T E A T R O


Articolo di Mario Grella

Nell’anno 2000 due preziosi taccuini di Charles Darwin sparivano dall’Università di Cambridge, per poi essere restituiti alla biblioteca dell’Università ben 22 anni dopo. La sparizione misteriosa, e la loro ricomparsa altrettanto misteriosa, sono lo spunto che ha spinto Marco Paolini a scrivere Darwin, Nevada, visto al Strehler di Milano qualche giorno fa, per la regia di Matthew Lenton. Marco Paolini immagina che i due taccuini siano stati trafugati da un misterioso personaggio, tale Fernando Morìon Nevada (che non è un veneto, ma un messicano) e che questo poveretto venga investito da due ragazze alla guida di un caravan, di ritorno dal Burning Man Festival, un raduno che si tiene annualmente, dal 1991, nel deserto del Nevada. Il festival, non che la cosa sia congruente con lo spettacolo, (ma in questo spettacolo niente è congruente con tutto il resto), raduna giovani che per una settimana dànno vita ad un esperimento di vita comunitaria, dove al denaro è sostituito il baratto, e dove ogni partecipante può creare opere d’arte, mettere in piedi performance, organizzare workshop o giochi per adulti e bambini. La kermesse termina con il falò di un gigantesco pupazzo (da qui il nome del festival).


Ma torniamo alle due ragazze  che, a causa di un temporale (e quindi niente incendio del pupazzo), decidono di lasciare in anticipo il festival per andare “a manetta” sulle strade del Nevada, fino all’investimento del povero disgraziato Fernando Morìon Nevada (che tanto per confondere le idee, porta lo stesso cognome dello stato). Il Morìon aveva semplicemente deciso di fare il giro del mondo e nel frattempo, senza avvisare la fidanzata Lupe e, non si sa come né perché, si era imboscato i taccuini di Charles Darwin. Se la trama vi sembra a dir poco bizzarra, aspettate di leggere il resto. A cercare di mettere ordine nella vicenda (si fa per dire) compare anche lo sceriffo della città di Darwin (Darwin esattamente come “Charles”) in Nevada (stesso cognome del giramondo Fernando Morìon). Lo sceriffo si chiama Ed e, provvisoriamente, diventa il fidanzato della non molto affranta Lupe. Tutto questo avviene sulla scena (di Emma Bailey) che rappresenta lo spaccato di un camper fatto di legno, e assai poco credibile, che funge anche da interno della casa della povera Lupe. Sulla ribalta invece, il narratore Marco Paolini, con una cadenza che sembra più quella del governatore del Veneto Zaia, che non quella di un giovane Charles, elabora teorie mai ben definite sul significato dei taccuini di Darwin, mescolando a queste, delle proprie considerazioni che spaziano un po’ su tutto lo scibile, senza rinunciare a qualche velata battuta da cabaret.


Non posso nascondervi la mia perplessità davanti a un testo e ad una messa in scena come questa. Sembrerebbe che Paolini, nelle intenzioni, abbia voluto ambientare la vicenda laddove un certo fondamentalismo biblico si era fieramente opposto alle teorie darwiniane, idea del tutto lecita e anche con qualche legittimo fondamento, ma che forse andava ancorata al reale con più convinzione. I taccuini di Darwin offrono certamente spunti suggestivi di discussione, poiché presentano elementi ancora lontani dalla teoria dell’evoluzione del Darwin maturo, ma, come ricorda lo stesso Paolini, non erano nati per essere dati alle stampe e nemmeno costituivano una teoria corroborata dell’evoluzionismo. Sono scritti frammentari, dubitativi, ipotetici, non sistematici. Del resto, come ammonì Karl Popper qualche decennio dopo, per dimostrare che una teoria potesse essere vera, occorreva dimostrare prima che poteva essere falsa e quindi nessuno scandalo sulla diversità di posizioni tra il Darwin giovanile e quello maturo. Costruire un monologo (arte che si confà da sempre alla personalità di Marco Paolini) su tutto ciò sarebbe stato già arduo, ma avrebbe avuto un senso, aggiungere al monologo, una vicenda tanto strampalata quanto gratuita, come quella che passa sulla scena, è stato decisamente un passo falso.

Photo © Masiar Pasquali  

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