R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Edoardo Liberati compie un passo laterale, rispetto al suo precedente Everyday Life (2022). Non perché sia mutata la qualità della sua musica che dimostra sempre una variegata progettualità, accompagnata da momenti di grande piacevolezza. Però nell’occasione di questo suo ultimo Turning Point l’Autore romano riduce l’organico all’essenzialità del proprio Synthetics Trio, accoppiando la sua chitarra, sia elettrica che acustica, al contrabbasso del romano Dario Piccioni – cinque album da titolare usciti a suo nome dal 2013 – e alla batteria del piemontese, nato a Casale Monferrato, Riccardo Marchese – valente musicista, oltre che regista di cortometraggi. Così facendo Liberati effettua una scelta coraggiosa – forse è questo quello che s’intende per punto di svolta – ma anche rigorosa, rinunciando al cospicuo apporto strumentale e vocale presente nell’album precedente. Niente fiati, quindi, né pianoforte e nemmeno voci. Solo l’incedere all’osso di una musica strutturata su ciò che è sostanziale, assommando solo la ritmica, quindi, allo strumento solista. Il risultato è un album che procede, direi, senza fretta. La chitarra del titolare, infatti, insegue i suoi fraseggi molto puliti senza l’ansia di dover per forza correre lungo il manico dello strumento.

Le scale sono ben leggibili, i suoni quando sono rapidi non si sporcano uno sull’altro e il flusso delle note si snoda con tranquillità ma senza esitazioni. Insomma, Liberati sembra molto attento al suo stile, costituito da colori diversi, così come differenti ed eterogenee sono le sue influenze che variano tra vari generi – rock, pop, latino – ma sempre e comunque riassunti sotto l’egida di un jazz garbato, tonale ed armonico, che assume a tratti profili più contemporanei. Un jazz che finisce per accogliere dei caratteri formali personali e indipendenti da quelli maggiormente esibiti dalla maggior parte dei colleghi chitarristi, concentrati talora su noiosi report tecnicisti invece che sull’essenza delle loro idee. A proposito dei riferimenti musicali che possano aver influenzato più o meno questo chitarrista, nonostante quello che si possa leggere in giro, non riesco a notare influenze marcatamente sensibili che riguardino il suo modo di suonare. Non si notano impronte dirette, ad esempio, dei maestri dell’hard be-bop come per molti altri suoi colleghi e se proprio dovessi far qualche nome sarei incerto tra l’eclettismo elettro-acustico di Julian Lage e certe atmosfere liberamente collocate tra John Scofield e George Benson. Ma non vorrei ripetermi nel sottolineare come Liberati mi sembri espressione di uno stile individuale, personalizzato e autonomo, nonostante i suoi interessi eclettici verso generi differenti tra loro. Molto buono è l’apporto ritmico di Piccioni e Marchese che offrono un supporto solido, tecnicamente valido, distribuito con interessanti assoli, oltre che costituire il cuore pulsante delle composizioni. Turning Point si presenta con nove brani in totale, sei originali più uno standard e una riproposizione tutta personale di un pezzo dei Red Hot Chili Peppers. Si ascolta una certa variabilità compositiva, con brani che appaiono talora cantabili e strutturati in arrangiamenti piuttosto lineari alternati ad altre invenzioni armoniche più complesse e suscettibili di maggior concentrazione all’ascolto.
Brano d’apertura è Dear Jane, una piacevole ipotesi acustica con una melodia semplice ed un’armonizzazione coerente con il clima pop-jazz innescato dal trio. Gli strumenti appaiono ben amalgamati tra loro, Marchese lavora di spazzole per mantenere la riflessiva chimica delle idee che s’instaura tra i musicisti, Piccioni disegna un melodico assolo di contrabbasso mentre la chitarra di Liberati procede senza estremismi, con riff delicati e coinvolgenti. Porcelain è una rivisitazione di un brano dei Red Hot Chili Peppers, estratto dall’album Californication del 1999. Naturalmente qui manca il canto di Anthony Kiedis semplicemente perché questo brano, tra le mani del Synthethics Trio, non è più una canzone ma diventa una jazz ballad che mi ha ricordato le timbriche di East/West di Bill Frisell. Già all’inizio il lentissimo 4/4 dell’originale viene spezzato da un backbeat di batteria mentre l’elettrica di Liberati irradia qualche accordo cercando di non dimenticarsi dell’andamento melodico originale. Gli spazi si dilatano, il brano viene rivoltato sottosopra anche dal bell’assolo di contrabbasso e insomma ci si cala in un clima jazz a tutti gli effetti. Direi che il pezzo dei RHCP viene di fatto nobilitato dall’intervento del trio e l’operazione fatta da Liberati risulta perfetta sotto ogni punto di vista.

