T E A T R O


Articolo e fotografie di Rossana Ghigo

«Eccomi, sono la donna che hanno voluto che fossi e tutte quelle che vorrei. Tutte le cose che mi hanno spezzato il fiato e le dita, che mi hanno incendiato la carne e la mente, quando morivo credendomi in vita. Chiunque sono, chiunque sia stata è acqua che non macina, è terra già bruciata».

Una premonizione, un vento di mare che sputa fuori la sua ansia di sale e un cielo plumbeo ci accompagnano alla serata straordinariamente catartica e toccante che ci attende in un piccolo borgo ligure che fa della cultura e dalla sensibilità artistica un punto di forza grazie alla lungimiranza emotiva del suo vicepresidente e direttore artistico della rassegna teatrale Parole e Musica, Roberto Grossi, e a quella dei suoi preziosi collaboratori. Un titolo, L’ultimo giorno di sole, che racchiude in sé un senso di smarrimento, ma anche uno sporgersi al balcone dell’infinito, verso una speranza di qualcosa ancora sconosciuto che, non necessariamente, segna una fine e mette un punto all’esistenza ma che, paradossalmente, getta un ponte per una sconfinata eternità.

Sul palco rivive, nell’ultimo spettacolo da lui progettato e concretizzato con l’onnivora capacità di meravigliare, passando incessantemente tra sorrisi e lacrime, tutta la strepitosa anima di Giorgio Faletti. Un’artista poliedrico, visionario, una diplopia della mente la sua che lo spingeva continuamente a progettare in modalità multipla, elaborare nuovi punti di vista della realtà e della ragione. Umile, schivo, modesto fino quasi a non credere veramente e pienamente nelle sue geniali potenzialità.

La serata si apre con le parole dell’amico fraterno Massimo Cotto che a dieci anni della sua scomparsa dialogò con lui in una lettera aperta intrisa di dolcezza e malinconia che a tratti si fa euforia di ricordo e di riconoscenza per quei venti anni di complicità: la passione per la musica, le serate ad Asti, le bevute e le cene nei ristoranti che erano come «un ritorno a casa ogni volta, una famiglia», le vacanze nel buen retiro all’Isola d’Elba. «Giorgio c’era al primo giorno di scuola di mio figlio, gli ha insegnato a nuotare. Insieme abbiamo fatto infinite cose e incredibili viaggi. È la persona al mondo che più mi abbia fatto ridere fino alle lacrime e poi anche piangere. Due corde estreme che solo un artista totale riesce a toccare».

Ad interpretare questo suo racconto e questo viaggio e a donare tocco di vita come un anello di congiunzione traboccante d’amore, di grazia, di autentica femminilità, che diventa pura poesia ed estrema empatia con il pubblico, la meravigliosa Chiara Buratti. Attrice, cantante, giornalista, conduttrice ma, soprattutto questa sera, su questo palco, nastro celeste che lega inevitabilmente tutti i nostri cuori alla delicatezza del rivivere, alla separazione dolorosa dalle persone che via via sono partite verso una meta lontana o forse vicina ma invisibile. C’è emozione che si fa materia e carne, c’è vibrazione intensa, profumo di comunione penetrante. Ci sono ferite aperte, troppo recenti e troppo dolorose che lacerano il cuore ma non riescono a scalfire l’amore per la vita, per l’arte e il desiderio di continuare a respirare bellezza nonostante la caducità. «Quale vita sarà la mia»? Chi non si è mai posto almeno una volta questo interrogativo. Le vicissitudini di ognuno si susseguono, si intrecciano. «Se ogni uomo potesse ricordare ogni singolo istante della sua vita, se avesse il dono di poterla ripercorrere passo passo, sono certa che l’esistenza sembrerebbe a tutti molto più lunga. E invece è sempre una incessante, strenua, perduta battaglia contro il tempo».

Già nel 2013, quando questo spettacolo venne scritto, Faletti ipotizzava le difficili situazioni che si sono poi effettivamente andate sempre più delineando in questi anni: il cambiamento climatico, i disastri ambientali. La natura che si ribella alla mostruosità della mano umana. E congettura così la fine di tutto questo, un giorno di disfatta totale dove, ad un’ora precisa, tutto finirà. Il sole diventerà lava incandescente con un impatto così vicino alla terra da rendere impossibile ogni forma di sopravvivenza. La protagonista, Linda, si trova difronte ad un bivio: scegliere se correre nella stessa direzione in cui un esercito di topi fa da apripista al resto del mondo che li segue, convulsamente e compulsivamente nella speranza di trovare un nuovo mondo, una via di fuga verso una sola direzione data da una luce sullo sfondo, lontana, oppure tornare indietro alle sue origini, al suo paese, alla sua collina alla quale confidava le proprie emozioni anno dopo anno, esperienza dopo esperienza. Opta per questa possibilità e fa ritorno a una città praticamente deserta e qui, tra flashback, sensazioni, canzoni e racconti, snoda come i grani di un rosario tutto il proprio vissuto. I cassetti della memoria diventano materiali e indispensabili, con i loro colori e le loro forme, per interpretare vecchi palazzi dove si sono consumate storie e vita tra risate, speranze, delusione, primi amori. Via Roma è il centro del piccolo mondo dove tutto si svolge e si avvicina. La gioielleria, il cinematografo, la libreria, la boutique dell’alta società dove le signore borghesi si scambiano pettegolezzi e, vedendo appropinquarsi la fine del mondo, hanno come unico problema il dilemma di non sapere cosa indossare. Le sorelle Simonelli impiccione che osservano le situazioni altrui, «vedendo quella meraviglia di cannocchiale, a quell’opportunità di vedere cose che a occhio nudo non si potevano vedere, mi è venuta spontanea una domanda: perché perdere tempo a guardare cosa facevano gli esseri umani, quando lo si poteva impiegare a guardare cosa facevano le stelle?». Il negozio di fotografia dove immaginare la storia di due giovani sposi, la casa della migliore amica. E proprio lì, tra le pagine di un vecchio sussidiario, nascono i primi spasmi d’amore per una graziosa immagine vintage di un fanciullo dai lineamenti gentili. La fantasia poi si tramuta in baci veri, fidanzamento poi matrimonio, poi tradimento e poi… vendetta. La strada è teatro anche di storie impregnate di sangue e speranze come quella di Adriana che vive nel degrado sociale e si prostituisce per riuscire a mettere da parte abbastanza denaro per un intervento chirurgico che finalmente la renderà donna, la donna che vuole uscire da quel corpo maschile e che chiede alla vita un’altra possibilità per scrivere la propria poesia fatta di chiaroscuro violento.

Un vortice che incalza tra monologhi e note grazie all’ accompagnamento musicale di Luca Modena (batteria e direzione musicale), Vincenzo Muré (pianoforte e tastiere) per la regia di Tommaso Massimo Rotella. Il sipario si chiude “sull’ultimo giorno di sole”, «ci sono situazioni in cui le parole sono l’oro degli sciocchi: per quante te ne vengano in mente non possono avere il valore del silenzio».

Mentre la protagonista si lascia sopraffare dalle tenebre non prima di aver brindato ad ogni pagina del suo quaderno di memorie, qualcosa di speciale sembra rincorrere una nuova luce e la mente torna a quel vecchio sussidiario, tra le sue pagine una poesia di Pascoli che narra un epilogo stupefacente e imprevisto prendendo il volo in un cielo nuovo come un aquilone. «C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico: io vivo altrove, e sento che sono intorno nate le viole».

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