R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Dopo un migliaio d’anni di argomentazioni filosofiche e più di quattro secoli di metodo scientifico, ancora non sappiamo affermare con certezza cosa sia la Realtà. Da Talete fino ad Heisenberg, passando per i dubbi degli Eleati e del vedico velo di Maya, dopo infinite disquisizioni teoretiche, giungiamo oggi a prendere atto, non senza una nota di sbigottimento, della non-sostanzialità della Materia. Allora, a questo proposito, appare del tutto giustificato il quesito che si pone il sassofonista russo Art Baden, originario di Rostov sul Don e residente attualmente a New York. Il suo album d’esordio, infatti, s’intitola in modo sibillino How Much of it is Real ed evoca, fin dalla grafica di copertina, l’età eroica dell’hard be-bop anni ’50-60, pur conservando una personalità e uno spessore sonoro decisamente autonomo. Nonostante ciò, non si fatica eccessivamente a riconoscerne i modelli espressivi, soprattutto i riferimenti a Wayne Shorter ma anche un certo cotè coltraniano, in particolar modo nei rari momenti in cui Baden si fa prendere la mano dalla pulsione improvvisativa, caricando il proprio tenore di rugosità più secche e turbinose del solito. Ciò che rende affascinante questo album – adattissimo nei giorni di pioggia [n.d.r] – è l’atmosfera intima e spesso diradata che si avverte nel complesso insieme della formazione che affianca Baden, che pur rifuggendo dalla facile presa della malinconia, riesce a comunicare dimensioni insolite di cruda, rarefatta matericità.

Accanto al leader troviamo infatti il vibrafono e le tastiere di Joe Locke, tra l’altro uno dei suoi mentori all’Herbie Hancock Institute di Los Angeles – vedi qui – e Jay Anderson al contrabbasso con Jeff “Tain” Watts alla batteria. Il vibrafono suonato da Locke, per natura intrinseca, non può rapportarsi polifonicamente al pianoforte e in questo caso la sua impronta più asciutta regala alla musica del quartetto un’impressione live, quasi raccolta, anche se i suoi confini vengono ben marcati soprattutto dalla fisicità del batterista Watts – che ricordiamo addirittura esplosivo in Waw, l’album uscito quest’anno con Winther e Andersson – puoi trovare tutto qui. Locke, che per altro è l’autore del pezzo di chiusura, la toccante Silky, compie un lavoro contrappuntistico al vibrafono bilanciando il fiato di Baden per tutta l’escursione dell’album e finisce per essere una sorta di firma assai portante, un’impronta caratteristica che personalizza oltremodo la struttura dell’intero lavoro. Baden, oltre che per il suono del sax, si fa notevolmente apprezzare per le note gravide di vibrazioni del clarinetto basso e la soavità nell’utilizzo del flauto. Insomma, siamo di fronte ad un musicista più che promettente e grazie anche alla scelta oculata dei suoi sodali, parrebbe i cercare una continuità d’intenti e un collegamento ideale tra il jazz tradizionalmente classico e le nuove direzioni più tensive contemporanee. Nell’album possiamo trovare momenti molto parkeriani, tecnicamente interessanti ma un po’ troppo retrò come ad esempio BOGO, mentre ve ne sono altri di tonalità interiore più marcata, forse più cool ma che appaiono maggiormente originali, vedi ad esempio il bel brano d’apertura 4thCycle. Certamente, la vita di questo artista, passato dalla Russia agli States all’età di diciassette anni e con poche possibilità economiche, si è incanalata nel verso giusto a furia di borse di studio conseguite con merito e fatica, sia in Europa che negli USA. E forse Baden si dev’essere chiesto, risvegliandosi una mattina, se tutto quello che gli stava accadendo fosse proprio reale, come si evince in un estratto da un’intervista rilasciata a Voyage L.A nel marzo scorso “…Ciò che mi distingue è il mio percorso di vita unico, da bambino russo innamorato della musica afroamericana ad un adulto che la suona e la promuove…”. Chissà se l’allusione presente nel titolo dell’album, più che ad una riflessione filosofica astratta, non possa corrispondere in primis al suo turbinoso, avventuroso cammino esperienziale del tutto personale.

Il primo brano a comparire in lista è 4th Cycle. Il titolo deriva da un iniziale progetto presentato ad Herbie Hancock durante gli anni scolastici di Baden e da questi fatto rivedere e perfezionare per quattro volte. Caratterizzato da diverse sovra-incisioni, al flauto che percorre la prima parte si sovrappone un clarino basso dalle sonorità viscerali. Ma il meglio di sé Baden lo dà al sax con una solida improvvisazione dal lessico elaborato che s’incrocia magnificamente con il vibrafono di Locke e la batteria muscolare di Watts. Questo brano d’apertura dimostra una fantasia fertile sia nello svolgersi delle linee melodiche che negli arrangiamenti. Trova posto anche il contrabbasso di Anderson per uno squisito assolo, approfittando anche dall’acquietarsi del drumming di Watts. Uno splendido preambolo, dunque, per un album che s’annuncia molto corposo e misteriosamente intrigante. Segue la title-track How Much of it is Real, brano decisamente più tranquillo del precedente, con una ritmica giocata sul tom della batteria e sopra un adeguato gioco di piatti ma è il vibrafono a far gioco insieme al sax di Baden, lanciato spesso con ardore misurato sulle note più alte. Una moderata sensazione di spleen sembra emergere da questa traccia con il tentativo di dare voce…ai silenzi, alle pause incombenti tra gli strumenti.

