R E C E N S I O N E
Recensione di Nadia Cornetti
“Non bisogna identificarsi con il proprio lavoro”, così dicono: questa affermazione mi trova decisamente d’accordo. Come tutte le regole però – dove mi piace scovare l’anomalia che ne è conferma – anche in questo caso mi sono imbattuta in una piccola eccezione: è il nuovo disco di Jesse The Faccio, Dei giorni liberi, del tempo perso, uscito lo scorso 8 novembre per Dischi Sotterranei (della cui crew ho già piacevolmente conosciuto Visconti, i Post Nebbia e i Puà). Jesse De Faccio – cognome che pareva nato per essere “americanizzato” – è il vero nome del cantautore veneto, che ha poi di poco modificato l’anagrafica preferendo un più internazionale appellativo, anche, immagino, per rispecchiare le importanti influenze che arrivano dal nuovo mondo.
Dal 2018 (anno del disco d’esordio, I Soldi per New York), Jesse The Faccio è giunto allo scoglio del quarto album, godendo in tutti i precedenti lavori – più punk, scanzonati e logicamente un pochino più acerbi, ma tutti fedeli all’impulso di essere realizzati piuttosto d’istinto – di una critica molto positiva.

Parto dall’esterno a raccontarvi Dei giorni liberi, del tempo perso, dal momento che la copertina dell’album è davvero degna di menzione: si tratta di un acquerello dell’artista libanese Ali Cherri, opera della biennale di Venezia del 2022, che rappresenta una lepre schiacciata da un mucchio di mattoni, un’opera fortemente voluta da Jesse come unica possibile rappresentante estetica del contenuto del disco, che si presenta come un sincero diario in musica di un periodo di vita per lui difficile, tra il 2021 e il 2024, fatto di cambiamenti a più livelli – un’indagine di sé che si identifica con l’artista, ed ecco esplicato l’esordio di questo mio scritto. Solitudine, dunque, amore, sconforto, fallimento e forza: i sentimenti e le fasi di un uomo che, con il cuore in mano, fa quello che sa fare per esprimere tutto ciò, e ci riesce. A proposito del titolo del disco Jesse dice: “Ho scritto questo disco mentre mi sentivo perso nei confronti della musica, della mia musica, appunto negli spazi fatti di ‘giorni liberi’ e quel tempo che da molti è considerato ‘perso‘. Scrivo della mia relazione con la musica. Scrivo di quello che ho visto in quel periodo dove mi sentivo schiacciato, sopraffatto dalla quotidianità, dalla ripetizione.”
Dei giorni liberi, del tempo perso è composto da nove tracce, tutte molto valide ed efficaci sia dal punto di vista musicale che narrativo, unite ma diverse, segmenti di una linea, ma anche perfettamente identificabili e fini a se stesse.
L’album è stato anticipato, lo scorso settembre, dai due singoli usciti in contemporanea, Dimmi e Sali contro: il primo è un brano movimentato e ballabile, ma in realtà si dimostra uno di quei pezzi che mi ricordano sempre che l’abito non fa il monaco, di quelli – per intenderci – che in verità nascondono una profondissima tristezza o un sentimento grave che non cerca altro che un canale scorrevole per arrivare alle orecchie di tutti. E mi viene subito in mente il mood del famoso successone sanremese del duo Colapesce e Di Martino: un tema molto serio, una riflessione profondissima può anche essere incanalata in un mezzo “leggero” per arrivare a molti. Corrono le parole, in versi corti, concisi, quasi senza senso, presi singolarmente, ma è nella sua interezza che il brano ha senso. Come ha affermato il cantautore, questo è forse il brano che si avvicina maggiormente ai lavori precedenti.
Sali contro si presenta con uno stupendo giro di chitarra iniziale, molto poco “all’italiana” che va in loop e rimane in mente. La scrittura è semplice, un rapido flusso di coscienza (“Quanti nomi vuoi portare? Io ne tengo solo uno in testa /Stanco più di ieri alla stessa finestra /Ti insegno io a contare tutto il tempo che resta”), ma tutt’altro che banale, suggerisce immagini ed emozioni vissute in modo autentico. Ho trovato molto interessante il finale completamente cambiato musicalmente, come se il brano si evolvesse verso una direzione più luminosa e ottimista, a suo modo.
