I N T E R V I S T A
Articolo di Fabio Baietti
Il recente concerto di Graziano Romani cui abbiamo assistito con molto piacere (qui il report) ci ha dato l’occasione di fare quattro chiacchiere per ripercorrere insieme a lui alcuni momenti della sua importante carriera e, soprattutto, per carpire qualche anticipazione sui suoi progetti futuri. Ha condotto le danze Fabio Baietti con un “face to face” davvero stimolante che ha invogliato Romani a fornire risposte che esaltano la sua empatia e disponibilità. Leggere per credere… [la redazione]

Nel tour di Still Rocking (qui la recensione), oltre alla canonica formazione full-band, ti esibisci in compagnia dei tuoi fidati pards Max Marmiroli e Franco Borghi. Quale feedback stai sperimentando nella vostra “chimica” e quali risposte, magari inaspettate, stai avendo dalla folta schiera dei tuoi fans?
Still Rocking, il 18° album in studio della mia carriera – uscito a giugno 2023 – è stato molto apprezzato da pubblico e critica, e anche la relativa tournèe ha sortito risposte assolutamente inaspettate ed entusiastiche. Le due versioni – quella “full band” e quella in “acoustic trio” – le ho volute ben distinte, sia come scelta dei brani in scaletta, sia come differenza di approccio, degli arrangiamenti, del feeling live. Le ritengo entrambe efficaci, e il mio pubblico di appassionati – sempre sensibile e colto – ha da subito dimostrato di apprezzarle. Ovvio che in trio acustico le atmosfere si fanno particolarissime, più intime e preziose, capaci di emozionare anche con i sussurri, e con una maggiore libertà nelle esecuzioni, negli assoli, nell’uso della mia vocalità. Con la Band c’è invece un gran tiro nel sound e quel verace e spontaneo entusiasmo “bluesy rock-soul” che mi ha sempre caratterizzato fin dai miei inizi, da quando fondai i Rocking Chairs…
Questa sera hai introdotto una canzone degli esordi dei Rocking Chairs sentenziando: «Eravamo noi, eravamo quelli lì». Una sorta di rivendicazione della purezza, forse anche dell’ingenuità del vostro modo di affacciarvi sulla scena musicale, nell’ormai lontano 1981. Parlaci di un aspetto umano che conservi di quella storia e quale eredità, nello stile e nell’attitudine, che fa ancora parte del tuo bagaglio di artista.
Si, eravamo puri e innocenti, e certamente anche un poco ingenui, in un mondo musicale analogico, dove la tecnologia contava ben poco… principalmente contavano l’anima, il sudore e la sincerità, nel fare musica. Ma dopo i primi anni e una gran quantità di concerti, ho iniziato a scrivere le mie canzoni, testi e musica. Nella band ero l’unico a comporre, non smettevo mai, e come “songwriter in a band” sono cresciuto in fretta. E poi ho iniziato la mia ormai lunga carriera solista, che continua tutt’oggi. Sono passati quarant’anni, ma molte di quelle prime canzoni le sento ancora molto attuali, e non sfigurano affatto quando le eseguo al fianco dei brani più recenti…
Zagor e Tex sono solo due esempi della tua totale immersione nel mondo del fumetto. Cosa ti ha affascinato, fin da ragazzo, in questo stile artistico? Quale chiave di lettura, nella fase adulta, hai poi usato per tradurre la tua passione nei dischi e nei libri che hai pubblicato nel corso degli anni?
Musica e fumetto, le mie due passioni. Mi piace chiamarle con la sigla rock&comics, anche perché spesso ritengo che vadano a braccetto. Ad esempio, a Elvis Presley da ragazzino piaceva Captain Marvel, si è sempre ispirato a quell’eroe… e nella storia del rock sono davvero innumerevoli gli agganci e le citazioni al mondo del fumetto. Da parte mia, ricordo che già nel finire degli anni 80 scrissi il brano Listen To Your Heart per il quarto album dei miei Rocking Chairs, ovvero Hate And Love Revisited… in quella canzone c’era una strofa intera dedicata a Silver Surfer, il celebre eroe dei fumetti americani Marvel. Ma da giovanissimo amavo gli eroi dell’avventura, quelli creati in Italia, mi sono rimasti nel cuore… e ho sentito il bisogno di omaggiarli, con degli interi album a loro appositamente dedicati. Ne ho realizzati quattro, a raffica, uno dietro l’altro: Zagor, poi Tex, quindi Mister No, per poi concludere la quadrilogia con l’antieroe Diabolik. Oltre a scrivere tante canzoni apposite dedicate a questi eroi – raccontandone la storia e l’essenza – ho anche voluto realizzare interpretazioni di vari brani traditional relativi all’epoca delle loro avventure, dall’irish folk al country& western, fino ai classici jazz di Cole Porter e Sinatra, o di Morricone. Una grande esperienza, realizzare quei dischi, che hanno riscosso anche un lusinghiero successo entrando nel cuore degli appassionati dei comics. E di recente, nel mio album Augusto: omaggio alla voce dei Nomadi ho voluto reinterpretare il brano Gordon che la band di Novellara dedicò proprio al celebre eroe dei fumetti di fantascienza. Per il settore dell’editoria del fumetto, come scrittore ho realizzato diversi saggi biografici e art-books, e all’attività musicale alterno volentieri anche quella di traduttore dall’inglese per diversi progetti editoriali, in primis la prestigiosa e apprezzata collana di volumi che ristampa integralmente le avventure del personaggio Prince Valiant.
