L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Rossana Ghigo
«Chiederò alle ginestre di venirti a parlare», queste ginestre che fanno da corollario «alla gioia improvvisa, tra le onde del mare» (Paolo Benvegnù) di Sanremo che ha ospitato la cinquantesima edizione del Premio Tenco dal 16 al 19 ottobre. Da sempre sinonimo di riconoscimento prestigioso alla carriera di artisti che hanno dato apporto significativo alla canzone d’autore in Italia, fu ideato e animato da Amilcare Rambaldi, floricultore, ex partigiano e appassionato di musica. La rassegna ebbe immediato riscontro fra gli amanti della musica e fra gli artisti che cercavano di portare sul palco non canzonette orecchiabili destinate al consumo di massa ma vera arte, esaltata da linguaggi innovativi e d’avanguardia e da vivide emozioni.
Una suggestione mentale che può fermare il Tenco e il tempo in una frase derivante proprio da un racconto inedito dello stesso Luigi: «Ma dopo qualche tempo, anche questi solitari ritornavano, o nel gruppetto prima o di un altro, e davano il cambio a qualche altro desideroso di meditazioni». (da Nessuno dei partecipanti alla festa, curato da Enrico de Angelis, Io sono uno. Canzoni e racconti).

Nella voce caldissima di Paolo Benvegnù, vincitore della Targa Tenco 2024 come migliore album in assoluto, ritroviamo la stessa poesia, la coerenza di pensiero. Un viaggio nell’Ade dell’anima più profonda, una vibrazione in mano, un sole a terra, in mille raggi di immensa delicatezza e sospensione temporale. L’utilizzo delle parole come forma di comunione e la sua stessa storia di cantautore ne fanno un alchimista di meraviglia sonora. Corde vocali in bilico tra il buio e la luce, tenebre e miracolo. «Da sempre, dentro di te esiste l’innocenza della costruzione. La vita e il gioco, i respiri imperfetti […] e nelle mani, nelle mie mani rosso sangue che si trasforma in rosa» (Oceano). Un rosa pastello che sfuma e si infrange in declinazioni emozionali fluide, espande e predispone i sensi a questo susseguirsi frenetico e colorato di artisti, talento, sensazioni infinite che impregna così tangibilmente il teatro Ariston da togliere il respiro.

Gira come una trottola la testa, «e mi perdo nel vortice di ogni tua folle passione, tra i profumi dei fiori che posi qui dentro di me» questi fiori che accarezzano il palco e sanno di vita meravigliosa, quella che Diodato sa indagare combinando una voce unica alla fine del libro di storia delle meraviglie, l’ultima pagina quella che lascia senza parole; non è facile essere presente a sé stessi e non farsi rapire e trascinare in questo precipizio seducente e miracoloso. Premio come miglior canzone singola, La mia terra, dedica sensibile e commovente al mito e alla nascita di Taranto ad opera di Falanto, capo dei Parteni, che, esiliato da Sparta, trovò la sua terra predestinata sotto una pioggia caduta in un cielo sereno, così come gli era stato profetizzato dall’oracolo di Delfi. «Quando vedrai piovere dal ciel sereno, conquisterai territorio e città» le parole dell’oracolo rivisitate in chiave moderna da Diodato e regalate a chi affronta lunghi viaggi per mare per giungere in una nuova terra sognando una vita diversa. Un’eleganza la sua del tutto naturale, raffinata che “accende un fuoco” indimenticabile. Una voce impeccabile, dalle sonorità così altamente melodiose e vibranti da essere inconfondibile e insostituibile. La capacità di essere fatta di fili dorati di arpe celesti, di estensione verticale irraggiungibile.

