I N T E R V I S T A
Articolo di Lucia Dallabona
Il nuovo disco di Elli De Mon (all’anagrafe Elisa de Munari) è stato recensito qui con notevole apprezzamento da Antonio Spanò Greco. A mia volta, conquistata già dal primo ascolto, ho sentito il desiderio di conoscere più da vicino un progetto musicale carico di spunti interessanti sia artistici che umani. Con grande piacere ho perciò contattato la talentuosa cantautrice e polistrumentista per rivolgerle alcune domande in proposito.

OT: Raìse, titolo del disco, significa radici, il che appare un rimando a qualcosa di stabile e ancorato. Eppure, il contenuto dei testi, le scelte strumentali, il cantato viscerale in dialetto vicentino, mi trasmettono un enorme senso di libertà e coraggio. Cosa tiene uniti dentro di te questi due approcci apparentemente distanti?
EdM: Questa apparente contraddizione tra stabilità e libertà è in realtà il cuore pulsante di Raìse. Le radici non sono gabbie, ma punti di partenza. Nel riscoprire il dialetto vicentino, la mia lingua madre, ho trovato una profondità espressiva che paradossalmente mi ha liberata. È come se scavando nelle radici avessi trovato nuovi sentieri di libertà creativa. La lingua madre porta con sé un’energia primitiva che permette di esprimersi senza filtri, con una sincerità che l’inglese non mi avrebbe mai concesso. Questa autenticità linguistica mi ha dato il coraggio di affrontare temi profondi e universali partendo dal particolare. Le scelte strumentali – ruvide e ancestrali – sono un ponte tra il radicamento nella tradizione e l’esplorazione di territori sonori nuovi. In fondo, come in ogni vero viaggio, per andare lontano bisogna sapere da dove si parte.
OT: Il coraggio torna di nuovo protagonista con la decisione di abbandonare l’inglese per esprimerti nella tua lingua madre arcaica. Immagino ti sarai dovuta confrontare con delle metriche molto differenti fra loro; con queste premesse stupisce e affascina fino a che punto ciò che parte come espressione locale non solo si mantiene con naturalezza musicale ma esplica una potenza evocativa talmente forte da acquisire un senso universale. Quanto e come ci hai lavorato per ottenere questa meraviglia di sinergia?
EdM: Sorprendentemente, cantare in dialetto mi è risultato più naturale di quanto immaginassi. La sfida principale è stata adattare la musicalità intrinseca del vicentino, con i suoi ritmi e le sue cadenze peculiari, alle strutture sonore che stavo creando. Dal punto di vista metrico, questo ha richiesto un adattamento profondo, ma ha anche aperto nuove possibilità espressive. La padronanza totale della lingua mi ha permesso di sperimentare con nuovi timbri e giocare con certi suoni, come la “r” e la “s”, qualcosa che in inglese non mi sentivo sicura di fare. Mi sono anche sentita libera nell’uso delle parole, includendo termini più crudi quando servivano ad esprimere il messaggio con più forza. Quanto all’universalità, credo che il paradosso della creazione artistica sia proprio questo: più sei specifico e autentico, più diventi universale. Il dialetto possiede una forza espressiva primordiale che il linguaggio standardizzato ha perso, e questo conferisce al progetto una dimensione sonora quasi ancestrale, capace di parlare oltre i confini linguistici.
OT: Un esempio fulgido delle tue doti creative credo sia rappresentato dal singolo El Me Moro, antico canto tradizionale femminile della Val Leogra. Mi ha emozionata tantissimo il rispetto con cui nella prima parte narri forme di violenza domestica che allora le donne dovevano per forza considerare “normali”. Una comprensione che però non sottintende alcuna giustificazione, ce lo mostri in modo inequivocabile con quel crescendo di note che si alimentano di energie negative fino ad esplodere in un grido carico di straziante, dilatata sofferenza. Di nuovo un impegno appassionato da parte tua, concentrato in particolare sull’uso della voce. Gli oltraggi sùbiti in passato, con potenza dirompente, attraversano le generazioni di donne fino a raggiungere il presente carichi di terribili consapevolezze. Questo è il drammatico percorso emotivo che ho percepito immersa con ipnotica attenzione nell’ascolto; me lo confermi?