Il brano di apertura nonché terzo singolo – ma tra i primi composti da Jesse – Togli, molli, togli, ha una caratteristica sonora che verrà perpetuata in molti punti dell’album: una voce bassa e come “sdoppiata”, che dice quel che deve, senza fronzoli.
Anche le relazioni umane trovano spazio nel disco: molto bello l’escamotage del racconto di Mente serpente, dove la prima parte ci presenta un dialogo di confronto-scontro tra le due parti di una coppia, che esprimono con parole come lame che cosa pensano uno dell’altra. Il finale è un tirare le somme, per cercare di comprendere dove porterà questo sentimento. Certo, niente di nuovo, ma espresso con una scrittura fresca, immediata ed essenziale: credo che sia questa la carta vincente.
La parziale title track, Del tempo perso, è una ballata nostalgica, con suoni anni ottanta e novanta, che ripresenta quel piacevolissimo effetto di doppia voce che troviamo a più riprese e non fa che amplificare la voglia di rifletterci, su questo disco, almeno così è stato per me.
Dei giorni liberi, del tempo perso alterna riflessione e spensieratezza, a indicare che un lavoro può essere variegato e compatto insieme, profondo e leggero al contempo; credo che la prerogativa per riuscire in questo intento, però, è la capacità di dare importanza a quello che provi, si, ma anche di non prendersi eccessivamente e costantemente sul serio. Proprio come in Contorno blu, che mi piace definire come una “canzone-gioco”, veloce e cantilenante, che esprime il desiderio del musicista di “tornare a prendere le cose, e quindi la musica stessa, con più leggerezza, anche solo per divertirmi, senza tralasciare una certa dose di malinconia che mi contraddistingue”, come ha spiegato in prima persona.
Guardami, guardami è il brano che, dice Jesse, ”esprime al meglio e in modo più chiaro la mia relazione con la Musica, tema centrale di tutto il disco: nelle parole si percepisce che c’è stato un momento in cui avevo pensato di mollare, che ogni sforzo fatto non fosse stato mai abbastanza”; un brano che è certamente servito, come una terapia, per non arrendersi. E per fortuna, aggiungo.
Come magari qualcuno ha già letto in qualche mia passata recensione, spesso trovo un lavoro musicale catalogabile attraverso una cromia ben precisa, anche se non succede con tutti, sia chiaro; e questo Dei giorni liberi, del tempo perso ha per me certamente una palette molto calda, dall’arancio acceso a quello pastello dei brani più intimi. Questa associazione dipende per me dalla tipologia di legame delle canzoni con chi le ha scritte; è una cosa tutt’altro che oggettiva, ma nella mia testa piuttosto nitida. E questo disco si chiude proprio con quel tono pastello tipico del passato, perchè il tempo sbiadisce, lo sappiamo, ma quel che ha scaldato il cuore un tempo continua a farlo ora, anche se magari con toni più pallidi, appunto: Passo un’altra volta è una delicatissima ode a un momento e luogo ormai finito, descritto proprio in quel periodo e posto ormai in tempi passati – ma che Jesse ci tiene ad accostare agli altri brani, nati in un periodo più recente – proprio perché le sensazioni che gli evoca sono ancora nitide.
Se non vi fosse ancora chiaro il ragionamento che mi ha fatto incominciare il racconto di questo disco, è presto detto: il punto è che ho trovato la semplicità del “fare quel che si è”, in questo validissimo album. La musica è il mondo di Jesse The Faccio, ed è sulla Musica, sul legame con essa, che è basato Dei giorni liberi, del tempo perso: ascolterete un’ode sincera e un lavoro autentico, che, sono certa, non sarà il suo ultimo.
È già stato detto ma è il caso di ribadirlo: per fortuna, Jesse, una resa non c’è stata.
Tracklist:
01. Togli, molli, togli
02. Sali contro
03. Liberty
04. Dimmi
05. Guardami, guardami
06. Mente serpente
07. Del tempo perso
08. Contorni blu
09. Passo un’altra volta




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