One for Uncle John è una dedica a John Scofield, con un titolo ispirato all’album dello stesso, uscito nel 2023, appunto Uncle John’s Band, dove la chitarra inizia un po’ guardinga, prendendo le misure sulle latitudini jazz-rock in cui si spinge spesso l’artista americano. Man mano che il brano si sviluppa, Liberati prende più confidenza con il suo assolo e piano piano, senza fretta, il fraseggio diventa più ficcante e denso. Da notare la batteria robusta e sostanziosa di Marchese che riempie lo spazio sonoro affiancandosi alla chitarra, fino a fiorire in un delizioso assolo che diventa poi dialogo a due con Liberati. Apnea inizia con una serie di accordi arpeggiati di chitarra elettrica in crescendo, attorno a cui il contrabbasso prima e la batteria poi si stratificano serrando le fila. Man mano che il brano procede i suoni chitarristici si fanno più sfumati e lontani mentre la ritmica continua la sua parte di sostegno. Liberati rende poi scivolosi i suoni del suo strumento mentre Marchese non molla mai la presa e mantiene attiva la componente percussiva, sostenendo il clima tensivo che si è venuto a creare nel frattempo. Finale con il contrabbasso suonato con l’arco, frammisto agli ultimi arpeggi di chitarra. Turning Point, la title-track dell’album, è una ballad dai toni un po’ spettrali, molto rarefatti, e un assolo di contrabbasso che si sistema tra il brushing e gli accordi dilatati della chitarra. Another Story segue un poco la medesima linea, uscendo però dalle brume della classica ballad e incanalandosi in uno tra i brani migliori dell’intero album per avventurarsi in zone molto contemporanee, in ambienti ritmici personali e stimolanti dove la batteria di Marchese si comporta quasi come uno strumento armonico, entrando spesso a colloquio con la chitarra e impossessandosi di ampi varchi su cui improvvisare. Anche il contrabbasso dice la sua in un momento di quiete ritmica, avviandosi in un assolo breve ma incisivo. Un brano decisamente diverso, rispetto a tutti gli altri, costruito su macchie astratte di colore ma che mantiene fino alla fine una sensazione di unità concettuale. Stardust è il famoso standard targato 1927 ad opera di Hoagy Carmichael. Interpretato per chitarra solo da Liberati rivela tutta la capacità armonica dell’Autore utilizzando un suono asciutto in cui s’intersecano linee di basso con le note portanti della melodia che arriva ad esprimersi nella sua interezza non prima di metà brano. Liberati procede con calma, come se sciogliesse le parti di un nodo da cui emerge l’arcinota sequenza cantabile. Non ci sono tecnicismi acrobatici, per intenderci, ma una progressiva anabasi verso la risoluzione melodica e, in sottofondo, un flebile languore sonoro che s’impossessa dell’ascoltatore, come una specie di mesmerico coinvolgimento. Rielaborazione fantastica, da ricordare per la sua essenziale perfezione negli annali delle versioni jazzate di questo brano. Small House riprende le sonorità della chitarra acustica e lo spirito delle ballad, con un ampio assolo di Piccioni al suo strumento che s’infila tra l’accompagnamento con le spazzole di Marchese. Comunque un gradino sotto la media dell’album. Round Town chiude energicamente con un brano fusion e una chitarra elettrica distorta. Elementi di rock e jazz si sovrappongono integrandosi in uno spazio d’avanguardia in cui emerge, oltre alla chitarra del leader, la componente ritmica con la sostenuta partecipazione della batteria e la melodia a tratti quasi spagnoleggiante del contrabbasso. Finale esuberante tutto stacchi e riprese, favorito dalla bollente batteria orgasmica di Marchese.
Il contesto in cui si muovono Liberati & C. è tutt’altro che statico ed è pieno d’invenzioni, si organizza in spazi promettenti e dinamici all’interno dei quali ciascun musicista trova comodamente la propria dimensione espressiva. La visione generale è lucida, ben organizzata e come già detto tende a svilupparsi con ordine, affidando al ruolo del contrabbasso e della batteria i momenti più magmatici ed esuberanti. Per il resto la chitarra di Liberati dimostra movimenti controllati ed eleganti e, in fondo, in una formula triadica come questa, sembra trovarsi perfettamente a proprio agio.
Tracklist:
01. Dear Jane (4:56)
02. Porcelain (6:07)
03. One For Uncle John (5:36)
04. Apnea (5:02)
05. Turning Point (4:51)
06. Another Story (5:56)
07. Stardust (5:36)
08. Small House (3:47)
09. Round Town (6:46)




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