L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Rossana Ghigo

«Il blues è verità, senza distinzione di colore. Il blues, il soul e il jazz hanno così tanto dolore, così tanta bellezza di emozioni vive e di passione. Il blues è instillato in ogni cellula musicale che galleggia intorno al vostro corpo».

Pistoia Blues rappresenta il più longevo festival nel panorama europeo fin dalla sua prima edizione nel 1980 quando si esibirono Muddy Waters, di Fats Domino, B.B. King, Alexis Korner, Dizzy Gillespie e Pino Daniele.

Nel corso degli anni dal Festival toscano sono passati alcuni tra i maggiori protagonisti del blues e del rock con performance spesso indimenticabili nel suggestivo scenario medievale di Piazza del Duomo. Memorabili i concerti di John Lee Hooker, Frank Zappa, Bob Dylan, Santana, Jerry Lee Lewis, Ben Harper, Pearl Jam, Stevie Ray Vaughan, Chuck Berry, Johnny Winter, Albert Collins, Patti Smith, Lou Reed, Gregg Allman, Bo Diddley, Ron Wood, Buddy Guy e, più recentemente, di Arctic Monkeys, Sting, Mumford & Sons, Hozier, Paolo Nutini, Simple Minds, The Tallest Man on Earth e Gov’t Mule.

In un’estate che finalmente si fa sentire tuona la voce inconfondibile, potente e calda di Dee Dee Bridgewater. La cantante statunitense, vincitrice di tre Grammy, porta in scena il suo tour We Exist! accompagnata da un quartetto d’eccellenze femminili: Carmen Staaf al pianoforte, Rosa Brunello al contrabbasso, Evita Polidoro alla batteria. La Dea del jazz ha messo negli ultimi anni la sua verve e la sua eleganza interpretativa al servizio del blues. Un genere che le era stato ostruito dalla madre perché sinonimo di dissolutezza, alcol e povertà.

Dee Dee spazia da temi sociali determinanti come la ricerca di identità, lo sradicamento, le lotte sociali, la storia afroamericana, a temi profondamente intimi come la propria femminilità e i sentimenti del cuore, parola chiave di tutto. Vocalist, attrice, produttrice, attivista, da oltre 40 anni una delle voci più importanti del jazz mondiale e un’artista dalle molteplici sfaccettature: alla sua straordinaria carriera musicale ha affiancato quella di attrice di teatro, imprenditrice e ambasciatrice FAO.

Una piazza gremita ascolta incantata, facendosi travolgere dal dolore umano che si trasformò in musica e ballo nella zona del fiume Mississippi, incarnazione di malinconia e nostalgia. La forza interpretativa dei musicisti, tuttavia, ha invertito la sofferenza in pura energia. I canti degli schiavi che si ritrovavano la sera dopo interminabili giornate di raccolto hanno dato linfa ad un genere musicale dalla codificazione ben precisa che trova la sua massima espressione nella progressione di accordi definita giro blues.

The music is the magic, Speak low, My ship, Trying Times, The Danger Zone per arrivare a Mississippi Goddam di Nina Simone, Probabilmente una delle sue interpretazioni più incisive diventata un inno per i diritti civili. Scritta nel 1964 in poco più di un’ora come reazione furiosa all’omicidio dell’attivista afroamericano Medgar Evers in Mississippi e a quello di quattro bambine nere avvenuto in Alabama. Il brano utilizza termini forti tanto che parecchie stazioni radio ai tempi decidono di non trasmetterlo.

Una mix di commozione e di gratitudine per essere presenti dinnanzi a così tanta bellezza si percepisce vibrare nell’aria. Chiudendo gli occhi si sente arrivare intensamente profumo di cumino e coriandolo, si delinea la consistenza del cocco, della carambola e dei datteri, purtroppo, nulla a che vedere con «uno strano frutto appeso dagli alberi del pioppo».

Si scuote la carne, la pelle si increspa di brividi…

Una sera di marzo del 1939 una giovane Billie Holiday si avvicina al microfono del Café Society di New York City per interpretare l’ultima canzone della serata. I camerieri smettono di servire, le luci si abbassano e un riflettore illumina il suo viso. Poi, la sua voce cruda ed emotiva, trasfigura la sala in uno spazio senza tempo. Il testo, tratto da una poesia di Abel Meeropol, (Blood on the leaves and blood at the root) narra la presenza di uno “strano frutto”, il corpo di un uomo linciato per razzismo che penzola da un albero. Egli si ispirò ad una fotografia relativa ad una doppia impiccagione avvenuta in Indiana nel 1930. Per la sua prima esecuzione venne dunque scelto appositamente il Café Society, primo nightclub interrazziale degli States.

Questa incredibile performance della Bridgewater si conclude con un’ovazione senza fine tra le note di The way we were di Barbra Streisand: «I ricordi illuminano gli angoli della mia mente, acquerelli foschi, ricordi di come eravamo, fotografie sparse dei sorrisi che ci siamo lasciati dietro». Inevitabilmente, il ricordo di questa superlativa artista sarà un cammeo da appendere al cuore che apparterrà ai ricordi miei più belli, per sempre.

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