L I V E – R E P O R T


Articolo di Alessandro Tacconi, immagini sonore Daniela Pontello

Il 17 gennaio dell’anno del Signore 2025, al locale Santeria di viale Toscana 31 a Milano, arriva un gruppo storico italiano della scena crossover, post rock, post punk, post jazz, post post post… Arrivano, suonano e se ne vanno dopo un set di 80 minuti circa gli Zu.
Un concerto che è un vero proprio evento per gli appassionati del genere. In primissima fila, proprio sotto il palco, un bambino di una decina di anni con il papà (con i loro bravi tappi per le orecchie! Già, i tappi per le orecchie! Perché va bene la musica estrema, a volume altissimo, ma le orecchie vanno tutelate. E con gruppi come questo sono precauzioni che vanno SEMPRE prese. E infatti, il sottoscritto e la collega fotografa, Daniela Pontello, non li hanno portati! E pagheranno pegno per oltre un’ora con fischi e “noiserie varie” nelle orecchie terminato il set).

Questa recensione la inizio con una confessione, che non deve essere intesa come un mea culpa. Le mie orecchie non sono tarate su musica crossover, metal (death, goth, trash…), math rock, noise, industrial. Ecco l’ho detto. Ci ho provato molte volte, ma il famoso colpo di fulmine non è mai scattato.
Penso, ad esempio, all’anfetaminico tributo di John Zorn al padre del free jazz: Spy vs Spy: The Music of Ornette Coleman (1988). In questo caso siamo oltre gli insegnamenti del maestro, il sassofonista newyorkese si è spinto, insieme a Tim Berne, Mark Dresser e i batteristi Joey Baron e Mike Vatcher, nel trash-core e nel punk jazz! E devi saperla suonare certa musica. Quello che ricavavo, dai miei ostinati ascolti, era un senso di stritolamento alle tempie, ma non mi sono arreso.
Un giorno capita di ascoltare un album degli Zu, How to Raise an Ox (2006), a cui collabora un altro spericolato sperimentatore di sonorità estreme come Mats Gustaffson e… non voglio dire che sia scattato il colpo di fulmine, questo no, ma la concezione (s)compositiva e sonora è tale e tanta, che non è stato possibile rimanerne indifferente. Così recupero pure il loro primo album, Bromio (1999), in cui, sorpresa sorpresona, suona la tromba Roy Paci. In questo caso siamo ancora nell’ambito del free e dell’avant jazz (robetta da nulla per quello che sarà la musica a venire del gruppo romano!).


L’avventura degli Zu inizia a metà anni Novanta. Chi sa se avrebbero mai pensato di ottenere tanto successo in Italia e all’estero con una concezione così radicale del suono e della composizione dei brani, il dinamismo molto complesso della batteria, la saturazione dei suoni di basso e sax baritono.
Negli anni, il gruppo alza sempre di più l’asticella. Le tournée internazionali negli States e in estremo oriente (il Giappone li accoglie da subito a braccia aperte), danno la possibilità al gruppo di avviare collaborazioni di primissimo piano con musicisti della scena hardcore, metal, avant-jazz come Mike Patton (Faith No More, Mr. Bungle), Eugene Chadbourne, Mark Greenway (Napalm Death), Ken Vandermark, Buzz Osborne (Melvins)… E… E… E… Le tournée si susseguono.


Il concerto di questa sera è a tutti gli effetti un’esperienza fisica. Il modo in cui si viene aggrediti dal muro sonoro prodotto dagli Zu è impressionante. Lascia interdetti, disarmati e avvinti allo stesso tempo.
Mi accorgo di avere avuto per tutto il tempo del concerto uno stupito sorriso sul volto. Sembra tutto così sregolato, eppure la struttura di quello che suonano è ferrea (mi verrebbe da dire “acciaica” o rugginosa, e sarebbe ancora poco, troppo poco, per riuscire a raccontare e condividere che cosa hanno fatto vivere questa sera gli Zu al pubblico!). 
Il ritmo è totale, controllato e sfrenato al tempo stesso. Il pubblico si limita a muovere avanti e indietro la testa (lo fa pure il sassofonista). Come fai a ballare se una tale potenza sonora ti viene scaraventata addosso? E meno male, visto che si temeva già il forsennato e scalmanato pogare del pubblico. Le sonorizzazioni industrial fagocitano ogni possibile “suono bello”. Ogni cosa è stata strappata, accartocciata e ricucita con filo spinato, fiamma ossidrica e cuoio di bue o essere umano (a voi la scelta). 


Che cosa resta del muscolare concerto degli Zu? Una sequenza cinematografica.
Suono off. Lancinante stridio di freni. 
Primissimo piano di pistoni che si muovono a tutta velocità.
Dettaglio del ciglio del burrone che dà su uno strapiombo.
Primo piano del parabrezza dell’auto, su cui si riflette una manciata di nuvole grigie.
La scia nera della frenata dei copertoni.
L’automobile s’invola nella scarpata.
La parte anteriore destra della carrozzeria grigia si accartoccia contro una roccia nera.
Il veicolo si cappotta 2, 5, 6 volte.
Ferraglia, pezzi metallici e vetro volano tutto intorno.
Il veicolo a fondo valle è ora su un fianco.
Suono off. Cigolii.
Una fumata nera seguita da una magnifica detonazione.
Fine.

Che il concerto degli Zu sia stato il racconto di quel che attende il genere umano? Meglio non pensarci. Quando un gigante ti maltratta e malmena come hanno fatto loro, ringrazi soltanto di esserne uscito vivo!

Una risposta a “Zu @ Santeria Toscana 31, Milano – 17.01.25”

  1. […] dopo solo cinque giorni dal concerto degli Zu, di cui abbiamo parlato qui, rieccoci alla Santeria di viale Toscana 31, mercoledì 22 gennaio, per un altro trio: Savana […]

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere