R E C E N S I O N E


Recensione di Nadia Cornetti

C’è un sottosuolo che ribolle, nei meandri della musica nostrana. Non è una novità, certo; ma è sempre emozionante che un nuovo ascolto te lo ricordi. Oggi vi parlo del primo lavoro di Tancredi Bin, artista bolognese che ha mosso i primi passi nella musica underground in veste di batterista metal; ma non lasciatevi influenzare da questo esordio, perché Mappa di Ogni Corpo – uscito il 18 ottobre per Oyez! e Peermusic Italy –  appartiene a un mondo del tutto differente. L’occasione in cui l’artista ha presentato dal vivo i suoi primi pezzi, tra l’altro, è piuttosto importante e recente: il noto festival milanese MiAmi, divenuto da anni occasione prestigiosa per proporre il proprio lavoro, da esordiente o meno, nonché ottimo altoparlante per “dire la propria” in musica.
Vi confesso che, appena uscite dalla cassa le prime parole cantate del brano d’apertura ho avuto un sussulto, e ho pensato subito: Tancredi Bin è il progetto parallelo di Alberto Ferrari. Il suo timbro, infatti, ricorda in maniera sbalorditiva la voce del frontman dei nostri amati Verdena, cosa che può esaltare, ma essere anche uno scomodo fardello, al contempo.

Spoiler: Mappa di Ogni Corpo ha una sua marcata personalità, pertanto ho ben presto assimilato – e poi scordato – questo parallelismo, senza lasciarmi imprigionare da questo curioso paragone, nell’ascolto, benché la stima dell’artista e la sua ispirazione alle atmosfere verdeniane siano innegabili.
All’apice è stato il primo singolo rilasciato, lo scorso maggio, e ci ha rivelato immediatamente un mix di melodie, nostalgie e atmosfere sperimentali e raffinatissime che, così amalgamate, non sentivo da molto tempo: si tratta forse, mio avviso, di uno dei pezzi più corposi e “finiti” dell’album, ma non è affatto una critica ai “compagni di disco”: non è male, a mio avviso, che il resto del lavoro appaia come un susseguirsi di momenti, esperienze, sensazioni e atmosfere. Si tratta, anzi, come vedremo, proprio dell’intento di Tancredi Bin. Ha raccontato l’autore: “Essenzialmente la teoria è che queste sensazioni (quelle descritte ed evocate nel disco, ndr), così pure e istintive, dimostrino come in realtà l’anima sia il corpo stesso, mentre il pensiero, che viene dopo, sia solo un prodotto di scarto, una secrezione quasi organica che segue le attività dell’anima. Io stesso ho cambiato spesso l’interpretazione che ho del disco, quantomeno a livello di cosa si dice nelle singole frasi, ma i concetti generali per me sono questi”.

Musicalmente Mappa di Ogni Corpo propone un suono sporco, ma pulito e limpido al contempo, come nel brano di apertura, C’è Qualcosa che Freme (che, tra l’altro, è stato trasmesso sulla BBC Music Radio dall’artista Nabihah Iqbal: un vanto non da poco), corredato di scricchiolii e sonagli; la voce è usata come strumento tramite l’uso di molte vocali – oltre che come veicolo di un messaggio – amalgamata alla perfezione con il resto dell’ambiente sonoro di ogni brano.
Ho notato, a volte, nei lavori “diversi” dal comune, una tendenza ad aggiungere suoni, effetti, strati, mentre quello che mi ha convinto moltissimo in questo disco è quanta semplicità ci sia nei suoni: vi porto a esempio la seconda delicata traccia, Il Piacere, in cui il connubio voce-chitarra e solo qualche sonaglio qua e là, mi convincono di quanto sia vera l’affermazione less is more.
Una menzione davvero speciale va alle tracce strumentali, anche alle più brevi, come Nei Polmoni: un brevissimo inciso di meno di un minuto, che esordisce con un fiato bucolico che mi riporta quasi al disneyano Fantasia, evocandomi la visione di un paesaggio naturale dove la nostra specie non disturba la vita animale e vegetale. Con piacere mi ricordo quanto ho adorato – e adoro tutt’ora – le Spore marleniane: ecco, la sensazione è vagamente simile.

Non mancano neppure brani lenti, non in quanto a velocità di esecuzione, ma in quanto a evoluzione, come Sul Letto il Piano Astrale, o La Mia Testa è un Buco Nero, da ascoltare a occhi chiusi: fate caso al volume, al pathos che crescono e poi calano prendendosi il loro tempo, aspetto fondamentale di quello shoegaze e di quel dream pop che ho da non molto abbracciato e reso parte fondamentale dei miei ascolti terapeutici.
Nonostante ci sia molta introspezione e ricerca del “sé” umano, come vi ho già fatto presente, ho trovato parecchi richiami naturali nei suoni: dagli acuti simili a cinguettii, ai suoni soavi che ricordano quasi canti di cetacei (ascoltate Una Rivelazione, ditemi se sul finale non li sentite anche voi), ai ticchettii legnosi che ricordano becchi, o piccoli passi: forse il risultato non è intenzionale, ma costituisce certamente un valore aggiunto. Il Pensiero come Scoria riprende e riassume quello che l’autore ha raccontato del disco intero, ma ci ho letto anche qualcos’altro: quel che in gergo social è chiamato “overthinking”, ovvero il “troppo pensare”, che pare proprio non faccia bene, va rivalutato come futile, non così tanto essenziale, per quanto sia un “marchio”, talora, del nostro Essere Umani: uno spunto di riflessione che ho trovato molto interessante.
Ho sentito certamente molti suoni sperimentali in Mappa di Ogni Corpo, ma sono piuttosto certa che la sperimentazione in sé non sia la principale intenzione dell’artista: se intendiamo che è presa come veicolo per evocare una sensazione, un’immagine, uno stato d’animo – che magari ci aiuti a definire meglio una mappa del nostro corpo e anima – allora sì, abbiamo colto nel segno: è questo che mi ha suggerito la bellissima In Profonda Contemplazione.

Insomma, introspezione e calma contemplativa, ricerca della verità sul proprio Io, oltre che auto-affermazione, nel senso più etereo e ineffabile dell’essenza, qualunque cosa pensiate che significhi: questo mi ha evocato Mappa di Ogni Corpo.  E, come in un viaggio spirituale volto al termine, Tutto in oro conclude degnamente questo peregrinare intimo ma universale, con suoni caldi, luminosi e pieni di ottimismo.
Posso dunque dire, come avrete capito, che Mappa di Ogni Corpo è stata una bella scoperta, un lavoro molto valido che sinceramente vorrei sentire portare avanti, e anche replicare: e se l’energia della musica metal rimarrà per Tancredi Bin una parentesi, o un ricordo, non ci sarà certamente da pentirsene.

Tracklist:
01. C’è Qualcosa che Freme
02. Il Piacere
03. Nei Polmoni
04. Sul Letto il Piano Astrale
05. Una Rivelazione
06. Muta
07. All’apice
08. La Mia Testa è un Buco Nero
09. Il Pensiero Come Scoria
10. In Profonda Contemplazione

11. Tutto in Oro

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