A R T E – M O S T R E


Articolo di Alberto Calandriello

Nel fine settimana ho finalmente visitato la mostra Picture Of You organizzata da Rebel House, che propone una innovativa accoppiata: fotografie e realtà aumentata, grazie alla quale “esce” dai nostri telefoni un commentatore d’eccezione, Massimo Cotto, che approfondisce gli scatti (che non è esagerato definire iconici) di Henry Ruggeri. Ero stato all’inaugurazione, principalmente per abbracciare Chiara Buratti, moglie di Massimo e amica carissima, ma immaginavo che una situazione del genere meritasse tempo e soprattutto tranquillità. Quindi eccomi, cuffie importanti in testa, app dedicata pronta, aggirarmi nei locali dell’Oratorio de’ Disciplinanti a Finalborgo, spazio di grande qualità, gestito dall’amico Daniele Decia, decisamente adeguato all’occasione. L’ingresso gratuito sottolinea una volta di più la grande attenzione che il Comune di Finale Ligure riserva alla musica e alla cultura.

Le foto di Henry avvolgono tre locali dell’Oratorio ed io scelgo di guardarle nell’ordine in cui sono state sistemate, con una piccola eccezione per il finale. La bellezza principale delle foto sta, come del resto lo stesso Cotto racconta, nel riuscire a raffigurare l’artista in una dimensione totalmente privata ed intima, pur essendo tutte scattate durante dei concerti (anche parecchio affollati). La concentrazione di Roger Waters e David Gilmour (due foto separate eh, non sia mai), l’intensità di Dave Gahan, lo straniamento esistenziale di Robert Smith, lo sguardo definitivo di Chuck Berry: ogni scatto, di per sé, è già una storia, è già Storia, quella della musica, di cui molti di loro hanno scritto pagine indelebili. C’è Robert Plant che pur avendo da tempo lasciato il dirigibile Led Zeppelin, è ancora totalmente dentro a quel suono che alla sua band deve tantissimo, Steven Tyler che brandisce il suo microfono come fosse la più rock delle spade, Dolores O’Riordan a bocca spalancata mentre incanta il pubblico e alza la mano, quasi a chiedere protezione da quei fantasmi che alla fine ce l’hanno portata via.

La mostra presenta una parte dei ritratti raccolti nel libro dallo stesso titolo, imperdibile.

Ma se l’occhio ha la sua parte, il cuore sussulta quando la tecnologia mi porta Massimo Cotto a due passi, mani in tasca, che mi parla come fossimo due amici fermi ad aspettare una birra o in fila per un concerto. La scomparsa di Massimo mi ha lasciato cicatrici profonde sotto diversi punti di vista, da appassionato di musica, da amante della scrittura, da amico di Chiara. Non è questo il luogo per parlarne, ma almeno i primi due punti di vista sono usciti rinfrancati dai 90 minuti che ho passato a Finalborgo. Gli interventi virtuali in questa mostra sono ciascuno di 50/60 secondi, per chi come me lo segue dai tempi di Rai Stereonotte non sarebbero abbastanza 50/60 minuti, ma non credo di fare testo.

La cosa incredibile è che per ognuna di queste foto, Massimo in pochissimo tempo fa quello che un giornalista musicale dovrebbe fare sempre, specialmente in questi tempi di musica gratuita: incuriosirti. La curiosità dovrebbe essere la spinta di chiunque si professi amante della musica e lui riesce a suscitarla in poche parole, perché lui per primo è da sempre principalmente curioso ed appassionato, prima ancora che esperto. Sorride sempre mentre spiega le foto di Henry, sorride perché fa quello che ama e soprattutto lo fa parlando a chi decide, anche solo per pochi istanti, di farsi incuriosire da lui. È un rapporto 1:1, da amico, non è una lezione, né un convegno, è racconto, testimonianza, scambio di emozioni.

In una parete ci sono le foto di un paio artisti che proprio non apprezzo; eppure, anche per i loro due gruppi riesce a farmi pensare che forse un ascolto lo meriterebbero ancora. Merito grandissimo sia dato ad Henry che immortalando un celebre “fratello coltello”, di recente tornato in voga grazie alla reunion della band “di famiglia”, riesce a raffigurarlo perfettamente, nella sua strafottenza ed arroganza, roba che, si chiacchierava con Daniele, ti viene voglia di dargli una manata in viso anche se è solo una foto.

