L I V E – R E P O R T


Articolo di Monica Gullini

C’era una volta una ragazza innamorata della vita e della musica. Un bel giorno di venticinque anni fa vide a Sanremo una strana formazione: Quintorigo, questo era il nome della band, un quintetto composto da violino, violoncello, contrabbasso e sax, capitanati da un eccentrico cantante, John De Leo il nome di lui, i suoi capelli raccolti in due minuscole trecce. La canzone in gara si intitolava Rospo e divenne il titolo del loro album d’esordio. Un sound innovativo, accattivante, una voce strepitosa e una eccezionale padronanza degli strumenti valse alla band il Premio della Critica. La ragazza rimase affascinata e iniziò a seguirli, si invaghì perdutamente di Bentivoglio Angelina e Grigio, due anni dopo, e amò alla follia In cattività. Era il 2003. L’anno dopo, le strade del frontman e del resto del gruppo si divisero. Il cuore della fanciulla si fermò. Visse di ricordi per anni, seguì il cantante in capo al mondo ma il suo desiderio più grande era vederli insieme almeno una volta nella vita.
Nell’autunno del 2024, i Quintorigo e John De Leo annunciano di essersi riuniti per tre date in occasione del venticinquennale di Rospo. La ragazza, divenuta ormai una donna, parte alla volta di Milano. Ecco il resoconto di questa magica serata…

Sbircio sul palco e vedo subito la scaletta: ci sarà da divertirsi. L’emozione mi divora dentro e non riesco più ad aspettare. La sala si riempie con lentezza, i milanesi se la prendono comoda ma a ridosso dell’orario di inizio il parterre non ha un solo centimetro vuoto.
Le 21.05, non si fanno attendere i Quintorigo, ovvero Valentino Bianchi al sax, Stefano Ricci al contrabbasso, Gionata Costa al violoncello e Andrea Costa al violino. È l’intro di Zahra a farli uscire ed eccoli prendere posto ed eseguire La danza delle sciabole. Sorridono, sono increduli loro, figuriamoci noi che aspettiamo da anni questo momento. Un boato accoglie De Leonardis e finalmente si ricompone “l’unica, vera formazione originale”, da lui gridato a pieni polmoni poco prima di lanciarsi in una strepitosa rilettura di Purple Haze. È un animale da palcoscenico, la sua voce è grintosa e i suoi sodali lo affiancano senza sbavatura alcuna. È con Nero Vivo che il pubblico impazzisce: i musicisti si abbandonano a una sfrenata melodia, mentre il frontman, visibilmente emozionato, inverte le strofe e cerca suggerimenti dalla prima fila. “Vi piace ancora questa roba?“, chiede Valentino come se stesse vivendo un sogno magnifico in cui sono tutti e cinque insieme. Nessuno di noi può credere ai propri occhi, alle proprie orecchie, neanche quando Andrea accenna Malatosano e Stefano regala meravigliosi bassi, il tutto tenuto insieme da Gionata che scandisce un tempo perfetto. Son colpi al cuore che spalancano gli occhi: avete proprio ragione ragazzi, ogni nota per chi vi ha amato alla follia è qualcosa di unico e irripetibile. Ecco uno dei pezzi più iconici di Rospo, Momento Morto, introdotto dal violino. Mi fermo incantata a guardare come l’altro Costa, pacato e sereno, riesca a dare effetti quasi distorti al violoncello, mentre gli altri si scambiano occhiate di intesa. L’artista romagnolo recita il parlato finale staccando perfettamente le sillabe con una padronanza incredibile del diaframma, si affaccia a bordo palco e con espressione beata ammira la fiumana di gente. Sono loro i primi a rimanere stupiti di fronte a tanto entusiasmo, mai si sarebbero aspettati che le tre date iniziali finissero sold out in un battibaleno.

De Leo sparisce dietro le quinte, il tempo di lasciare il palco ai suoi compagni che si gettano a capofitto nella misteriosa Zapping, brano che ben si adatterebbe a una sonorizzazione dal vivo: i fratelli Costa pizzicano all’unisono le corde  simulando i passi felpati di un uomo che si nasconde, fondendosi poi con il contrabbasso e il sax e dando vita a quella melodia che riappacifica e al tempo stesso pone infiniti interrogativi. Sembra quasi di vedere qualcuno strisciare lungo i muri per poi finire inghiottito dall’oscurità, mentre le luci esplodono in cielo in mille stelle. Torna John ammiccando una languida Fever, uno dei momenti più ironici di tutto lo spettacolo, ma è con Grigio che si entra nel vivo della serata. L’eclettico frontman si diverte a canticchiare sopra il sax di Bianchi ed entrambi si scambiano sguardi divertiti, mentre Gionata tiene il tempo e Andrea sospira mentre l’archetto va su e giù; sulla seconda strofa il vocalist perde il filo e chiede suggerimenti a bordo palco, esclamando “no ma questa era prima!” (in realtà è lui a essersi confuso, ma lo perdoniamo ugualmente). Deux heures de soleil è un brano che attinge a piene mani dai Beatles, apocalittico nel testo e nella melodia. Ricci, imperturbabile fino a quel momento, tradisce un sorriso sornione, senza mai perdere la concentrazione, i fratelli Costa, con gli archetti in sincronia, sono una delizia per gli occhi e accompagnano il frontman nel ritornello. È senza dubbio uno dei pezzi più impegnativi di Rospo, carico di pathos, distorsioni e incursioni nel jazz e nel rock, ci travolge come un fiume in piena e a stento ci ricomponiamo per la delicata cover di Heroes di Bowie, nostalgica nella prima parte e roboante nel finale. Il menù è bello ricco e non può mancare l’energica We want Bianchi (e noi che abbiamo visto la conferenza stampa lo sapevamo già), con Valentino assoluto protagonista, fiero di prendersi tutti gli onori. Non so più dove guardare, se fermarmi sugli archetti che disegnano geometrie ardite o godermi lo spettacolo di John e Valentino vicini vicini, il primo intento a gorgheggiare e il secondo pronto per un altro assolo sotto lo sguardo attento di Ricci.