EdM: Hai colto esattamente l’essenza di El Me Moro. Questo canto tradizionale femminile porta con sé tutto il peso di una condizione di sottomissione e accettazione forzata della violenza che le donne hanno dovuto sopportare per generazioni. Ho voluto trattare questo tema con rispetto ma senza edulcorare la realtà, mostrando come quelle dinamiche, purtroppo, risuonino ancora oggi. La struttura del brano, con quel crescendo che esplode in un grido di dolore, rappresenta proprio la presa di coscienza che attraversa le generazioni: dall’accettazione passiva alla consapevolezza, fino alla ribellione. La voce diventa qui lo strumento principale per trasmettere questo viaggio emotivo, passando da un tono quasi sussurrato a un’esplosione viscerale.
OT: Cambiando in toto registro, attraverso un brano come Oseleto (uccellino) ti proponi con eterea e poetica dolcezza. La voja de siel (la voglia di cielo) arriva talmente intensa che mi son trovata anch’io a sussurrare la tua struggente cantilena finale. Orso, un uomo dal cuore indurito, quando incontra da vicino quel piccolo essere indifeso, ruba dal suo sguardo la voglia di innocente libertà. Credi che questo “furto” sia possibile anche fra umani?
EdM: Assolutamente sì. Oseleto rappresenta uno dei momenti chiave nel percorso di trasformazione di Orso: l’incontro con qualcosa di piccolo e indifeso che riesce a scuoterlo profondamente. Questo “furto” di cui parli – il prendere da un altro essere la sua voglia di libertà, la sua capacità di guardare il mondo con occhi innocenti – è esattamente ciò che accade nelle relazioni umane più significative. Penso che gli incontri che ci trasformano davvero avvengano proprio così: vediamo nell’altro qualcosa che abbiamo perduto o che non abbiamo mai avuto, e questo sguardo ci cambia. Può essere l’innocenza di un bambino, la saggezza di un anziano, la passione di un artista. Questo scambio silenzioso di visioni del mondo è forse una delle esperienze più potenti che possiamo vivere. In “Oseleto” ho voluto esplorare proprio questa vulnerabilità, questa apertura che permette a Orso di “rubare” una prospettiva nuova. La dolcezza eterea del brano riflette proprio questa fragilità trasformativa, questo momento di sospensione in cui un cuore indurito inizia a sciogliersi.
OT: «Oh tera! Me catarò in ti/mi son tera/e mi son el Suman» (O terra, mi ritroverò in te, io sono terra e sono il Summmano – monte), canta con accorato trasporto Orso nella canzone Sarò Tera (Sarò Terra). E tu Elisa, che rapporto hai con la natura, in particolare con i luoghi in cui sei nata?
EdM: Il mio rapporto con la natura, e in particolare con i luoghi in cui sono nata, è viscerale e fondativo della mia identità. Il Monte Summano, che domina la valle in cui sono cresciuta, è sempre stato per me molto più di una semplice montagna: è un’entità quasi vivente, un punto di riferimento non solo geografico ma esistenziale. In Sarò Tera, Orso comprende finalmente che non può sfuggire alle sue radici, ma deve invece riconciliarsi con esse. Questo percorso riflette molto del mio: sono cresciuta in questi luoghi, poi me ne sono allontanata, ma continuo a sentirli parte di me. Il dialetto stesso è una manifestazione di questo legame profondo. La natura, per me, non è un’entità separata o un semplice sfondo: è un elemento costitutivo dell’esperienza umana. Quando Orso dice “mi son tera” (io sono terra) esprime una verità fondamentale: siamo fatti della stessa sostanza dei luoghi che abitiamo, e alla fine in essi ci dissolveremo. C’è qualcosa di profondamente consolatorio in questa consapevolezza, in questo ciclo di appartenenza e ritorno.
OT: Il brano Babastrii (pipistrelli) contiene una frase dal contenuto particolare: «also i me oci e vardo i colori e la vita che se cocola la morte» (alzo i miei occhi e guardo i colori e la vita che si coccola la morte). Parole dal forte impatto emotivo mettono in contatto intimo e “dolce” due entità considerate spesso incompatibili. Che significato attribuisci a queste spiazzanti tenerezze?
EdM: Queste “spiazzanti tenerezze” sono il cuore pulsante della filosofia di Raìse. In Babastrii, l’immagine della vita che “si coccola la morte” rappresenta la consapevolezza dell’indissolubile legame tra queste due dimensioni dell’esistenza. Non si può avere l’una senza l’altra; non si può apprezzare pienamente la vita senza accettare la sua naturale conclusione. I pipistrelli, creature del crepuscolo, esistono proprio in questa zona liminale tra luce e ombra. Sono il simbolo perfetto di questa coesistenza degli opposti. Nel percorso di Orso, questa comprensione è fondamentale: accettare la morte come parte integrante della vita significa liberarsi dalla paura, accogliere la propria vulnerabilità. La tenerezza che descrivi nasce proprio dalla riconciliazione di ciò che normalmente teniamo separato: il bello e il brutto, la luce e l’ombra, la gioia e il dolore. Quando riusciamo a vedere come questi opposti si “coccolano” – come coesistono in un abbraccio necessario – possiamo finalmente accedere a una comprensione più profonda e pacificata dell’esistenza. Questa è la rivelazione che Orso riceve guardando i pipistrelli: la vita non è in guerra con la morte, ma la contiene e la abbraccia. È una verità spiazzante, ma anche profondamente liberatoria.
