la tecnica denominata àdireolórisà, a soggetto divino della cosmologia yoruba praticata a Cuba. Xiyadie, omosessuale cinese figlio di un contadino, propone opere dal sapore squisitamente “queer” molto originali e dai temi sessual-simbolico, tra le cose più originali viste, almeno tra quelle dipinte. Del resto l’accezione di “migrante” può essere certamente coniugata anche con l’idea di migrante da una sessualità all’altra, come lo stesso termine “transgender” lascia ben intendere, e la Biennale ospita un nutrito numero di artisti che si sono cimentati sul tema delle identità sessuali mutanti. Dopo Xiyadie, mi piace ricordare il lavoro fotografico di Sabelo Mlangeni con le fotografie in gran parte scattate alla Royal House of Allure, la casa-rifugio LGBTQI+ a Lagos in Nigeria. Una serie di esseri ibridi, motivi astratti e icone più o meno pop, convivono anche nelle immagini di Chola Poblete, artista argentina che, attraverso Il martirio di Chola (2014), affronta l’emarginazione sociale della comunità boliviana residente in Argentina. A conclusione di questo percorso dentro le Corderie dell’Arsenale, l’Aravani Art Project, collettivo indiano di Bangalore, con al suo interno numerosi transgender, propone un grande murale dai colori vivaci e immagini sfaccettate che rimandano, idealmente, ai colori di tante bandiere nazionali e mostra persone, probabilmente di identità sessuali fluide, nei ruoli sociali più svariati; se non fosse per un pizzico di politicamente scorretto, il murale, anche se non è proprio da “realismo socialista”, appare quantomeno un po’ ingenuo e troppo didascalico.

La lunghissima teoria di opere e installazioni del corpo centrale delle Corderie si chiude con tre dipinti su alluminio e una “video-scultura” a led che costituiscono l’installazione di Wang Shui, incentrata sull’antichissimo desiderio umano di smaterializzare l’identità. Sarà più efficace questa installazione o sarà stata più efficace la materializzazione ne il Sogno del Cavaliere di Raffaello? Queste non sono però domande legittime se si decide di tuffarsi nell’orgia di forme in libertà di una Biennale. Negli edifici circostanti le Corderie, da segnalare, certamente il padiglione lussemburghese con A Comparative Dialogue Act che è stato concepito come un’infrastruttura per la trasmissione del suono, dove quattro artisti Selin Davasse (nato nel 1992, Ankara), Célin Jiang (n.1993, Francia ), Stina Fors (n.1989, Svezia) e Bella Báguena (n.1994, Valencia) presentano il loro lavoro, il cui scopo sembra essere portare la sperimentazione artistica su terreni sempre più fluidi (arti visive/performance/suono) in un tentativo di “migrazione del senso”, forse però un po’ troppo cervellotica.

“Mi trovo dinanzi ad un mondo che è stato svuotato a causa delle guerre, dei terremoti, delle migrazioni, della minaccia nucleare e dei problemi naturali e ambientali che costantemente affliggono e minacciano l’umanità…” ed è questo vuoto che Gülsün Karamustafa, giovane artista turca, cerca di mostrarci con la sua installazione Hollow and Broken, di grande impatto, con capitelli e colonne di una plastica volgare ed ostentata, armonizzati con i lampadari di vetro veneziano frantumati, in un ideale doppio connubio Potenza/Decadenza e Venezia/Istanbul. La voce delle donne saudite è invece il tema dell’opera di Manal Al Dowyan. Le voci animano grandi sculture a forma di petalo che richiamano le forme della rosa del deserto e su di esse didascalie, titoli di giornali ed altri testi che trattano, solitamente con pregiudizio e luoghi comuni, le donne saudite: un’opera indubbiamente spettacolare, magari solo un po’ troppo didascalica e pedagogica.
Così come lo è anche Bokk-Bounds, un progetto dell’artista franco-senegalese Alioune Diagne che espone una serie di pannelli dipinti, tratti da fotografie di migranti leggermente sgranate e dai colori resi diafani da una serie di velature; un messaggio diretto, di immediato impatto, reso più efficace da una imbarcazione tradizionale senegalese spezzata in due tronconi, posta dinnanzi ai pannelli. Anche qui un’arte che si fa manifesto politico di lampante chiarezza, ma un po’ a detrimento della poesia. Un’imbarcazione tradizionale anche nell’opera del libanese Mounira Al Solh, con nientemeno che uno dei più famosi miti del mondo classico, ovvero il rapimento di Europa su una spiaggia della città di Tiro da parte di Zeus, che assunse le sembianze di un toro bianco. La rivisitazione dei racconti mitologici del mondo classico getta certamente un ponte tra le culture e abbatte la visione eurocentrica che ha caratterizzato sempre anche la narrazione mitologica. Il padiglione del Benin offre le opere di tre artisti molto raffinati nel loro forte radicamento alla propria terra; si tratta di Ishola Akpo con un’opera che indaga il ruolo del sacro, delle donne e dei riti, Chloé Quenum che, infine, riflette sulla fragilità della diaspora. L’artista ha iniziato visitando il Musée du quai Branly-Jacques Chirac di Parigi, per vedere gli strumenti musicali storici beninesi della collezione e le sue opere riproducono gli oggetti visti in vetro: Quenum mira a raccontare la delicata storia dell’eredità, dell’identità e della conoscenza beninese, con un’attenzione alla tratta transatlantica degli schiavi.

Si rischia, in questa infinita flanerie all’Arsenale e in giro per Venezia, di perdersi nelle tantissime opere che tempestano il tessuto urbano della città, come per esempio Jim Dine esposto a Palazzo Rocca Contarini, dove il “vecchio” Jim riempie di meraviglie il giardino (sculture di grandi dimensioni) atrio con un fantastico Pinocchio un po’ in stile Franz West, soppalco coi suoi inconfondibili cuori e salone al piano nobile con opere astratte a tre dimensioni. Ma per concludere questa cronaca forzatamente e volutamente parziale mi piace citare un’opera di Beral Madra, artista ucraina che espone, insieme ad altri connazionali (ma anche con i celeberrimi Allora & Calzadilla) a Palazzo Polignac a due passi dalla Chiesa di Santa Maria della Salute. Una delle opere è una gigantografia a forma di U che ritrae uomini addetti all’interramento di cadaveri della guerra che sta dilaniando quel paese; la guerra/le guerre sono tra le principali cause delle migrazioni dei popoli. Siamo tutti stranieri, è effettivamente così: lo siamo per gli altri e qualche volta lo siamo per noi stessi. Lo siamo per chi ci accetta e lo siamo per chi non ci accetta. L’umanità dolente è in cammino con angosciose certezze, ma anche con tante speranze: questo il messaggio profondo della “Biennale degli stranieri”. Da vedere, per rendersi conto di persona di quanto questo sia vero.






Photo credit © Mario Grella




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