A R T E – M O S T R E
Articolo e immagini di Mario Grella
“Girando per Berlino vedevo angeli ovunque, in monumenti, sculture, o rilievi in luoghi pubblici, più che in qualunque altra città. Stavo cercando una storia che mi aiutasse a raccontare la storia della città. […] Alla fine, le mie letture serali erano popolate da angeli e gli angeli che incontravo e fotografavo per tutta la città mi hanno fatto capire che non avrei trovato personaggi migliori per il mio progetto. Così ho cominciato a ideare un racconto che avesse come protagonisti degli angeli custodi. […] Il film è stato realizzato in gran parte senza sceneggiatura. La creavamo di giorno in giorno: era un’enorme parete del mio studio dove c’erano tutti i luoghi di Berlino che volevo riprendere. Al lato opposto della stanza avevo tutte le scene che avremmo potuto girare. Ogni sera sceglievo una scena e poi cercavo il luogo in cui ambientarla.” Queste sono le parole di Wim Wenders e della genesi di un capolavoro del cinema come Il cielo sopra Berlino.

I concetti elaborati vengono trasformati, prima che in un film, in uno storyboard. Questi essenziali ed efficacissimi disegni sono esposti all’Osservatorio Prada nella Galleria Vittorio Emanuele di Milano in una originalissima mostra intitolata A Kind of Language. Storyboards and other renderings for cinema. Naturalmente, oltre ai disegni di Wenders (e del suo direttore della fotografia Henri Alekan), ci sono altre centinaia i disegni esposti che riguardano film noti e meno noti della storia del cinema. Tra questi mi piace ricordarne alcuni (tra i film che ho molto amato); è il caso per esempio di West Side Story di Robert Wise e Jerome Robbins del 1961: lo storyboard disegnato da Saul Bass, con quel pastello cupo e dal segno molto grossolano, ma denso di fascino e di efficacia (che ricorda la pittura di Ben Shan), sembrano essere essi stessi un’opera a sé stante, autonoma rispetto al grande musical. E che dire dei disegni di Pierpaolo Pasolini per il suo Mamma Roma (1962). Qui più che di uno storyboard si tratta di un diario quasi intimo, dove le note tecniche sono illustrate poeticamente attraverso un segno timido e repentino.

Tra i bozzetti che potrebbero essere perennemente esposti alle pareti di un museo (e non solo un museo del cinema), vanno certamente annoverati quelli di Walt Disney per Fantasia del 1940, da lui stesso diretto e animato e che è persino inutile star qui a descrivere tanto sono noti (e celebrati). Non c’è niente di più sbagliato che pensare allo storyboard come ad un monolite uguale in tutta la storia del cinema e per tutti i registi e gli sceneggiatori. Per rendersene conto basterebbe guardare agli storyboards di una regista come Agnès Varda che, per la realizzazione del suo Salut les Cubains del 1964, ha selezionato i migliori scatti tra migliaia di fotografie che lei stessa aveva effettuato per poi ritagliarne i provini a contatto ed applicarli, con delle semplici graffette, su fogli di cartone contenenti note sulle sequenze da realizzare. Nella incredibile sede dell’Osservatorio Prada i materiali sono tantissimi e sarebbe un’impresa ardua elencarli tutti, voglio ancora ricordare paesaggi urbani, guerrieri e samurai disegnati da Akira Kurosawa per lo storyboard di Il mare e l’amore diretto da Kei Kumai nel 2002, ma anche gli storyboards di Saul Bass per l’indimenticabile scena della doccia (oggi si direbbe iconica) di Psyco di Alfred Hitchcok del 1960, dove le note commentano meravigliosamente i disegni: “Hit! Hit!Hit!”, testo e disegno sono quasi il film stesso.

Non si può poi non far cenno alle divertenti caricature di Federico Fellini per Amarcord e le sue parole: “Per me il disegno e il disegnare, anche se nasce da un istinto molto naturale, non ha mai una finalità estetica. È solo uno strumento, un mezzo, un anello della catena in cui la fantasia e l’immaginazione vengono ancorate a un esito cinematografico”. Eppure, nonostante queste parole del grande regista italiano, qui sembra che l’autonomia del significante (lo storyboard) sia altrettanto importante del significato stesso, ovvero, del film. I disegni, che forse sono i più dialetticamente pregnanti di questo interscambio tra immagine grafica e immagine filmica, sono quelli realizzati da Jean Luc Godard per Le libre d’Image (2018) che ha uno svolgimento non lineare e non narrativo. Si tratta di un collage di momenti rappresentati con materiali d’archivio e opere d’arte internazionali che mostrano le atrocità del XX e del XXI secolo. I taccuini che hanno sostituito un vero e proprio storyboard evocano l’essenza e il ritmo del film, sia nella forma che nel contenuto.
Una visita imperdibile per chi ama il cinema, per chi ama il disegno e, naturalmente per chi ama entrambi.


Photo © Piercarlo Quecchia – DSL Studio, Courtesy Fondazione Prada




![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)

Rispondi