È la sopraffina arte del setacciare i chicchi più preziosi dell’eccellenza musicale che porta al Premio del miglior album in dialetto per Setak. Cantautore abruzzese che trae il proprio pseudonimo proprio dalle arcaiche tradizioni agricole della sua terra di origine. Attraverso le undici tracce dell’album si snodano temi preziosi come la storia, i ricordi, la memoria. Corde di chitarra che rigano una terra «nutrita di rupi e sassi, di radure e boschi, di laghi e ruscelli e torrenti e fiumi, l’aria ha uno scatto, un’elasticità di muscoli, una pungente, tagliente acredine che sa di spazi nordici, di scoscese dimore montane». (Giorgio Manganelli)

Dall’asperità dei territori abruzzesi si plana sui lenti movimenti di sommersione e sui procedimenti di sedimentazione, emersione ed erosione dell’Argentina di Mercedes Sosa che rivivono come metafora artistica e imprinting culturale nell’album di Simona Molinari vincitrice della targa Tenco come miglior album di interprete. Hasta Siempre Mercedes, attraverso la suadente e modulata voce di Simona, esalta la resilienza, il coraggio che si schiera contro l’indifferenza nei confronti del dolore, dell’odio, dell’assurdità della guerra, ieri come oggi. La reinterpretazione dei brani della Sosa attraverso l’anima intensa e dolcissima della Molinari si «attorciglia come al muro il rampicante e poi germoglia come muschio che copre la pietra». (Volver).

«E come per incanto la finestra si spalanca» su un tesoriere brillante di brani incompiuti di Franco Califano nel progetto di Alberto Zeppieri che con l’arte, la tensione emotiva e la spinta cerebrale di un fine restauratore ha saputo completare e correlare di nuovi versi, di linfa smeraldina questi testi ottenendo così la targa Tenco come migliore album a progetto. (Sarò Franco-canzoni inedite di Califano). Insieme a lui preziosi artisti e interpreti si sono prestati nel dare voce e cuore a canzoni che suggellano un attimo prezioso di immortalità, «e la mia sete della musica che mai mi lascerà, con la mia voglia di sognare che mi sopravviverà. Con la mia voce e la mia musica. La mia eredità». Interpretata dalla armoniosa e delicatissima grazia di Amedeo Minghi.

Un beneficio lenitivo dai tormenti, una panacea che cade lentamente come le foglie degli alberi e si fa tappeto di muschio e respiro nell’ opera prima di Elisa Ridolfi che si aggiudica la targa Tenco come miglior opera prima per l’album Curami l’anima. Una voce magica, atavica, modulata da correnti quasi mistiche. Con la partecipazione di Eugenio Finardi, questo album assume colori bruciati e ben si sposa all’ avanzare dell’autunno a cui mischia odori e poesia. Una “gita al faro” in compagnia di Virginia Wolf. «Spente tutte le luci, tramontata la luna, con la pioggia che batteva leggera sul tetto, cominciò un diluvio di tenebra immensa. Niente, sembrava, si sarebbe salvato dall’inondazione» di quel canto di sirena che annoda il cuore e trascina nella notte.
Una notte che avanza ma è una voluttà di insonnia quella che ha ormai rapito la platea e la galleria dell’Ariston. «Che cos’è l’insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni?» (Marguerite Yourcenar).

Proprio così, è un rifiuto di abdicare, un non abiurare il riposo per concedersi il lusso di assistere all’esibizione di artisti del calibro di Tullio De Piscopo che letteralmente manda in delirio il pubblico. Per lui il premio I suoni della canzone con la motivazione: «Una carriera segnata da una versatilità straordinaria. Come le molte parti che compongono la sua inseparabile batteria, anche lui è anima articolata e multicolore che ha dato e dà immenso lustro al panorama musicale italiano». Un sound unico, potente “che ti porta via, risonanze nere senza ipocrisia” nei colori e nella bellezza di Napoli nella sempreverde Stop Bajon canzone che nel 1984 Pino Daniele scrisse per De Piscopo, “convincendolo” a cantare per la prima volta.

Il trio Bobo Songs: Michele Staino, contrabbasso, Gianni Coscia, fisarmonica e Fabrizio Mocata, pianoforte, rende doverosamente omaggio a Sergio Staino giornalista, vignettista e regista che è stato Presidente del Club Tenco fino alla sua morte nel 2023, con un repertorio selezionato tra le canzoni più amate da Staino, tra tanghi e canzoni popolari spaziando dai Beatles a Kurt Weill, in originali arrangiamenti jazz. Nei ricordi di Michele, che fin da piccolo ha respirato aria di Premio Tenco attraverso tutte le bellissime emozioni che si sono rocambolescamente e freneticamente succedute, in particolare un aneddoto di un dopo festival con la musica di Stefano Bollani e una parodia di Francesco Guccini sullo sfondo dell’ormai celeberrima Infermeria.

