L I V E – R E P O R T


Articolo di Monica Gullini

Quello di sabato 16 novembre al Circolo Dong di Macerata non è stato un semplice concerto di Cesare Basile ma una cerimonia di condivisione, un viaggio intenso e struggente in quelle terre sferzate dal vento della guerra e della spartenza. Questo accadde ai Saraceni cacciati dalla Sicilia, questo accade ai palestinesi, oggi, nella striscia e in quei territori mai riconosciuti sotto la loro giurisdizione.
Io e il musicista siciliano scambiamo qualche battuta e mi confida che
Saracena è un disco che si snoda lungo sessant’anni di vita. Prendiamo posto e lo attendiamo insieme a Massimo Ferrarotto, suo Caminante e storico percussionista e Marco Giambrone alla chitarra.

La scaletta dell’evento segue fedelmente la tracklist dell’album (qui la recensione), con C’è na casa rotta a Notu che dà inizio alle danze. Cesare pizzica le corde con sublime delicatezza e veniamo trasportati non solo nella località siciliana ma in qualsiasi luogo dove si respiri la spartenza, quel sentimento che solo i siciliani costretti a lasciare la loro terra e i palestinesi in fuga dagli israeliani conoscono. Non a caso l’artista catanese ha creato una similitudine dei due esodi e piange il triste destino di coloro che se ne vanno in cerca di un futuro migliore, mentre sullo sfondo si susseguono immagini di terre bombardate e popoli vessati. Massimo Ferrarotto stringe a sé le percussioni mentre gli altri due danno il via al mondo elettronico di Kafr Qasim, un blues ipnotico in stile Tinariwen che ci fa masticare polvere e deserto. Ciuri I Cutugnu diviene mantra e lamento tra le rarefazioni elettroniche, Prisenti Assenti è la presa di posizione di un uomo divenuto ormai numero che cerca di difendere la città con i suoi versi piuttosto che con le armi. Sullo sfondo, bambini incolonnati che si allontanano come gli uomini che poco prima hanno animato i visual di Kafr Qasim, e davanti a noi Cesare che recita un testo pieno di cupa rassegnazione. Basilicò è un turbinio di corde e sonagli, con un Ferrarotto magistrale nel padroneggiare i suoi strumenti; Caliti ciatu, liberamente ispirata a una poesia dello scrittore Mahmoud Darwish, “Piegati finché passa la tempesta”, ripropone dal vivo la voce femminile che descrive l’interrogatorio di una rivolta senza uscita.

Rabbia, disperazione e sdegno esplodono in U jornu do Signore, dove Basile si affida alla sua voce per narrare la crudezza e l’orrore della guerra. Il suo canto accorato sovrasta i campionamenti e gli effetti di Giambrone e Ferrarotto, simile quasi al lamento di U scantu, traccia presente in U fujutu su nesci chi fa: una notte nera e senza uscita è quella che si è abbattuta sulle piazze dove campeggiano i corpi degli impiccati, esposti come monito per tutti i rivoltosi. Sullo sfondo le immagini di un mondo distrutto e di un popolo vessato e cacciato, mentre la melodia si fa via via più ferma nell’intimare all’invasore di andarsene. Cesare si fa portatore della parola divina e stravolge tutti i dogmi (“il giorno del Signore è senza armate“, grida rabbioso nel finale), chino sulla sua chitarra, attento ai pedali e agli strumenti elettronici che lui stesso ha costruito. Giusto il tempo per due pezzi inediti e per il brano che chiude Saracena, Cappeddu a Mari, l’emblema di quella spartenza che l’artista siciliano celebra al massimo della sua struggente nostalgia, ed ecco che lo scenario cambia: non più quella Palestina agognata e sognata ma la Sicilia dei cantori storici e del folklore popolare. È il momento della chitarra folk di Araziu Stranu, traccia di apertura del meraviglioso Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più, con uno strepitoso Ferrarotto alle percussioni, e dell’oscurità di Tri nuvuli ju visti cumpariri, cariche di quella sventura che può essere scongiurata solo tagliando la coda del drago.


Compare una scritta sullo schermo, è un omaggio a Mahmoud Darwish e al suo canto di resistenza e amore per la Palestina e per quelle terre abbandonate in fretta e furia.
Ci lascia così Basile e noi, increduli e indifesi, abbiamo partecipato a una cerimonia, a un rito collettivo che ripercorre ingiustizie mai cessate nei secoli, faccia a faccia con pensieri reconditi e sentimenti contrapposti. Il musicista catanese alza il pugno e ci invita a lottare al fianco di quei Palestinesi ogni giorno, denunciando a voce alta quelle vessazioni che oggi possono essere racchiuse in una sola parola: genocidio.
Rammento l’incipit di una poesia di Primo Levi, che recita più o meno così: Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case.
Massacro per massacro.
Che cattivi allievi ha la Storia.

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