R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Mi rendo conto di quanto sia complicata l’operazione che mi accingo a compiere. Recensire solo la musica di un lavoro cinematografico come Opus in cui le immagini giocano un ruolo paritetico può sembrare un azzardo e probabilmente lo è. Come togliere il preludio da una sinfonia o come eliminare le scene conclusive di un film. Nonostante sia consapevole di tutto questo, non ho resistito. Da vecchio estimatore della musica e della personalità di Ryuichi Sakamoto sono stato letteralmente rapito dall’austera bellezza della colonna sonora del film in bianco e nero girato dal figlio Neo Sora poche settimane prima che il padre morisse sfiancato dal cancro nel 2023. Dai pochi trailer a disposizione ho potuto solo constatare l’eleganza delle riprese ed il senso di completa solitudine che queste suggeriscono. Perché di fronte alla morte, anche se mediata dall’Arte come in questo caso, si è sempre profondamente soli. Il musicista arrivato alla sua undicesima ora, ripreso al pianoforte mentre esegue i suoi brani sfogliando praticamente tutta la sua carriera autobiografica – ad esclusione delle sue fasi più sperimentali – dagli Yellow Magic Orchestra agli Oscar e ai Globe per i suoi soundtrack, dimostra un portamento nobile e altamente dignitoso di fronte alla fatica fisica di affrontare lo strumento durante la malattia. Il coraggio di un Edipo a Colono che scende, consapevole e rassegnato, i gradini dell’Ade. Il pianoforte, poi, non ti permette l’errore. È una macchina implacabile e impietosa che mantiene sempre le distanze, non si fa abbracciare come un violino o una chitarra ma interloquisce attraverso la lontananza/vicinanza di una tastiera. Il pianista è dunque simile a uno scrittore che faccia filtrare i suoi sentimenti attraverso lo stretto corridoio obbligato di una serie di tasti marchiati da note, anziché da lettere alfabetiche.

La solitudine, del resto abbondantemente suggerita dall’evocativa scelta dei singoli brani, ci coinvolge avvalendosi anche della semi-oscurità delle riprese cinematografiche che sembrano amplificare ogni risonanza emotiva. L’ascoltatore resta coinvolto in questo temi solitari, con la vaga sensazione che il linguaggio utilizzato in questa performance sia quasi una forma di dialogo a due, appartato in un cerimoniale privato tra ciascuno di noi e l’Autore stesso. Comunque resta sempre una dimensione inviolabile, in Sakamoto. L’impressione è che parte della sua pulsazione emotiva risulti percepibile solo a lui, nell’insieme di sfumature timbriche e lunghe pause che ci illudono di partecipare al suo mondo poetico, quando invece la danza leggera delle sue dita sulla tastiera racconta parte di un mondo inaccessibile, intimo e privato. La musica si polarizza tra soffuse rarefazioni pastorali e momenti meno trasparenti, più distesi o talora improvvisamente agiti da subitanei accenti drammatici. Si procede dalle impronte romantiche di stampo ottocentesco e dall’evoluzione colta della new age per accarezzare, come abbiamo imparato a riconoscere, quelle atmosfere mescolanti la tradizione orientale popolare con le moderne variabili della cultura classica occidentale. L’incedere crepuscolare tra le note sembra cercare alle volte risoluzioni armoniche più dissonanti, accordi di passaggio non presenti nelle incisioni originali dei brani, fino ad avventurarsi nella sorpresa timbrica di un piano preparato. Niente leziosità in Opus, semmai un minimalismo consapevole, con forte retaggio classico, sopratutto quando le note cadono dall’alto sgocciolandosi sui tasti con pause quasi ascetiche, come se Sakamoto stesse esercitando una qualche forma di sacerdozio religioso. Per ascoltare una musica d’intensa purezza come questa occorre una buona disponibilità a perdersi, a smarrire il proprio Io lasciandosi condurre in quel territorio misterioso che separa la luce dal buio, in quella “notte oscura dell’anima” dove appare, in fondo a tutto, la luce nera del silenzio e della trascendenza.