Animal Intelligence è un intrigante blues notturno, lontano da ogni facile accademismo, dove il sax di Baden si muove con aggressivo passo felino. L’audace impasto ritmico, con Watts che non risparmia i suoi tamburi, contribuisce ad evidenziare, oltre al lavoro del sax, anche l’assolo canticchiato da Locke – il canticchiare o il modulare spesso a voce sommessa durante un assolo strumentale, di solito di piano o di chitarra, ha il compito di guidare la mano del musicista durante l’improvvisazione, con uno sfasamento di tempo veramente minimale. Molte dinamiche s’incrociano in questo brano, dal blues all’hard bop, con temi e improvvisazioni immersi in una luce di cruda sensualità. Chaothic Neutral è un titolo che pare riferirsi ad un gioco di ruolo di cui ignoro completamente le coordinate ma che suggerisce abbastanza bene l’aria che tira in questo brano. Siamo calati in pieno nelle cantine dell’hard bop, annunciati da un breve e solitario fraseggio del sax di Baden. Qui si fa musica sul serio, l’ambiente è pienamente urbano, incalzante di note rabbiose, con Baden che offre una dimostrazione d’alta scuola e, d’altra parte, Locke non è da meno in fatto di assoli solforosi – qui s’impegna in uno di questi che mi ha ricordato lo stile istintivo di Lionel Hampton. Segue un furioso assolo di batteria – Watts è un elemento da ammirare e da temere… Anche in questo brano vi sono sovra-incisioni e mi pare di avvertire il brontolio del clarino basso sotto il sax, sempre che non sia l’effetto di qualche tastiera aggiunta. Real People è un omaggio a Wayne Shorter, composto da Baden poche ore dopo la morte del seminale musicista del New Jersey. Non è certo complicato ritrovare tra le sfumature del sax del leader la lettura partecipata, anche se disinvolta, dello stile di Shorter. Il brano sta in equilibrio tra il senso della ballad ed un’esecuzione tesa ma docile, controllata e pesata ad ogni passaggio. Mentre il sax fa il suo, il vibrafono non cerca assoli ma contrappunti e legami con cui mantenere in sintonia Baden con la ritmica. A questo proposito il contrabbasso di Anderson trova spazio per un assolo austero ma perfettamente in linea funzionale con la necessità di collegamento di cui sopra. BOGO, come già accennato in precedenza sembra uno di quei rompicapi melodici di Charlie Parker o addirittura di Monk. Il brano, sicuramente ben suonato da tutto il quartetto, è però quello più convenzionale dell’intera raccolta e mi sembra poco originale rispetto alle tracce precedenti. L’ultimo brano dell’album, Silky, è una composizione di Locke che volteggia sulla leggerezza del flauto e su una ritmica finalmente un po’ meno propulsiva. Il clarino basso, sovra-inciso, è una trama terrena che tiene ancorato il brano a quella matericità caratterizzante questo lavoro ed il contrabbasso aiuta a completare l’idea di una ballad prosciugata da ogni sentimentalismo. L’ultimo intervento al sax di Baden chiude elegantemente la traccia e lo stesso album, tra qualche luccichio di note acute che mi sembra possano essere attribuibili più ad un intervento di tastiera che non di vibrafono.

La meccanica quantistica ci informa che la Materia è vuota. La sensazione di solidità è un’illusione. Quindi la realtà non è quella che propriamente c’immaginiamo. La musica di Baden appare infatti solida e tangibile pur avendo i suoi spazi vuoti, ampie dimensioni individuali degli strumenti che si respirano a distanza l’un con l’altro. Materia e vacuità, quindi, coesistono nell’esperienza vitale così come accade in questa musica. Il sax di Baden è il protagonista di una ricerca esistenziale che parte dall’eredità del be-bop per arrivare al jazz del futuro, senza soluzioni stilistiche particolarmente spiazzanti ma inventandosi dei rapporti inter-strumentali che ridisegnino il profilo di questa musica, sempre, peraltro, in costante evoluzione da quando è nata.

Tracklist:
01. 4th Cycle (06:33)
02. How Much Of It Is Real (02:32)
03. Animal Intelligence (06:20)
04. Chaotic Neutral (06:44)
05. Real People (06:50)
06. BOGO (07:28)
07. Silky (05:23)

Photo © Eugene Petrushanskiy

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