Partecipare alle serate del Tenco come inviata e fotografa mi rende fiera di aver intrapreso questa strada tutta in salita, ma fatta di emozioni vere, di cui l’anima ha bisogno per evolvere. Non sempre c’è una correlazione tra quello che si fa per amore e quello che ne deriva a livello professionale o economico. Ed è proprio la storia delle origini di questa rassegna a ricordarmelo. Una gavetta di artisti che qui sono nati, si sono esibiti senza sapere che poi sarebbero diventati vere e proprie pietre militari del panorama italiano e internazionale. Passando attraverso a quelle che da sempre sono storie ripetute di gelosia, invidia che ci si sente a volte buttare addosso, facendo cadere ogni orpello di conformismo e banalità, posso dire che la mia felicità nell’essere presente ad un pezzo di storia che avanza e che continua a comporre un puzzle di qualità e professionalità non ha un prezzo ed è autentica e assoluta.

«Noi siamo il senso, la ragione, il motivo, la destinazione, noi siamo il dubbio, l’incertezza, la verità, la consapevolezza, noi siamo tutto e siamo niente. Siamo il futuro, il passato, il presente, siamo una goccia nell’oceano del tempo, l’intero universo in un solo frammento». Ecco, così si potrebbe sintetizzare il mio racconto della terza e ultima serata del Tenco, attraverso le parole del testo di Le poche cose che contano di Simone Cristicchi e Amara, ospiti e incantatori con le stelle tra le mani e nella voce. Una capacità di creare senso di aggregazione emotiva, strappare il fiato, plasmarlo e renderlo viva materia che si muove tra il pubblico estasiato. Il loro progetto sulle orme di Battiato regala una versione del brano L’ombra della luce che assale letteralmente il cuore e fa straripare l’emozione in una standing ovation meritatissima.

Fil rouge, o meglio pennellata di vivido e acceso colore, che lega le tre serate è la presenza di Tricarico che nel suo “requiem della canzone d’autore” elabora, recita, evidenzia ed enfatizza punti nevralgici come il bisogno smodato e impellente di avere cura dell’anima prima che del corpo prendendo le opportune distanze dal materialismo. L’influenza negativa dei social che con algoritmi sempre più frequenti modulano e comandano in un certo senso i nostri ascolti sostituendosi a reali scelte personali e artistiche.
Un fil rouge, dicevo, che purtroppo ho dovuto spezzare per impegni lavorativi nella seconda serata alla quale non ho potuto essere presente. Apro quindi una parentesi per scusarmi con i professionisti che hanno arricchito la serata di venerdì con la loro arte e con l’infinita bellezza che hanno profuso poiché non posso portare in questo contesto il mio contributo personale nel farne racconto e sublimarne la meraviglia: Edoardo Bennato, Mimmo Locasciulli e Teresa Parodi, tripletta Premio Tenco 2024, e gli ospiti Kento, Wayne Scott, Tosca e Francesco Tricarico.
Premio Yorum, ideato con Amnesty International Italia, conferito a distanza al rapper iraniano Toomaj Salehi, rinchiuso in carcere perché ha cantato di libertà e diritti condannato a morte alcuni mesi fa, anche se, grazie alla mobilitazione mondiale, la sentenza di morte è stata cancellata).

