R E C E N S I O N E
Recensione di Stefania D’Egidio
In Italia ci sono due categorie di rappers: quelli che scimmiottano usi e costumi dei fratelli americani e quelli che vivono il rap come una religione, “in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito che suona“, e, in questo, l’ho sempre detto, la scena romana è avanti una spanna rispetto alle fighette milanesi. Gente cresciuta a pane e centri sociali, crocevia di teste che rifuggono le regole della società borghese e, pertanto, fucine di idee e forme d’arte le più disparate: dai centri sociali di Roma sono venuti fuori graffitari, fumettisti (uno su tutti Zerocalcare), gruppi musicali come gli Assalti Frontali, Colle der Fomento, Giancane, Muro del Canto e, per l’appunto, The Old Skull, freschi di pubblicazione del nuovo album, uscito lo scorso 27 settembre per Tak Production con il titolo di Summer Days in Hell.

Dopo quattro anni dal precedente Fantasmi, Ruggine e Rumore, il quintetto romano torna con 21 brani e quasi un’ora di musica tra pezzi live e brani in studio; per chi non li conoscesse la band è composta da Luca Martino alla batteria, Francesco Persia alla chitarra, Emanuele Calvelli al basso, Alex Merola alla chitarra e Dj Snifta ai piatti. Un progetto unico in Italia, che trae la sua linfa vitale dal crossover tra due generi apparentemente distanti anni luce, il rap e il metal, ma in realtà molto affini: all’estero ci avevano provato con successo Run DMC e Aerosmith, Anthrax, Beastie Boys, Cypress Hill, nel belpaese ricordo qualche timido tentativo negli anni ’90 tra Extrema e Articolo 31, Gianna Nannini e Jovanotti, ma sembravano più hits acchiappa likes e comunque nessuno mai ne aveva fatto il proprio marchio di fabbrica. Non a caso si chiamano The Old Skull: un gioco di parole che, da un lato evoca la vecchia scuola del rap, Dj Snifta sarà cresciuto sicuramente con il mito di Grandmaster Flash, Terminator X e Jam Master Jay, di cui ricorda molto lo stile, nato nei sobborghi delle metropoli americane come forma di protesta e di riscatto della comunità afroamericana, dall’altro celebra un simbolo, quello del teschio, tanto caro all’iconografia metal.
Summer Days in Hell è un album in controtendenza, prevalentemente live ed è proprio dalla dimensione live che si percepisce la diversa consistenza rispetto agli esperimenti degli artisti citati, per l’energia sprigionata dagli amplificatori, grazie anche al gran numero di MC e di Dj coinvolti (basta scorrere i titoli per capire che più che una band, sembra un vero e proprio collettivo di menti esplosive, o meglio ancora di “mine vaganti”, tanto per citare un brano della tracklist.
Sangue e sudore, chitarre distorte, ritmiche penetranti e una grande maestria nello scratch, anche sui discorsi che fanno da interludio, in Silvio ad esempio; ma la vera forza di questi ragazzi sono, manco a dirlo, i testi, ben lontani dalla irritante leggerezza dei colleghi lombardi, così interessanti dal punto di vista della metrica e dei contenuti che li farei studiare a scuola. The Old Skull hanno lingue affilate come lame e non le mandano certo a dire, incuranti di quanto possa essere grosso il bersaglio, e lo fanno, di volta in volta, per bocca di Suarez, in Mina Vagante e Io So Stanco, manifesto di un’intera generazione, disorientata di fronte a un mondo che va a rotoli, trascinandosi tutto e tutti dietro, per bocca di Wiser Keegan, Sgravo, Dj Fastcut in Questo Mio Rap, dichiarazione d’amore verso un genere che accomuna campagna e città, e in Cani Rabbiosi.
Molto espliciti anche i versi di Sporco, con Danno e Il Turco, ferma condanna di una società che avvelena tutto ciò che tocca in nome del potere e del Dio Denaro, o di Strozzapetri alla Romana, con Danno, Suarez e Chef Ragoo: neanche il Vaticano si salva dalle invettive dei cinque, che da novelli umanisti resuscitano un genere letterario che era già in voga nel XIV secolo…
Tra i brani in studio spicca la bellissima Lamette Reloaded, manifesto di un malessere neanche più tanto celato ai giorni nostri, DSTNT ed Emoji. Davvero tante le collaborazioni nell’album, quasi a sottolineare l’unità della scena romana, come una famiglia accomunata dallo stesso ideale di società e dalle stesse passioni, con un titolo che, non a caso, omaggia lo storico festival metal che, nei primi anni 2000, si svolgeva presso il Foro Italico. Un lavoro che scorre piacevole all’udito e offre parecchi spunti di riflessione, dimostrando che esiste anche un altro modo di fare musica, oltre a quello propinatoci dall’industria discografica, un modo che va oltre i consensi artificiali dello streaming e delle classifiche.
Tracklist:
01. Intro
02. Chico Madness
03. Tlj
04. Arupmet
05. Interlude 1
06. Mina Vagante reloaded
07. Io So Stanco reloaded
08. Interlude 2
09. Questo Mio Rap
10. Cani Rabbiosi
11. Teide Tsunami
12. Interlude 3
13. Sporco reloaded
14. Ipercubo reloaded
15. Interlude 4
16. Questa è la fine
17.Strozzapetri alla Romana reloaded
18.Silvio (Outro)
19. Emoji
20. Lamette reloaded
21.D.S.T.N.T.




![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)

Rispondi