R E C E N S I O N E
Recensione di Nadia Cornetti
Quando sento dire “la gavetta non la fa più nessuno”, beh, un pochino me la prendo: è vero che il mondo “alla luce del sole” è fatto da grandi successi, da talenti che esplodono come supernove, da immensi palazzetti piuttosto che anni e anni di piccoli club e locali da poche decine di attenti spettatori. Ma c’è un mondo che devi cercare, che ti devi quasi “guadagnare”, scovando e pazientando, e soprattutto, ascoltando. Da questo mondo, dall’indie – da quello vero, intendo, non dalle playlist ora di moda su Spotify – arrivano gli Arancioni Meccanici, progetto nato nel milanese e attivo dal 2005, giunto al terzo disco dopo un lavoro intenso e costante fatto proprio di quella gavetta di cui accennavamo: un primo disco d’esordio omonimo nel 2010, un secondo album molto apprezzato, Nero, nel 2013, e infine, dopo varie vicissitudini, una serie di singoli (snocciolati a partire dal 2020) che lo scorso 14 giugno sono confluiti in un nuovo lavoro, che ho ascoltato a rotazione in questi giorni, dal titolo Movimento (uscito per Gelo Dischi).

Otto tracce nelle quali la coesione tra i musicisti – due sono rimasti i componenti principali – e il desiderio di non fossilizzarsi in un’etichetta di genere hanno dato origine a un variegato sound contaminato e innovativo, ma decadente al contempo: non più solo chitarre, ma anche elettronica, pop, e azzeccatissimi fiati (una curiosità: il sax in Disco d’Argento è di Andy).
Iniziamo dunque a svelare Movimento: apre le danze Italo Disco, ritmo incalzante, un sound molto Pulp (Fiction) che sguazza negli anni Ottanta citando e riproponendoci sul serio quello che, proprio nei veri anni Ottanta, una radio o un canale TV potevano trasmettere (troverete davvero le voci Ezio Greggio, Sabrina Salerno e una telecronaca di Bruno Pizzul). Molto belli sono gli effetti, ben registrati e dosati, tanto da non stancare e da comunicarmi una coesione e una maturità che si possono acquisire soltanto con l’esperienza.
Continuano i pezzi con un bel ritmo e un testo degno di nota, come Vietnam, che pur nella scanzonata attitudine del jingle recita concetti su cui non si può che riflettere: «Noi siamo distanti / O troppo indietro o troppo avanti» o ancora «La tua vita è fredda/ Come le armi dell’Africa»: un motivetto apparentemente fresco e leggero, giunge come un macigno grazie al linguaggio incisivo e che non manda a dire nulla a nessuno, ma – al contrario – si fa bandiera di una protesta. Davvero piacevole è il sound della parzialmente internazionale Zombie Jungle (nella quale mi tornano alla mente alcuni suoni e ritmi da Mc Mao, il memorabile album dei Management del Dolore Post Operatorio), una cavalcata ritmatissima con echi new wave, remiscelata in maniera capace, e dal sentore subsonico nella linea vocale.
Menzione speciale per Il Flusso, che mantiene quella base di new wave nostrana e che però mi appare sotto una veste del tutto nuova, recitando come un grido di esortazione contro l’inesorabile scorrere del tempo: «Non voglio più restare qui/Immerso in uno stagno/Il ritmo scorre e va da sé/Non posso perder tempo»;e poi la già nominata Disco d’Argento, che piacevolmente riporta al suono inconfondibile dei Bluvertigo , ma con l’aggiunta di una patina dark che impregna tutto il brano e ne esalta il sentore 80’s.
Cito prima di giungere al termine dell’ascolto il forte elemento dance che permea questo nuovo lavoro degli Arancioni Meccanici, evidentissimo nella nostrana Combustibile e nella anglofona Summertime.
È proprio qui che, non appena pensi dai aver inquadrato il sound, arriva come brillante fanalino di coda un brano che a dire il vero ho adocchiato ben prima dell’ascolto del disco, dalla sola lettura della tracklist: si tratta di Mi Manchi – My Monkey, titolo assonante e divertente di un pezzo con marcata impronta vapowave, pregno di synth, echi vocali ovattati e lontani, scene di vita e voci, che fanno da sottofondo a una bellissima canzone d’amore. Penso, spero di non inimicarmi nessuno, se mi azzardo a riportarvi ciò che la mia testa mi ha suggerito all’ascolto: una traccia, questa, che potrebbe arrivare dai tempi d’oro – prima ancora dei vari completamente sold out, intendo – dei Thegiornalisti.
Voglio concludere questo mio racconto di Movimento con una riflessione: in questi anni Duemila ormai inoltrati siamo abituati a vedere emergere, in tempi brevissimi, talenti (o mediocrità) che non hanno nemmeno il tempo di rendersi conto che cosa stia succedendo e come si stia trasformando la propria arte agli occhi e alle orecchie dell’Ascoltatore. Ebbene forse è proprio questo il punto: che manchi la consapevolezza dell’importanza del tempo? Se si tratta della cosa più preziosa che abbiamo – come più di qualcuno ha detto, e sono certa sarete d’accordo anche voi – come può, il tempo trascorso nell’evolvere la propria Arte, non aggiungere valore a un risultato finale che è il culmine di un percorso lento e paziente, che conduce a consapevolezza e maturità? Non può, ne sono certa. E Movimento non fa eccezione: al suo interno di valore ne ho trovato, eccome.
Tracklist:
- Italo Disco
- Vietnam
- Zombie Jungle
- Combustibile
- Il Flusso
- Disco D’Argento
- Summertime
- Mi Manchi (My Monkey)
Photo credit © Luca Tombolini




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