Lack of Love, dall’album L.O.L (2000) apre Opus in un candore neoclassico, con una cadenza che ricorda Morricone, procedendo con respiro lentissimo in un 4/4 di accordi reiterati da numerosi rivolti. Si procede in sottrazione, una battuta per volta, un passo dopo l’altro dentro l’oscurità. BB è un brano dedicato alla morte di Bernardo Bertolucci, il regista per cui Sakamoto scrisse il soundtrack per tre film, L’ultimo Imperatore con cui vinse l’Oscar come migliore colonna sonora, Il Piccolo Buddha e Il Tè nel Deserto. Quando Sakamoto apprese la notizia della dipartita del regista rilasciò un intervista a Luca Valtorta per Repubblica dove disse che “...la mattina in cui seppi della sua morte…è come se la forza della sua arte m’avesse accarezzato ancora una volta…ho sentito l’impulso di sedermi al pianoforte e comporre un brano…”. Come nel pezzo precedente gli accordi cadono lentamente sulla tastiera sviluppando il tema del ricordo all’interno di una dolente zona d’ombra. Andata proviene da Async del 2017, il suo album per solo piano dopo l’inizio della malattia nel 2015. Il clima è quasi continuativo ai brani precedenti. Stessa rarefazione sonora, progressioni rigorose per quarte discendenti, fortissima impronta romantica, una musica fatta di silenzi più che di vibrazioni sonore, frutto di un’amara trasfigurazione per un momento di vita non certo facile. Solitude esce dall’album Tony Takitani (2005), colonna sonora dell’omonimo film diretto da Jun Ichikawa e tratto da un racconto breve del grande scrittore giapponese Hariki Murakami. Costruito su un arpeggio piuttosto semplificato è in realtà un gradino sotto le tracce precedenti e appare poco incisivo, con soluzioni circolari attorno ad una nota bordone – un Sol – che funge da centro gravitazionale. For Johann è un brano dedicato al compositore islandese Johann Johansson, autore di colonne sonore, morto nel 2018. Anche qui vi sono progressioni per quarte, evidentemente particolarmente amate dall’autore giapponese. Aubade 2020 è un brano la cui prima stesura avvenne nel 2009 ma che fu rivisitata nell’aprile del 2020 – da cui la data presente nel titolo – in un concerto on line tenuto nello stesso anno. La traccia appare sgombra dalle nuvole nere che hanno avvolto i pezzi precedenti e anzi sembra avventurarsi in momenti di sognante spensieratezza – si avverte perfino una chiusura in tonalità maggiore – in cui è presente comunque quella commistione tra oriente e occidente che è stata un po’ una delle caratteristiche portanti della musica di Sakamoto. Ikimei – Small Happiness è un brano che proviene da Playing the Orchestra (2013), forse il momento più debussyano di tutto l’album, dall’impronta fortemente impressionista. Più che una costante piccola felicità, la traccia sembra un progressivo trascolorare da un momento effettivamente più sereno, una tranquilla reverie in trasparenza, verso un clima molto più scuro e drammatico sottolineato dalla presa degli accordi gravi che racchiudono in una sorta di angustia il cuore del finale. Mizu No Naka No Bagatelle appare nell’album Tokyo 031809 (2009) ed era inizialmente composto per uno sketch di una TV commerciale nel 1983, rivisitato poi secondariamente nel 2002. Il brano si avvale di un’atmosfera distintamente pittorica e dall’animo lieve, moderatamente malinconica, anche se il tema passa attraverso due fasi distinte di cui quella centrale si presenta un po’ più cupa. Finale aperto con qualche nota acuta sospesa. Bibo no Aozora è tra i brani decisamente più famosi di Sakamoto, uscito in Smoochy (1996). Si struttura in una bella composizione in Mi bemolle maggiore ottenuta dalla fusione riuscita di elementi tradizionali e moderni. In questa versione Sakamoto cambia le carte in tavola, immettendovi accordi fortemente dissonanti ed avventurandosi lungo una linea improvvisativa che pare quasi condurlo a smarrirsi. Si avverte qualche momento d’incertezza, subito recuperato nel tornare all’interno del sistema melodico originale. Aqua è un brano del 1998, che compare nell’album BTTB. Si tratta di una melodia gradevole ma semplice, pure troppo, di un umore sonoro che tira dalle parti di una new age alquanto languida.

