R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

Esiste un luogo in bilico tra realtà, mondi caleidoscopici e sperimentazione dove i confini della musica svaniscono. Questo spazio ha un nome ed è Third, il nuovo lavoro dei The Winstons uscito a cinque anni di distanza da ‘Smith’ (qui la recensione). Il nuovo nato è un manifesto di libertà creativa, leggerezza e luce che invita chi l’ascolta ad intraprendere un viaggio colmo di sorprese. L’album, uscito in formato digitale a metà ottobre ed in vinile a fine novembre, è pubblicato da Baobab Music e distribuito da Ada Music. È stato quasi tutto registrato presso il Bach Studio Recording di Milano (il noto studio di Toto Cutugno) sotto la visione di Carlo Giardina al missaggio e Pietro Caramelli per il mastering.

Quando i fratelli Winstons si riuniscono, accadono strane metamorfosi. I tre musicisti, Enrico Gabrielli, Lino Gitto e Roberto Dell’Era, che nelle proprie vite “reali” hanno altri e diversi progetti artistici paralleli, diventano: Enro Winston (tastiere, fiati, voce), Linnon Winston (batteria, voce) e Rob Winston (basso elettrico, voce). Nasce così una nuova creatura con tre anime (o “il mostro a tre teste” citando le parole di Gabrielli). Uno spazio siderale sonoro a parte ed in continuo mutamento in cui, tre artisti meravigliosi – legati da una grande amicizia – si incontrano per fare musica in maniera “libera” e “creA(R)Tiva” svelando nuovi lati delle loro personalità. Una fratellanza musicale che mette il sigillo a questo trio, senza pari, composto da tastiere-fiati/batteria/basso.
Third: l’arte del terzo passo. Arrivare al terzo album è spesso una sfida, si dice che sia il più ostico e difficile da realizzare. È un equilibrio tra l’eco delle origini, la voglia di guardare avanti e la tentazione di rompere le regole e, con questo nuovo atto, i The Winstons scelgono di riscriverle. Un disco che non segue le mode, ma le ignora con classe e sperimentazione. Third è anche un omaggio ai Soft Machine ed al loro terzo album (che s’intitola Third). Tutto gira intorno al numero tre: il titolo del disco, il terzo album, i tre componenti della band e non ultimo il triangolo rovesciato presente nell’artwork; ma non è un concept album. C’è dentro un vivido mosaico di sonorità, storie ed intuizioni. A proposito del progetto grafico, questo è stato curato da Pazzi Design, le foto presenti nel disco sono di Roberto Covi ed il disegno è di Giordano Landi. La copertina, in bianco e nero su fondo bianco, raffigura un triangolo rovesciato formato dalle loro tre mani messe in sequenza. L’interno è una vera sorpresa: un viaggio psichedelico, ci sono anche gli occhialini in 3D con le lenti colorate per vedere “cose che voi umani non riuscite nemmeno ad immaginare”.

Immergendoci nell’ascolto del nuovo lavoro, il primo elemento che salta all’orecchio è un mutamento di sonorità rispetto ai due dischi precedenti. Sfuma l’attaccamento viscerale alle esplosioni psichedeliche e ai flussi prog. Third ha una filosofia sonora meno cupa. Pur mantenendo quell’alone canterburiano si apre anche a sonorità più frizzanti ed accessibili, fruibili ma non facili. Third si dipana attraverso nove tracce con l’aggiunta di una traccia fantasma. I brani sono imprevedibili ed eterogenei sia per lunghezza che dal punto di vista sonoro. C’è proprio di tutto: suite da “Insterstellar Overdrive”, frammenti sonori, ballate nostalgiche, tributi appassionati, episodi lisergici, spazi beatlesiani e momenti scoppiettanti.