Non poteva mancare Rospo e il pubblico va letteralmente in visibilio di fronte alle impennate vocali di De Leonardis, che con innata maestria passa dai registri bassi a quelli alti con estrema naturalezza. Non smette di danzare, passeggiando su e giù per il palco, felice e orgoglioso di essere tornato lì, in mezzo a quelli che senza di lui erano diventati i Quattroquinti. Non sono più gli stessi di venticinque anni fa, lui non ha più le trecce e la timidezza degli esordi è sparita, ma la voglia di riscoprirsi l’un l’altro è rimasta intatta. Il tempo si è fermato e ce li restituisce più in forma che mai, attoniti da quel ribaltone teatrale che è stato l’annuncio del loro ritorno. Eseguono Kristo sì in maniera perfetta, con quei guizzi di sassofono e violino indimenticabili e quel gibberish vocale che spazia tra un basso e l’altro, ma è con il brano successivo, Bentivoglio Angelina, che li rivediamo sul palco di Sanremo con immutato splendore, semplici nei loro maglioni oversize e nelle camicie inamidate con cura.
Si divertono come pazzi, lo si capisce dalla passione di Bianchi, generoso come sempre, e nella precisione di violino, violoncello e contrabbasso, in una esplosione di suoni perfettamente allineati. L’artista romagnolo, col suo cantato ora volutamente greve, ora quasi strozzato, ci ricorda i punti di vista che si alternano, quello di Angelina e quello dell’amante che le sta cingendo il collo con i collant, disperato per averle tolto la vita. L’improvvisa amnesia che lo coglie al momento del bacio menzionato nel testo svanisce grazie a una fanciulla che gli suggerisce le parole: lui si tocca le tempie per indicare quanto è smemorato e poi compie un gesto circolare con l’indice, quasi volesse dire “adesso mi ricordo”.
Termina la canzone e i Quintorigo se ne vanno, acclamati a gran voce. Sappiamo già che ci sarà un bis, ma non ci aspettiamo di ascoltare il meraviglioso reggae di La nonna di Frederick lo portava al mare. Anche qui una alchimia incredibile, resa ancor più preziosa da corde pizzicate, tastiere sfiorate e un sassofono che ci porta dritti dritti in quell’agonia di lamiere lontane.


È Highway star dei Deep Purple a chiudere uno spettacolo indimenticabile, quello che per tanti, in primis per me, è stato il concerto della vita. Mi perdo nei movimenti di Andrea che non ci fa rimpiangere affatto la chitarra della versione originale, negli assoli di Valentino e in quel suono di batteria che batteria non è, guardo John raggiungere vette altissime e fare un passo indietro per parlare con Stefano e già mi manca la loro energia, quella voglia di spaziare tra jazz, rock, pop e sperimentazione. Mi accorgo che Bianchi ha appena regalato la scaletta a uno spettatore così guardo il violinista e gli faccio cenno di allungarmi la sua e la prendo rapidamente, dribblando con sicurezza due mani alla mia sinistra, ignare di aver rischiato la poliamputazione.
Ringraziano i Quintorigo nella loro ritrovata formazione originaria, si presentano l’un l’altro e spariscono dietro le quinte, consapevoli delle mani che non vedono l’ora di toccarli, stringerli e complimentarsi per ciò che hanno appena visto e sentito.
Riesco con fatica ad abbracciare John dalle parti del merchandise, ci afferriamo le mani con calore e gratitudine, e lui chiede a un’estatica me diciottenne di tornare ad altre loro date perché ha bisogno di un gobbo che gli suggerisca le parole. Annuisco e manifesto il desiderio di ascoltare qualcosa da In cattività, magari quella Raptus che mi è valsa innumerevoli campionati vinti (un giorno vi racconterò anche questa, lo prometto).
Ebbene sì, ladies and gentlemen, la persona che dalla prima fila ha cantato a squarciagola perdendo ogni briciolo di dignità era proprio quella ragazza con in testa due lunghe trecce e tanti sogni da realizzare.
E uno, miei cari, si è materializzato proprio qui, stasera, in questo angolo di mondo.
Perché l’Universo dà e toglie, e nel mio caso, ha compiuto un miracolo.
E come tornare alla vita restante, ora?

Photo © SteBrovetto Ph e Gabriella Liotti

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