Tornando a questa serata del sabato, tanta è la mia soddisfazione nel ritrovare un artista che conosco molto bene, che spesso ho fotografato e che mi ha letteralmente stregata con la sua energia mista a delicatezza e a un DNA unico e inconfondibile. Falsetto e chitarra, cuore e pulsione straripante quella di Filippo Graziani che ritira il premio SIAE in onore a Ivan che partecipò alla prima edizione del Tenco 1974. Una declinazione in sensibile meraviglia quella che da oltre dieci anni Filippo compie nel continuare a proporre le canzoni del padre con i suoi personali tocchi e arrangiamenti che esaltano poesie e accordi indimenticabili. A partire da marzo 2025, con poche date selezionate, inizierà il tour Ottanta. Buon compleanno Ivan in cui non solo saranno presenti gli intramontabili pezzi storici di Ivan, ma anche canzoni non sue alle quali era profondamente legato.
«Filippo è un bambino con le lacrime in tasca e ha come un velo leggero di tristezza negli occhi. Adesso non sa, ma imparerà che cos’è quella rabbia che ha dentro di sé». Questa rabbia che forse è comune a tutti noi, nel non poter cambiare le cose, che risuona spesso nell’impotenza dinanzi a situazioni e domande che non trovano risposta. Quello che ci unisce però è la tenacia e, allo stesso tempo, la delicatezza di trovare ancora fiori, tempo, frasi che spingono avanti le nostre vele e ci permettono di solcare questi mari come il Ligure in cui stanotte infiniti coralli si sono lasciati incastrare tra le reti di un pentagramma di raro splendore.

L’artista russo Jurij Ševčuk, leader della storica band rock D.D.T., ritira il premio assegnatogli nel 2022 ma mai consegnato nelle edizioni precedenti per via delle difficoltà geopolitiche del suo Paese. Un premio al coraggio la sua continua opera di denuncia che spesso diventa rabbia, stravolta dal dolore e sa smuovere qualcosa dentro.

«Tratto i miei artisti come vorrei essere trattata», questa è la signorilità e la delicatezza di Caterina Caselli, targa Tenco come operatrice culturale. Il nome della sua etichetta personale, Ascolto, definisce egregiamente la capacità di sentimento e di empatia che caratterizza una delle regine della discografia italiana.

Interpreta la Proposta Tenco di quest’anno, Irene Buselli con Scusami. Un ritorno al passato, il ritrovare sé stessa dieci anni prima ispirandosi alla poetessa polacca Premio Nobel 1996 Wislawa Szymborska. «Siamo così dissimili che forse solo le ossa sono uguali, la calotta cranica, le orbite oculari». (Un’adolescente). L’album di Irene Io, io, io denota una profonda introspezione. La scelta dei toni e della sonorità sottolinea qualche cosa di intimo, quasi intrappolato tra le costole e il cuore. Voce con sussurri che graffiano dentro fino ad evocazioni liriche, beat elettronici che si alternano alla nebbia che avvolge e ovatta i ritmi e le correnti per lasciare un senso di contiguità e di vicinanza all’ascolto, facendo si che ognuno di noi si possa risolvere nella ricerca più profonda del sé tendendo come punto focale l’impossibilità di arrivare a scoprirsi davvero. Mantenendo un senso di estraneità con alcuni aspetti di noi stessi. Diventa così quasi affascinante sapere che non si sa, il non arrivare mai a conoscersi intimamente fino in fondo.

Forse sarà una sorta di “giudizio universale”, spesso «togliere la ragione per sognare in pace» può aiutare a lasciarsi andare, e in questo è un maestro Samuele Bersani con una canzone che è un’ode allo sdoppiamento tra mente e cuore. Frasi che tutti conosciamo e che ci portiamo dentro, che spesso abbiamo utilizzato e nelle quali ci siamo perfettamente incarnati e ritrovati. Il distacco e il declino di una storia d’amore ma quasi una ritrovata leggerezza e una conseguenza di appartenenza alla propria sensibilità. La motivazione per il premio alla carriera di questo artista meraviglioso che non ha alcun bisogno di presentazione è la seguente: «Samuele Bersani è da subito apparso come un predestinato, uno dei più importanti artisti della terza generazione dei Cantautori, che ha saputo imporsi con uno stile personale e un’attitudine rigorosa che lo porta ad essere originale per necessità. Per lui la Musica non accompagna le parole, ma fa la pagina e permette alla parola di farsi racconto di un mondo personale e sensibile d’Autore».
Si chiude così questa kermesse tanto attesa ogni anno e condotta da eccellenti e affermati padroni di casa: Antonio Silva e Francesco Centorame.
Cala il sipario, si spengono le luci, ma rimane il cuore posato lì, su quella poltrona di velluto rosso a pulsare, a emozionarsi ancora.
Viva il Tenco, viva la vita che continua a regalare perle preziose.





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