R E C E N S I O N E


Recensione di Nadia Cornetti

Raccontare storie in musica non è semplice: la metrica, la forma canzone, il limitato numero di parole a disposizione. È più immediato esprimere emozioni più che raccontare, in musica, probabilmente, come accade nella poesia.
Ho approfondito in questi giorni il lavoro di una band che, nonostante sia al suo primo album in studio, le storie in musica le sa raccontare molto bene: sto parlando dei Sequoia, progetto relativamente recente (nato appena un paio d’anni fa), ma con radici ben salde nel fertile terreno della musica cantautorale – e anche nel tenace substrato alt rock. E con una certa “tensione di periferia che striscia sotterranea in tutte le canzoni”, come hanno detto in prima persona i cinque componenti del progetto, tutti originari della provincia nord-milanese, appunto (area geografica che conosco molto bene, essendo anch’io nata e radicata proprio nella stessa zona), e in cui alcuni di loro erano membri di una vera band di culto della zona (gli indimenticabili Motel 20099).


Il disco che abbiamo ascoltato ha un titolo molto solenne, La Terra Santa, è uscito lo scorso 4 ottobre per Costello’s Records/ Cassis Publishing e vanta la produzione di Matteo Cantaluppi (stimatissimo producer che ha lavorato, per citare alcuni nomi, con i The Giornalisti, i Fast Animals and the Slow Kids e Bugo), ma ha anche un’essenza molto realistica: si tratta di una raccolta di racconti nei quali le persone che vivono quelle storie sono vere, comuni, e pregne di umanità, ma contemporaneamente possono essere astrattizzate per divenire parte di una collettività, come novelle che – se lo cerchi – un insegnamento te lo daranno. Si passa dalla ricerca spirituale della Terra Santa, per l’appunto, fino alla retrospezione e al ricordo delle esperienze passate e delle proprie radici, per trovare una terra santa interiore poco sacra e molto terrena, invece. Tutti questi racconti sono ben scritti e magistralmente trasposti in poesia/canzone, oltre che racchiusi in un contenitore sonoro ottimamente suonato e registrato: caratteristiche, queste, che fanno di La Terra Santa un album che vuole essere approfondito, ascoltato, letto e riletto, e preso come punto di partenza per la riflessione, anzi, per tante possibili riflessioni private e collettive. 

Ma partiamo con ordine: abbiamo conosciuto i Sequoia con la quinta traccia del disco, Autunno ’91, una riuscitissima ballata calda e sbiadita che i nostri hanno definito la “cartolina di un’epoca che (forse) svanisce per sempre”; evidentissimo è, invece, il tentativo di non farla svanire, quest’epoca, con un racconto che arriva certamente a chi quest’annata l’ha vissuta, a chi ne ha respirato magari quelle grigie fabbriche, o i profumi di quelle castagne, le stesse di oggi soltanto in parte: il brano è infatti ambientato subito dopo la caduta del Muro di Berlino, ma non in un paese d’Italia qualsiasi, bensì in quella cittadina di provincia che ancora oggi – benché in maniera sempre più fievole – è ricordata come “l’ex piccola Stalingrado d’Italia”.
Il secondo singolo, l’omonimo La Terra Santa, ha confermato la validità del progetto, come sottolineato anche dalla preziosissima partecipazione nel brano nientemeno che di Mauro Ermanno Giovanardi (La Crus), per il quale i ragazzi hanno da sempre stima e ammirazione. La presenza proprio a uno dei brani più difficili e impegnativi del disco – brano narrato da un personaggio che ha sofferto di disturbi mentali- non fa che conferire ancor più profondità a quello che stiamo ascoltando.

Altri due brani hanno anticipato l’uscita dell’intero disco: la toccante Vlora, dal nome della nave mercantile che è stata protagonista (forse è un caso, sempre nel ’91) di un assalto da parte di ventimila persone che, per disperazione, ne dirottarono il viaggio – tra i temi portanti di tutto l’album – verso la terra promessa e idilliaca vista soltanto attraverso gli schermi, l’Italia; una poesia moderna colma di speranza (“quel che chiamo casa sarai tu”) ma anche della tragedia di un popolo che cerca la salvezza. E infine la splendida Aspetto te, dalla melodia molto armonica e piacevole (ottimamente costruita da ritmo scandito, chitarre limpide e un assolo synth davvero gradevole), come l’hanno definita gli autori stessi, “una storia di meravigliosa sconfitta, un bagno ghiacciato di reale, straordinario disincanto, la celebrazione di tutti noi Beautiful Losers, il pezzo che rappresenta con attualità disarmante il disagio e la disperazione di chi attende l’Amore.
C’è anche altro ne La Terra Santa: ci sono i synth melodici e vintage di Codice, una prima azzeccatissima traccia che narra di un’omicidio per vendicare l’onore, tramite una raffinata metafora che ben esprime l’aspetto poetico che vi citavo in principio, “saranno le tue offese a far marciare in nero le donne del paese”; c’è l’esordio alla ‘Pulp Fiction’ della seconda traccia, Bellamerica, che ci introduce a un brano pregno di atmosfere nostalgiche, con una musicalità che mi risveglia le stesse vaghe sensazioni che provo ogni qualvolta ascolto la marlenicaTrasudamerica”; scopriamo dopo non molti secondi che si tratta di un racconto del Viaggio per eccellenza che ha portato ufficialmente per la prima volta il Vecchio Mondo nel Nuovo.

L’aspetto che mi ha convinto della narrazione è la capacità dei Sequoia di scrivere di personaggi storici, mitici, eroici, ma rendendoli estremamente terreni, umani: se ricordate il Grande Raccordo Animale di Andrea Appino (ma anche, in generale, la penna che caratterizza tutta la sua produzione) mi darete ragione nell’accostargli l’usus scribendi de La Terra Santa, benché non sia probabilmente intenzionale.
Voglio concludere questo mio racconto con una riflessione, in parte personale. Non è facilissimo spiegare che cosa sia quella “tensione da periferia” che citano i Sequoia, anche se l’hai vissuta e ci sei cresciuto, ma voglio provarci, perché sento che mi rappresenta molto: forse è quel voler esser parte della grande città che un pochino ti ingloba, ma anche – per carità – volerne restare ben svincolati e inseguire il desiderio di crearsi una propria identità, quella che ti fa rispondere “sono di Sesto San Giovanni, non di Milano”, a chi ti fa notare che “beh, ma ne sei parte”. No, non è così. Forse è l’apprezzare la realtà piccola, ma non troppo, del non esser megalopoli. O forse è quel desiderio che hai sin da bambino di volertene andare, dalla periferia, per poi tornare sempre lì, e capire, da grande, che non la volevi lasciare veramente, e che forse la Terra Santa che hai inseguito è soltanto una chimera. Ma è comunque stato bello sognare e viversi fino in fondo il viaggio, pieni di speranza.

Tracklist:
01. Codice
02. Bellamerica
03. Aspetto te
04. Cattedrale
05. Autunno ‘91
06. Angelo
07. Vlora
08. La Terra Santa
09. Crinale
10. Singapore Sling

Photo © Camilla Matteuzzi

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