OT: «Semo un zugo de acqua/ solo un zugo de acqua/ mi e ti» (siamo un gioco d’acqua, solo un gioco d’acqua io e te), così affermi all’interno del pezzo Giose (gocce). Nel tuo racconto prima i cerchi d’acqua pian piano si allargano, si toccano, si fanno un’altra carezza; poi il gioco si calma, le gocce si stancano e di conseguenza i cerchi poco per volta spariscono. Una metafora che disegna per struggenti immagini la complessità delle relazioni personali; ce ne vuoi spiegare più nel dettaglio il senso?
EdM: Giose è una riflessione sulla natura effimera e al contempo eterna delle relazioni umane. L’immagine delle gocce d’acqua che cadono, creano cerchi concentrici che si allargano fino a toccarsi, per poi gradualmente svanire, è una metafora potente delle nostre connessioni. Quando diciamo «semo un zugo de acqua» (siamo un gioco d’acqua), riconosciamo sia la bellezza che la fragilità dei nostri legami. Le relazioni si formano come questi cerchi nell’acqua: all’inizio sono intense, definite, poi si espandono, si toccano, creano intersezioni – quelle “carezze” di cui parlo. Ma inevitabilmente il tempo passa, l’energia iniziale si attenua, i cerchi perdono forza e nitidezza, fino a scomparire. Eppure, come l’acqua stessa, qualcosa rimane. Le relazioni ci cambiano, lasciano tracce invisibili ma indelebili. Anche quando i cerchi non sono più visibili, l’acqua conserva memoria di quel movimento, come noi conserviamo l’essenza degli incontri che ci hanno formato. C’è malinconia in questa consapevolezza, ma anche accettazione. È la natura stessa delle cose: nulla dura per sempre nella forma in cui lo conosciamo, ma tutto contribuisce al flusso più grande della vita. In questo “gioco d’acqua” c’è tutta la bellezza e il dolore dell’esistenza umana, del nostro incontrarci, influenzarci e poi separarci, pur rimanendo in qualche modo sempre connessi.
OT: Orso, nel tentativo di capire chi è davvero, decide di prendere le distanze dalla sua famiglia di origine; inizia da lì un percorso di crescita personale che si completerà solo quando comprenderà che occorre assumersi in pieno le sue responsabilità, invece di cercare sempre colpevoli fuori da sé stesso. Quanto di Elisa riconosci in questo suo complicato tracciato di evoluzione interiore?
EdM: In Orso c’è molto di me, inevitabilmente. Il suo percorso di allontanamento dalle origini per poi riscoprirle con occhi nuovi riflette il mio rapporto con le mie radici. Come lui, ho sentito il bisogno di distanziarmi per capire chi fossi veramente al di là delle definizioni familiari e sociali. Il viaggio di Orso verso l’assunzione di responsabilità è qualcosa che riconosco profondamente. Raìse esplora proprio questo: il momento in cui smettiamo di proiettare le nostre paure sugli altri, di attribuire all’esterno la responsabilità delle nostre sofferenze, e iniziamo a guardare dentro noi stessi con onestà e coraggio. Questo disco è nato in modo quasi febbrile, in un periodo intenso, ma il vero lavoro è iniziato dopo: nel processo di metabolizzazione che è ancora in corso. È come se avesse aperto delle porte che non possono più essere richiuse, costringendomi a confrontarmi con antichi dolori che richiedono un delicato lavoro di elaborazione. In questo senso, la creazione di Raìse non è stata solo un atto artistico, ma un vero e proprio rito di passaggio personale. Come per Orso, anche per me l’accettazione della propria vulnerabilità e delle proprie responsabilità è stata la chiave per una nuova consapevolezza. È un percorso mai veramente concluso, ma che ha segnato una svolta importante nel mio cammino, sia artistico che personale.

