R E C E N S I O N E
Recensione di Antonio Spanò Greco
Sin dalle prime note Marco Petrigno, in arte solo Petrigno, cattura l’attenzione e ammalia i sensi, desta dal tepore quotidiano e scuote il subconscio. Cantautore, polistrumentista e illustratore palermitano, ha esordito nel 2024 con La lingua del Santo ricevendo subito ampi consensi e recensioni positive. Le prime esperienze musicali viaggiano sul genere punk, ma ben presto il blues prende il sopravvento: «Ascolto davvero tante cose, oltre al blues a non finire, mi piace sia la musica italiana, Tenco, Conte e De Andre, che la straniera, Mark Lanegan e Nick Cave». Tra le prime collaborazioni spunta Fabrizio Cammarata, con il quale partecipata a diversi tour tra Italia e Germania.
«Una persona per me molto importante è morta e qualcosa dentro di me si è rotta», da qui la decisione: «sono scappato da Palermo, la città che più amo al mondo, la mia città, alla quale sono legato in maniera viscerale, mi sono rifugiato in un bosco del Lazio». Determinante l’incontro con Valerio Mina, musicista e suo attuale produttore, che collabora in maniera determinante alla realizzazione di La Lingua Del Santo, disco seducente e intriso di contenuti che trae linfa sia dalla tradizione della canzone italiana che dal blues e da un certo tipo di rock alternativo. Riguardo la sua musica Petrigno dichiara: «La musica nasce dal bisogno di andare in profondità dentro me stesso, un bisogno di liberarmi da qualcosa; la musica mi aiuta a levare un piccolo strato di lacerazione e cerco così di volermi un po’ bene».

Otto tracce inedite compongono l’esordio solista di Petrigno: apre Il Mare, brano cupo, ipnotico e lacerante, sembra non esserci via d’uscita dall’apocalisse; poi segue Nella Folla, singolo anticipatore dell’album, che continua nella disamina amara e pessimistica del nostro mondo: «Facile dominare un mondo di anime morte», chitarra distorta e synth scandiscono silenzi e urla laceranti, «nelle stanze del silenzio, nella folla siamo soli, siamo logori e affamati, siamo folla e siamo soli». Domani partirò è un blues tagliente e sprezzante dal ritmo ossessivo per lasciarsi dietro le spalle il passato e affrontare nuove sfide cercando le piccole cose quotidiane, accompagnato da un suono di armonica finale. Segue Fermati, una preghiera, una nenia dall’incedere lento ma preciso dove piano, batteria, voce e synth creano atmosfere oniriche; prosegue con Il bar, brano a due voci e due chitarre, storia d’amore e di cambiamenti dalle melodie eteree e suadenti. Il bosco è sognante e intimo, racconta di prese di coscienze, di storie terminate e storie che avranno inizio, il confine tra una porta che si chiude e una che si apre è fugace. Ho Perso riprende l’incedere ossessivo e martellante dei primi brani con un finale apocalittico: «lui guida con le mani legate, gli occhi bendati attraverso i fantasmi»; conclude Tu lo sai, dolcissima ballata dove Petrigno si rivolge all’amico scomparso, voce e pianoforte, in un brano epico e struggente dalle melodie antiche e malinconiche.
La lingua del Santo è un disco che mi ha colpito fin dagli inizi e che rivela ad ogni nuovo ascolto emozioni inaspettate.
Tracklist:
- Il mare
- Nella folla
- Domani partirò
- Fermati
- Il bar
- Il bosco
- Ho perso
- Tu lo sai




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