Meglio il seguente Tong Poo, probabilmente il pezzo più datato di Opus, estratto dall’Lp di debutto della Yellow Magic Orchestra (1978) che porta lo stesso titolo del nome della band. Ovviamente la versione per piano è cosa assai diversa dal synth-pop originale, in cui è possibile però già apprezzare il melodico tema portante. Bellissimo l’arrangiamento armonico per piano solo che reinventa e trasforma un innocuo brano pop in qualcosa che arriva ad assomigliare ad un incrocio insolito tra Mussorgsky e Bela Bartok ma pur sempre condito nell’inconfondibile salsa wasabi dell’Autore. The Wuthering Heights fa parte del soundtrack dell’omonimo film del 1992, tratto da un romanzo di Emily Bronte. Dall’andamento sinfonico e con un incipit che ricorda Women of Ireland – un testo settecentesco irlandese musicato da Sean Ó Riada, melodia conosciuta per essere stata parte della colonna sonora di Barry Lyndon – il brano vive nell’ottica di un romanticismo cinematografico dal corpo sostenuto, con quei toni che spesso s’allineano nella rischiosa area di confine tra accentuazioni melodrammatiche e melodismi new-age. 20220302-Sarabande proviene dal suo recente album di piano solo 12 (2023) (ne abbiamo parlato qui). La sequenza numerica che compare nel titolo indica la data della composizione, dato che 12 era una sorta di diario sonoro che scandiva i tempi della lotta dell’Autore contro la propria malattia. La sarabanda è una danza di origine mediorientale che tuttavia fiorì in Spagna in epoca barocca. Mi sembra tra i brani migliori della selezione, estremamente rarefatto e drammatico, con ampie pause e lunghi respiri, come se Sakamoto avesse voluto cogliere tra questi accordi così spiritati, qualcosa dell’essenza nascosta della sua vita. The Sheltering Sky è parte della colonna sonora de Il Tè nel Deserto, diretto da Bernardo Bertolucci nel 1990. Il tema è molto famoso e da subito riconoscibile. Ma l’aspetto più importante è l’arrangiamento che sfugge dal giro armonico di base, di per sé piuttosto semplice e lineare. Un basso ostinato prende il sopravvento prima che lo sviluppo proceda in fase modale, non senza dissonanze al seguito. Una serie di bruschi cambi di tonalità indirizzano il brano verso un’oasi meditativa che precede la ripresa del tema. Finale brillante di note timbricamente alte mentre il tema pare sfaldarsi via via come in un foliage autunnale. 20180219 (W/Prepared Piano), così come suggerisce il titolo, è un drammatico, dissonante brano per piano preparato. Gli accordi, stridenti, metallici, sembrano lugubri cadenze, funesti presagi di sofferenza. The Last Emperor è un altro, famosissimo e struggente brano tratto dalla colonna sonora de L’Ultimo Imperatore – in cui recitava anche lo stesso musicista – altra pietra miliare di Bertolucci con l’Oscar per la migliore colonna sonora a Sakamoto (1988). Il tema, stupendo e lirico, pur mancando qui dell’originale supporto orchestrale, è perfettamente in grado di raccontare tanto la maestosità della Città Proibita quanto la vicenda drammatica del protagonista, costretto in una vita mai propriamente sua. Un brano che personalmente potrei mandare in loop ed ascoltarlo per ore. Trioon proviene da quel bellissimo album, Vrioon, del 2002 pubblicato insieme al compositore tedesco Alva Noto, il primo di una serie di altri quattro album editati dal 2005 al 2011. Questa composizione dichiaratamente d’avanguardia, posta dopo il brano precedente, viene ad essere oscurata dalla più fluida bellezza dell’Ultimo Imperatore. Tanto più che anche questo brano è talmente rarefatto e con pause così lunghe da richiedere una concentrazione assoluta nell’ascolto, per altro difficile da ottenere dopo il passaggio di tutti i precedenti pezzi dell’album – questo è il diciassettesimo di venti – per più di un’ora e mezza di musica in totale. Happy End fu registrato in trio con la violinista Judy Kang e il violoncellista Jaques Morelenbaum in un lavoro del 2012 intitolato appunto Three. Un brano lirico denso di sentimenti magmatici, con risonanze che rimandano a Grieg e alla vastità di paesaggi immersi nella natura. A metà brano lo sviluppo prende un’inaspettata strada più misteriosa e più cupa. La ripresa del tema conclude in un’ariosa bellezza quasi barocca e termina non sull’accordo di tonica, come ci si spetterebbe, lasciando una sensazione di strana incompiutezza. Merry Christmas Mr. Lawrence – titolo in italiano Furyo – è forse il capolavoro di Sakamoto, l’indimenticabile colonna sonora del film omonimo diretto nel ’83 dal regista giapponese Oshima e interpretato dallo stesso Sakamoto nei panni dell’ufficiale giapponese al fianco di David Bowie. Un brano costruito su movimenti di note pentatoniche, valorizzato dal piano solo e che racchiude nella venatura orientalista la pietra angolare di una colonna sonora sufficientemente orecchiabile per restare a lungo nella memoria uditiva di ciascuno, complice anche il ricordo della sottile indagine cinematografica erotico-psicologica dei due personaggi, con l’evidente e antica tematica dell’attrazione tra opposti. L’album si chiude con Opus-Ending, un ¾ che rimanda a Satie e che resta come l’ultimo, malinconico messaggio d’addio al pubblico.

Riprendo una citazione della scrittrice e compositrice cinese Xiaole Zahn che riporta le parole di Chopin scritte in una lettera all’amico Tytus nel 1829. “Dico al mio pianoforte cose che una volta dicevo a te…”. Forse l’essenza di questo Opus è tutta qui. Un dialogo muto, mentale, che travalica il confine del solipsismo affidando al proprio pianoforte le parole non dette fino in fondo, quelle stesse parole che non servono più se non a raccontare, di taglio, la storia creativa di un musicista dall’essenza inafferrabile. Il paradosso – ce n’è sempre più di uno nella vita di tutti noi – è che un musicista arrivato al successo planetario per le sue colonne sonore, decida di concludere la sua esistenza con un ultimo, finale sound-track accompagnando un film girato su di sé mentre lavora con la sua stessa musica all’interno delle immagini. Sembra la creazione di una stravagante struttura metafisica, un’operazione ricombinatoria atta a rendere invisibile ciò che è troppo illuminato. Ma infine, quello che conta, è la bellezza delle composizioni, costantemente avvolte dalla nebbia delle loro ineffabili malinconie.

Tracklist:
01. Lack of Love (4:53)
02. BB (2:14)
03. Andata (3:27)
04. Solitude (6:09)
05. for Jóhann (5:49)
06. Aubade 2020 (3:45)
07. Ichimei – small happiness (3:54)
08. Mizu no Naka no Bagatelle (3:46)
09. Bibo no Aozora (5:58)
10. Aqua (5:13)
11. Tong Poo (6:02)
12. The Wuthering Heights (5:14)
13. 20220302 – sarabande (3:45)
14. The Sheltering Sky (6:22)
15. 20180219 (w/ prepared piano) (3:32)
16. The Last Emperor (6:40)
17. Trioon (6:40)
18. Happy End (4:32)
19. Merry Christmas Mr. Lawrence (5:47)
20. Opus – ending (3:04)

One response to “Ryuichi Sakamoto – Opus (Milan Records, 2024)”

  1. […] approfondire, qui la recensione dell’album:Ryuichi Sakamoto – Opus (Milan Records, […]

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