Il brano d’apertura Break the Seal – in gran parte registrato al Forum Studios di Roma da Davide Palmiotto – sembra proprio che voglia settare il tenore ed il tono dell’intero album. Sì, è proprio così: ‘Rompi il Sigillo!’, rompi gli schemi! Osa! Ed è esattamente ciò che fanno i fratelli Winstons. A dire il vero il wonder-trio, sin dal primo album omonimo – qui la recensione ed intervista di The Winstons (2016) – si è sempre rivelato un vero specialista nell’andare oltre; ma questa volta ha addirittura depistato i prognostici di chi lo conosce (per lo meno per me è stato così). Torniamo però al nostro “Sigillo”: una suite di dodici minuti abbondanti dove accade un po’ di tutto. È una fluida metamorfosi di stili, registri e ritmi. L’incipit del viaggio si palesa con il suono di archi ed interferenze elettroniche, poi atmosfere fine ’60 si incastrano con quelle inizio ’70, parti orchestrali si alternano a linee jazzate. Il gioco dei cori è avvolgente, ci sono luci barrettiane, sprazzi eltonjohniani, calde linee folk, bagliori drakiani, divagazioni cinematiche per concludersi con un melange di voci e rumorini dall’umore psichedelico. A seguire troviamo Check It Out: entra deciso ed energico. Sulla scia di un blues doorsiano, spicca il fulgore dei fiati che incorniciano i cori e la sezione ritmica.
Song for Mark merita una menzione speciale. Non nego che appena ho letto il titolo di questo brano ho avvertito un tuffo al cuore. Chi mi conosce potrà capire. Stiamo parlando di Mark Lanegan (qui il tributo di Off Topic in sua memoria), crooner e poeta che incarnava il lato più viscerale del rock, mescolando grunge, blues e folk con un’intensità unica. Esprimeva quel blues dell’anima che lo ha seguito nei suoi giorni su questa terra e nella sua arte. Il brano è una dedica accorata che ben rappresenta il suo lato più acustico ed intimo, vive della sua stessa luce. L’incipit recita un countdown con la voce dai riverberi bassi e gutturali, il brano scorre su atmosfere lunari e sonorità acustiche ed intime. Mi sembra di sentirci il riflesso della sua anima e delle sue composizioni più crepuscolari ed unplugged. Complimenti ragazzi!
Totale cambio di scenario con i prossimi brani: quello che sembra essere un jingle radiofonico, Somewhere in the Mediterranean, precede Abie: parentesi ritmata e  dinamica che porta in sé i suoni ed il profumo del mare. Ed ora è tempo della seconda suite presente in scaletta: Vinegar Way altri dodici minuti di puro delirio. Il titolo si ispira al detto “prendere d’aceto”, per intendere andare a male. Ma in verità niente prende d’aceto se sono i Winstons brothers a suonare. Questo brano, registrato al Tilehouse Studio di Mike Oldfield dal figlio Luke, mi fa pensare ad un mosaico bizantino astratto. Risale ai tempi di Smith ed è composto da una parte scritta e da un’improvvisazione eseguita per arrivare a fine nastro. Questo è un altro pezzo bomba: visionario, lisergico ed onirico.
Con Never Never Never, singolo che ha preceduto l’uscita del disco, ritorna il fatidico numero tre. Domanda: che i fratelli Winstons siano pure tre Mr. Never? Chi lo sa! Il brano è vivace, spontaneo e costruito su una melodia orecchiabile. È accompagnato da un video spassoso (immagino quanto si siano divertiti nel girarlo), diretto da Roberto Delvoi e prodotto da Ipnose Studio, in cui Enro, Linnon e Rob vestiti da vampiri ottocenteschi si aggirano di notte nella Milano moderna e metropolitana. Ad un passo dal finale c’è Winstonland, una malinconica ed ironica ballata beatlesiana registrata all’EDAC Studio da Davide Lasala. Ovvio, la scelta si compie ad occhi chiusi: Winstonland vince su Disneyland, perché il cuore e l’amore vincono su tutto. Dulcis in fundo Hugging Himself in the Dark of The Park, fulminea esplosione dadaista di rumori e suoni, chiude (apparentemente) l’album con lo stesso spirito anarchico con cui era iniziato.  
Ma …colpo di scena! La puntina continua a scorrere nei solchi e, con grande sorpresa, Three Xmas Trees – pensiero sonoro natalizio – ci conduce alla fine di questo bizzarro percorso. 

Se i The Winstons avessero avuto una macchina del tempo, probabilmente l’avrebbero parcheggiata nei primi anni ’70, in qualche remoto angolo di Canterbury. Con Third, però, dimostrano di non aver bisogno di anacronismi: la loro musica è uno stargate tra passato, presente e futuro, un caleidoscopio sonoro che sfida ogni epoca e che riesce a rinnovarsi, a giocare la carta dell’imprevedibilità. In questo lavoro, seppur sia più accessibile rispetto ai precedenti, il trio conferma la propria identità unica: una fusione di virtuosismo tecnico, impulso creativo, resa appassionata e coinvolgente. Il loro ritorno, per i seguaci di lunga data, è una meravigliosa sorpresa di fine anno ma sono certa che il loro sound conquisterà anche nuovi ascoltatori. Il tour è già iniziato, non resta che partecipare ad uno dei loro imperdibili live, ed io sono felice perché ho già il mio ‘Ticket to Ride’.

Restate sintonizzati che non finisce qui…

Tracklist:
01. Break the Seal
02. Check it Out
03. Song for Mark
04. Somewhere in the Mediterranean
05. Abie
06. Vinegar Way
07. Never Never Never
08. Winstonland
09. Hugging Himself in the Dark of the Park



2 risposte a “The Winstons – Third (Baobab Music, 2024)”

  1. […] fratellanza musicale, sono in tour per presentare il loro terzo album che s’intitola ‘Third’ (qui la recensione). Abbiamo colto l’occasione al volo e li abbiamo incontrati al Locomotiv Club di […]

  2. […] italiano. In questo periodo sono in tour per presentare il loro nuovo album, Third (qui la nostra recensione e l’intervista). Ed ecco che con il live report, terza parte di approfondimento, giunge […]

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