R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Da molto tempo non ascoltavo più una raccolta di jazz-ballad come la si trova in questo Alone, ultimo album di Wayne Escoffery. Sarà perché di solito le formazioni più moderne tendono a considerare queste composizioni come eleganti prove di maniera o strategici momenti per tirare il fiato, qualora si esibiscano dal vivo. Invece le ballad sono parte della storia del jazz più classico, soprattutto quelle di maggior atmosfera, le round midnight sostenute da band con pochi elementi, appoggiate a ritmiche sottovoce e con uno strumento solista in evidenza, di solito un pianoforte o un sax come in questo caso. Escoffery, cinquantenne tenorista britannico ma residente negli USA da quando era undicenne, non pare ad un primo esame, un tipico ambasciatore di jazz ballad, dati i suoi presupposti più vicini all’hard bop come nel precedente album Like Minds (2023) o le attenzioni verso la musica classica, come testimoniano i suoi rifacimenti di brani del compositore inglese Benjamin Britten in The Humble Warrior (2020). Ma il destino ha voluto che una serie di disavventure fisiche e sentimentali abbiano spinto l’Autore a gettare un occhio all’interno dei propri affanni, prendendo così coscienza di una generica sensazione di solitudine, tale da offrire l’esplicito titolo all’album in questione e giocoforza anche il suo contenuto.

Il sax tenore di Escoffery si esprime attraverso una buona polpa narrativa e a una pastosità sonora e calda che lo avvicina, almeno in questo album, a Ben Webster e a Dexter Gordon o anche, a ben sentire, a Johnny Hodges. Le ballad espresse in Alone possiedono, evidentemente, il gloom malinconico che compete loro ma sono esenti da sensazioni di tristezza vera e propria. Rimandano, invece, ad aspetti riflessivi e introspettivi, in cui l’Autore si trova appunto da solo con sé stesso, muovendosi nel suo personale teatro d’ombre e cercando di annodare – o per contro di sciogliere – i nodi cruciali di una parte della propria vita. L’album si struttura tra brani originali dell’Autore, standard e tracce riprese da altri compositori, mantenendo comunque per tutti lo stesso clima ammorbidito e rilassante, peraltro tematica comune al senso intrinseco della definizione della ballad stessa. Non ci sono, quindi, verbose considerazioni ideologiche né particolari stravaganze ma solo – solo?? – l’attraversamento dello specchio della coscienza, alla ricerca di risposte e anche, conseguentemente, di nuove domande. Una particolare attenzione dobbiamo riferirla agli altri tre elementi che formano il quartetto di Alone, e questo perché non si tratta certo di musicisti comuni. Al contrabbasso c’è l’ottantasettenne leggendario Ron Carter, con il quale Escoffery ha in comune una collaborazione da anni nella Great Big Band. L’avvolgente suono delle note gravi innescate dallo stesso Carter sono quasi un attestato di qualità affinché una ballad sia considerata tale a tutti gli effetti. Al pianoforte c’è Gerald Clayton, quarantenne pianista con un curriculum già folto d’importanti collaborazioni, non ultimo la lunga partecipazione a fianco di Charles Lloyd. Comunque, questa è ufficialmente la prima volta che Escoffery e lo stesso Clayton suonano insieme. Alla batteria troviamo Carl Allen, con il quale il sassofonista aveva già registrato nell’esordio Times Change (2001) e successivamente in Dreams Come True (2006).

S’inizia con un brano firmato dallo stesso Escoffery, Moments with You. Immerso nella calligrafica aria fumosa di un locale vicino all’orario di chiusura, almeno questo è quello che il formalismo cinematografico e letterario ci ha tramandato, il gruppo s’impegna in un lento procedere senza dimostrare la corteccia del tempo, tanto che un pezzo come questo, tra blues e ballad, avrebbe potuto essere tranquillamente composto in un’epoca imprecisata dagli anni ’40 in poi, segno dell’esistenza costante di un certo classicismo che emerge anche nell’ambito del jazz contemporaneo. La ritmica scivola sul velluto, il sax è una carezza fluttuante nello spazio e il piano di Clayton un puro momento di gioia armonica, con quelle piacevolissime dissonanze continuamente aggiunte alla linea melodica per offrire tridimensionalità all’assolo. La title-track Alone è un mid-tempo sempre composto dall’Autore in un classico ¾. La melodia, in questo caso, si costituisce con intervalli più evidenti tra le note, tanto che l’aspetto definitivo risulta apparire più moderno rispetto al brano precedente. Anche Allen, alla batteria, sembra meno condizionato e così pure Carter. Il sax si prende qualche spunto coltraniano e il piano procede parallelo per tutta la durata del pezzo sprizzando cromatismi in ogni dove ma confluendo in due assoli distinti, il primo molto breve ed il successivo, nella seconda metà della traccia, di grande, opportuna delicatezza timbrica. La parte del leone la sostiene stavolta il sax, dimostrando tutte le qualità tecniche ed espressive presenti nel bagaglio personale di Escoffery. Grande concentrazione per tutti, comunque, affiliati in una disarmante intensità emotiva. Rapture è un brano del tenor-sassofonista Harold Land e che si trova originariamente in Mapenzi, album pubblicato nel 1977 dallo stesso Land insieme al Blue Mitchell Quintet. Ma la versione che ne fa Escoffery è molto più vicina a quella di Art Farmer presente in un disco live del 1996, Live at Stanford Jazz Workshop. Il contrabbasso di Carter, inghirlandato dalle note di piano, è la rampa di lancio per il tema. La musica si distende in un rilucente mid-tempo sviluppato con un crescendo di sax che, pur mantenendosi all’interno di dinamiche sonore controllate, si lancia in qualche fraseggio dimostrativo. Il brano mantiene una propria linea austera ma brillante, soprattutto per gli interventi sempre sfavillanti di Clayton. Contrabbasso e batteria ondeggiano in un sensuale avvitamento di declinazione ritmica vagamente latineggiante.