OT: Un’ulteriore scelta a sorpresa da parte tua è quella di passare dall’abituale disco solitario ad una registrazione a tre. Al tuo fianco, infatti, stavolta troviamo anche Marco Degli Esposti alle chitarre e Francesco Sicchieri alle percussioni. Posso intuire che il loro sia stato un apporto prezioso per stratificare al meglio un suono di base ruvido, ancestrale e per ottenere degli arrangiamenti che spiccano ogni volta, curati al meglio come sono.
EdM: La scelta di collaborare con Marco e Francesco è nata da una duplice esigenza. Da un lato, la complessità e la ricchezza sonora di Raìse richiedevano naturalmente un organico più ampio rispetto alla dimensione one-woman band dei lavori precedenti. Volevo un suono che oscillasse tra il rituale e il viscerale, tra il sacro e il terreno, combinando strumenti tradizionali come il contrabbasso e le percussioni con elementi più sporchi e distorti tipici del rock e dello stoner, e con strumenti etnici come il sitar e la dilruba. Questa fusione di influenze diverse richiedeva più mani e più menti. Il loro contributo è stato fondamentale per creare quella stratificazione sonora che desideravo: un suono ruvido, ancestrale, capace di evocare il peso della storia che raccontavo. Ma c’è anche una ragione più profonda: ho sentito l’esigenza di uscire dalla mia zona di comfort, di aprirmi a nuove possibilità espressive attraverso il dialogo musicale con altri musicisti. Questa apertura riflette in qualche modo il viaggio stesso di Orso: l’abbandono di vecchie sicurezze per abbracciare nuove dimensioni dell’esistenza.
OT: Come è nata la vostra collaborazione? Continuerà anche nella dimensione live? Se sì, in che modo la influenzerà?
EdM: La collaborazione con Marco e Francesco è nata in modo quasi organico, attraverso incontri musicali e umani che hanno creato una sintonia profonda. Ho sentito che erano le persone giuste per dare corpo sonoro a questa storia, per contribuire alla dimensione rituale e primitiva che volevo dare al progetto. E sì, questa collaborazione continuerà anche nella dimensione live. Suonerò in trio, insieme a loro, uscendo dalla dimensione one-woman band a cui ero abituata. Lo spettacolo sarà molto dinamico, con continui cambi di strumenti e atmosfere, per restituire la complessità sonora dell’album. Ho scelto di presentare questo disco in una dimensione più intima e raccolta di quanto io sia abituata a fare. Voglio dare priorità a situazioni dove l’ascolto può essere profondo, luoghi dove la narrazione può respirare e svilupparsi pienamente. Sto riscoprendo il piacere degli house concert e dei piccoli teatri, spazi in cui il pubblico è più attento e ricettivo e dove si può creare un dialogo autentico con l’ascoltatore. Sarà una sfida, anche perché noto che c’è diffidenza sia verso il dialetto che verso questa nuova formazione, ma sono determinata a portare avanti questa nuova dimensione artistica.
OT: Il disco è completato da un libro illustrato che reinterpreta la leggenda di Sant’Orso; dodici canti danno voce ad un soliloquio meditativo del protagonista. Durante i concerti hai pensato di dare spazio a questo tuo approfondimento dei testi originali, o magari hai preso in considerazione anche l’ipotesi di un progetto teatrale con cui mettere in dialogo ancor più intimo e complementare melodie e parole?
EdM: Raìse è infatti accompagnato da un libro illustrato che espande la narrazione musicale. È una sorta di estensione del disco, un approfondimento narrativo strutturato in dodici canti, proprio come le tracce dell’album. È un monologo interiore di Orso, in cui emergono i suoi conflitti, le sue paure, il peso del passato e la ricerca di una nuova identità, impreziosito dalle illustrazioni di Luca Peverelli. Per quanto riguarda i concerti, sto effettivamente pensando a come integrare questi elementi narrativi nella performance live. La dimensione teatrale è molto presente in Raìse, sia nella musica che nel testo. La storia ha un’impronta fortemente evocativa e visiva, quindi un adattamento teatrale o performativo potrebbe essere una naturale evoluzione del progetto. Mi piacerebbe creare un’esperienza che vada oltre il semplice concerto, qualcosa che includa letture, proiezioni delle illustrazioni, momenti più narrativi che si alternano a quelli musicali. L’idea di un vero e proprio progetto teatrale è affascinante, e sarebbe meraviglioso poterla realizzare, magari collaborando con artisti di altre discipline. Come ho detto in un’altra intervista, però, “ci vogliono tanti soldi che io non ho!”. Quindi per ora sto lavorando su soluzioni più accessibili, cercando di portare comunque nei live quella dimensione narrativa e introspettiva che caratterizza il progetto nella sua interezza.





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