Nella tua lunga carriera hai avuto modo di collaborare con svariate decine di artisti, italiani ed internazionali. Ti chiedo di affidarti alla tua memoria per raccontarci un episodio particolare, un aneddoto per te significativo, tale da ricordarlo ancora oggi.
Ah si, le collaborazioni, i duetti…provando a fare dei nomi, così alla rinfusa rammento Elliott Murphy, Willie Nile, Buddy Miles (il batterista di Jimi Hendrix), Dirk Hamilton, Willy DeVille, gli italianissimi Elio E Le Storie Tese, i Modena City Ramblers, i Gang… chissà, un giorno sarebbe bello provare a elencarli tutti! E ci sarebbero anche tanti aneddoti da narrare… ma senz’altro una grandiosa emozione è stata quella che provai duettando sul palco con il grande Ian Anderson dei Jethro Tull, un mio idolo fin da ragazzo. Al Teatro Magnani di Fidenza il 30 giugno 2001, insieme duettammo nel suo brano Sweet Dream, io ero con la mia band Souldrivers e lui – in un day-off dal tour europeo – volle presenziare a quell’evento organizzato dai fans italiani dei Jethro. Fu mitico, cantare con Ian nello stesso microfono, e guardarlo soffiare nel suo leggendario flauto d’argento, a una spanna da lui. Letteralmente indimenticabile.
In This guy Lucifer parli di quella “dark side” che ognuno ha dentro l’anima, pur cercando di soffocarla per la maggior parte del tempo. Come è nata questa canzone e, se esiste, quale messaggio vuole veicolare, magari allargando lo spettro dal singolo alla società che ci circonda?
Eh, il male è dappertutto, e la parte oscura, ovvero il “diavoletto” è in ognuno di noi, e a volte ci provoca e ci travia, ci fa fare cose che non dovremmo, ci fa perdere la via di casa. E forse succede ancor di più nella società odierna, ammalata di solitudine e di mille altri guai, e continuamente esposta alle tentazioni. Difficile sfuggire a Lucifero, quel tizio non dobbiamo ascoltarlo, facilissimo perdersi. Il testo della canzone mischia drammaticità a un pizzico di ironia, e in una strofa esclamo: «E forse non credo agli angeli, ma questo non fa di me un uomo senza fede».
Graziano Romani ed il rapporto con il suo pubblico. Ti lascio una metaforica penna per definirlo, per raccontare la sua evoluzione e quali influenze ha, eventualmente, avuto sul modo di scrivere e comporre le tue canzoni.
Per un artista, il pubblico è forse la cosa più importante. Per me è qualcosa ancora di più… spesso si tratta di coetanei, di sinceri appassionati che posso chiamare amici. Siamo cresciuti insieme, io e il mio pubblico. Abbiamo messo su famiglia, siamo un po’ ingrigiti e maturati, e per fortuna a volte si fanno avanti anche ascoltatori più giovani. Indubbiamente siamo una nicchia, una specie di tribù a parte, una piccola comunità di “spiriti liberi” mossi dalle stesse emozioni. Mi piace pensare che sia ancora così dopo tutti questi anni di concerti, di canzoni, di incontri, di abbracci… Spesso ai concerti alcuni appassionati mi raccontano di come una delle mie canzoni sia stata a loro utile per superare un momento difficile, oppure per ritrovare serenità, per ricatturare la gioia perduta anche solo per qualche istante… e questa è per me la ricompensa più grande, che giustifica tutti gli sforzi, le rinunce e i kilometri. Il vero senso di una canzone.
Il tuo ultimo disco, Still Rocking, sembra più una dichiarazione di intenti che un semplice ed azzeccato titolo. Porta alla naturale riflessione che l’ispirazione di Graziano Romani sia assai lontana dall’essere arrivata al capolinea…
La musa, la mia ispirazione è ben lontana da qualsiasi capolinea, devo dire che è in gran forma. In quest’ultimo anno ho scritto tanto, ho realizzato ben 16 brani nuovi in inglese, e li ho già registrati in studio con i ragazzi della mia band. C’è materiale bastante per un doppio album, sono soddisfattissimo, a fine ottobre inizierà la delicata fase dei missaggi, e se tutto fila liscio il 2025 porterà un nuovo disco, che sarà il successore di Still Rocking, vedremo. E si, forse l’efficace titolo Still Rocking è stato pensato proprio come una dichiarazione di intenti: significa “esserci ancora” nonostante tutto, nonostante i cambiamenti e il tempo che passa, non mollare mai, continuare ad emozionarci, a credere in ciò che siamo, nella nostra essenza e in ciò che ha valore per noi, a scambiarci pareri, sorrisi, pensieri… a continuare una conversazione. Un colloquio tra me e chi segue il mio percorso artistico. Una conversazione che forse per tanti è cominciata proprio negli anni degli esordi dei Chairs, sull’onda di un semplice ritornello, di un suono, di un’emozione, che poi non è mai venuta meno, e che spero non si affievolisca mai. Siamo ancora qui, più o meno tutti o quasi. E allora restiamo vicini e stiamo accesi, still rocking!





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