Torna il sigillo di Escoffery nella composizione di The Ice Queen, il cui titolo fa riferimento al rimpianto di una perdita affettiva. Il brano vien scandito da una somma di intervalli discendenti – una quarta e una quinta in successione – di un accordo di Mi minore ben sottolineato dal pianoforte. Forse è la traccia emotivamente più avvertita dell’intero album, dove prevalgono tinte più drammatiche rispetto a quelle meditative e tuttavia più tranquille dei pezzi precedenti. La tensione si mantiene con garbo anche nel lungo assolo di piano che pare rimarcare il rivolgimento interiore del sax. Il brano seguente, The Shadow of Your Smile è uno standard scritto nel 1965 da Johnny Mandel come parte del sound-track di un film di  Vincente Minnelli, The Sandpiper, uscito in Italia col nome di Castelli di Sabbia. Escoffery e sodali ne offrono una delle versioni più cupe e quasi claustrofobiche che abbia mai ascoltato. Il brano, già di difficile intonazione per via dei salti intervallari non comuni della linea melodica, viene qui deprivato di ogni afflato romantico e ne restano solo le ombre più fosche. Tutto ciò anche per un intervento armonico che ha tolto qualche accordo di passaggio appiattendo volutamente questo pezzo ad una tinta monocolore. Però il sax è fantastico, facendo vibrare i registri più bassi e prolungandone le code, si muove nel contesto di una rarefazione ritmica che sfiora l’astrazione. Ottimo come sempre l’apporto del pianoforte. Blues for D.P è un brano di Ron Carter, scritto nel 1980 e dedicato al pianista Duke Pearson, allora appena scomparso. Il brano si può trovare in diverse incisioni di Carter ma la sua prima apparizione avviene nell’album Parfait del 1982. Ci si allontana dal clima della ballad rimembrante e meditabonda per immergerci in un blues come dio comanda. Rispetto all’originale, il tempo di base è leggermente rallentato e meno swingante ma il quartetto è compatto, solido e materico mentre il dialogo piano-sax è tutto da godere. Quando il sassofono tace, la ragnatela del contrabbasso di Carter avvolge la fioritura delle note dell’assolo di Clayton. Quando poi è il piano a silenziarsi, la tela sopra menzionata ripete la sua funzione, questa volta in duetto solitario con Escoffery. Quando scorre Stella by Starlight, lo standard degli standard di Victor Young composto nel 1944, in una nebulosa di cristalline note pianistiche, non si può non avere un sussulto. Il sax si ammorbidisce, si torna tra le braccia delle ballad più pure. Tuttavia il tono generale non si fa vincere dalla tristezza, piuttosto da un’onirica sensazione malinconica, una rimembranza che possiede non solo toni amari ma che ancora vibra di ricordi seducenti, vissuti e condivisi dall’innesto dei ripetuti fraseggi di sax e dall’assolo di piano che brilla, come al solito, di luce propria. Finale in progressiva rarefazione, se possibile ancora più sognante. Since i Fell for You è targato 1945 ed è una composizione del pianista Buddy Johnson, pubblicata originariamente dalla Decca su disco a 78 giri. Dopo una introduzione in solitudine del sax, il discorso strumentale si riduce al duo Clayton-Escoffery. Come già successo in precedenza, il blues originale viene rallentato, quasi disossato, per renderlo nudo a sé stesso, in un dialogo tra gli esecutori ora sommesso, ora più teso e dissonante. Il brano, anche nel suo contesto primigenio, richiama un po’ alla mente un’altra melodia famosa, quella Blue Moon scritta nel 1934 da Rodgers & Hart. Grande prova del sax, con escursioni timbriche che viaggiano da un estremo all’altro.

Alone è un album che piacerà più o meno a tutti, jazzofili e non, perché porta con sé una musica pulita, ordinata e straordinariamente ben suonata. Al di là della presenza di musicisti di prim’ordine, la prova dell’Autore raggiunge i criteri dell’eccellenza e ci mostra il profilo finalmente a tutto tondo di Escoffery stesso, caratterizzato da una componente espressiva attualmente poco riscontrabile in altri sassofonisti contemporanei.

Tracklist:
01. Moments with You (6:31)
02. Alone (8:07)
03. Rapture (6:44)
04. The Ice Queen (8:16)
05. The Shadow of Your Smile (6:24)
06. Blues for D.P. (6:09)
07. Stella by Starlight (9:04)
08. Since I Fell for You (5:07)

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