Mi lascio il finale per tre foto che rappresentano qualcosa di più che semplici artisti che amo: Eddie Vedder, Keith Richards e ovviamente Bruce Springsteen. Intensità, concentrazione, carisma, tutto questo emerge dagli scatti e viene ribadito da Massimo, ma c’è di più. Se negli sguardi di Eddie e Bruce c’è la consapevolezza di aver avuto entrambi sulla schiena, in periodi diversi, il peso della fiaccola del rock, di Keith (mia foto preferita, se proprio devo sceglierne una) mi affascinano immediatamente le mani: rugose, callose, invecchiate e probabilmente nemmeno così sane, ma che da sole raccontano un percorso iniziato prima ancora che lui stesso imparasse a suonare. Nella sua biografia racconta la notte in cui per la prima volta ascoltò Elvis su Radio Luxembourg, ecco, in quel momento probabilmente un qualche Dio del Rock decise di impadronirsi della sua anima e lo fece passando per le sue mani. «Sono in due in questa foto: in primo piano Keith Richards e dietro di lui il rock», sentenzia Massimo con gli occhi che brillano da dietro gli occhiali colorati.

Concludo la mia visita ascoltandolo mentre ricorda l’intervista fatta a Bruce in occasione di Only The Strong Survive e subito mi tornano in mente quei momenti: la più bella intervista fatta a Bruce da un italiano, probabilmente anche da un europeo e con pochi rivali in America. Massimo in quell’occasione era luminoso tanta era la gioia di poter parlare con Bruce, talmente felice che sembra quasi gli cambino i lineamenti del viso, mentre Bruce regala una delle sue massime indimenticabili: «dammi tre minuti della tua vita e ti cambio la vita per sempre»; per Massimo e molti di noi è andata proprio così; anni fa ebbi la fortuna di ascoltarlo mentre raccontava proprio di quei tre minuti che gli cambiarono la vita e ricordo perfettamente la sua emozione, la sua commozione mentre ne parlava, come solo un innamorato sa fare.

In questo periodo di superficialità, dove tutto sembra deciso da un algoritmo, beh signori, io e chissà quanti altri, abbiamo avuto la fortuna e il privilegio di avere come algoritmo umano Mr. Cotto, uno che riuscirebbe a coinvolgerti anche parlasse di bulloni, figurarsi di rock. Uno che quando chi come me elemosinava news musicali a cadenza mensile (quindi con un ritardo medio di due mesi) riusciva a tirarti dentro quel mondo, che grazie alle sue parole sembrava a portata di mano anche in provincia di Savona, anche se dovevi girare tre edicole per trovare qualche rivista, anche se alla radio prima delle 22 non passava nulla di interessante, anche se gli album arrivavano sempre in ritardo. Massimo riesce a tirarti dentro perché lui per primo sa cosa voglia dire sentire in profondità quanto una canzone, un disco, un assolo di chitarra possano diventare parte di te, possano diventare faro e guida, esempio e stimolo. Non è freddo nozionismo, così distante dalla viscerale passione del rock, ma è amore, verità, vita.

In un angolo della mostra c’è una tv che manda in continuazione un breve video nel backstage dello studio dove Massimo ha registrato i suoi interventi, dura sei minuti; l’ho visto quattro volte. Lui ed Henry parlano tranquillamente e lui sembra raccontare di quando ieri è andato a fare la spesa, mentre in realtà racconta di faccia a faccia con le leggende della musica. La semplicità con cui racconta con quel modo confidenziale ed ironico, rende tutto epico, proprio perché lui per primo spoglia ogni parola dalla retorica e la rende fuoco, quello che brucia e ti incolla a radio o stereo, ti fa dormire davanti a stadi o palazzetti, ti fa gestire il tuo tempo in funzione di un concerto o dell’uscita di un album.

Ho riascoltato quattro volte di quando andò nella casa nuova di Tom Waits e gli venne incontro in salotto una famigliola di topi: «tranquillo, vivono qui» fu il commento di Tom Waits e diamine, ditemi se immaginate un modo migliore per raccontare Tom Waits se non la sua flemma mentre gli dice così! Lo guardo mentre si incanta pensando a Leonard Cohen che «era poesia anche quando parlava» e spesso parlava della sua mamma e allora capisco che la musica per molti è compagnia, per altri purtroppo è rumore, per qualcuno è vita, battito, respiro; capisco e ringrazio che tra questi ci sia chi riesce a tradurre la vita, il battito ed il respiro in parole, come fa Massimo. Perché non tutti siamo in grado e servirà sempre avere chi lo faccia per noi.

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