R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’ipotesi suggestiva e al contempo efficace alla base dell’ultimo lavoro di Max Fuschetto, Sniper Alley-To my Brother, è stata quella di scrivere una colonna sonora di un film senza visionarne prima le immagini, basandosi sull’esclusiva lettura della sceneggiatura. Non so se si possa trattare di una metodica usuale e francamente non lo credo. Penso invece che sia un procedimento analogo a quello che tutti noi adottiamo quando leggiamo un romanzo. Al di là del piacere insito nello stile della scrittura, nella nostra mente si creano immagini, in sequenza e/o affastellate sul grande schermo della coscienza che si legano l’una all’altra in una sorta di piccolo film personale, frutto di una nostra soggettiva interpretazione testuale. Solo che, nel caso specifico di Fuschetto, è avvenuta in aggiunta una seconda fase, quella più importante in questa circostanza, cioè la traduzione in musica di ciò che la lettura ha innescato a livello mentale.

Un musicista suona un oboe, concentrato e immerso nella musica, mentre tiene lo strumento vicino alle labbra. Indossa occhiali e un abbigliamento scuro, con uno sfondo sfocato.

Un’operazione rischiosa, certamente, ma se la musica stessa possiede di per sé il dono naturale di una certa universalità comunicativa, quello che l’Autore ha immaginato e trascritto sul pentagramma si è sicuramente legato alle immagini cinematografiche in modo affine e condivisibile. La pellicola a cui stiamo accennando è in realtà un docu-film dei registi Cristiana Lucia Grilli e Francesco Toscani, presentato alla trentesima edizione del Sarajevo Film Festival. Vi si racconta la storia di Dzemil Holdzic, un video-editor attualmente al lavoro per Al Jazeera English, che ha voluto raccogliere le testimonianze fotografiche di vari fotoreporter riguardanti il drammatico assedio di Sarajevo degli anni ’90 da parte dell’esercito serbo, una grande, vergognosa macchia indelebile nella coscienza dell’Europa che abbiamo tutti dimenticato fin troppo in fretta. In questo caso proprio Dzemil ricorda l’assassinio del fratello maggiore Amel, allora sedicenne, colpito a morte da un cecchino nel famigerato Sniper Alley (= vicolo del cecchino). Di Max Fuschetto e della sua musica, Off Topic si era già occupata nel suo precedente e sorprendente Ritmico Non Ritmico (2022) – leggi qui – a cui rimando per gli accenni biografici. Sniper Alley… potremmo descriverlo come un’autentica esperienza sonora, non così immediata ma in grado di procedere ben oltre i confini di quello che possa essere definito come un ascolto usuale. L’album è composto da nove tracce che si muovono –  com’è nello stile dell’Autore –  attraverso numerosi accenni alla musica contemporanea, sia di derivazione classica ma anche legata a suggestioni più popolari e folk. Ogni traccia è una partecipata trasfigurazione sonora, una riflessione sulla memoria e sull’identità, capace di toccare corde profonde, evocando un dolore intimo e al contempo universale, così com’è condivisibile la sofferenza innescata da una guerra con il suo corredo di crudeltà e insensatezze. Fuschetto è una figura rara nel panorama musicale europeo non solo per la consapevole, responsabile serietà del suo essere musicista ma soprattutto per la continua volontà di esplorare territori inconsueti e di non ripetersi ad ogni nuovo lavoro. Il suo ultimo, emotivamente intenso e sintetico album –  ventisette minuti circa di musica –  invita l’ascoltatore a perdersi lungo una linea melodica che si muove tra frammenti di memoria di cantilene infantili, ninne-nanne, percussioni che evocano marce militari, cori di evocazione religiosa e popolare, con intermezzi orchestrali da intendere come ricercati sprazzi di speranza. Fuschetto ha dichiarato di essersi ispirato all’arte di Van Gogh e Francis Bacon, così come il riferimento alla dimensione pittorica era ben presente nel precedente Ritmico Non Ritmico. Questo richiamato approccio si traduce in una narrazione musicale stratificata, a volte tesa e deformata come i ritratti stupendi di Bacon o le fiammeggianti instabilità dinamiche del grande olandese, per cui ogni traccia musicale diventa un quadro sonoro a sé stante, intriso di chiaroscuri e tensioni dove gli accenni melodici si spezzano e si ricompongono, i timbri si deformano, i silenzi si caricano di significato. Del resto l’intero album è interessato da una sensibilità che si nutre di molteplici suggestioni culturali, non ultima la fusione tra innovazione e tradizione con l’innesto di allusivi richiami letterari, venendosi a creare un linguaggio unico che riesce a coinvolgere senza mai risultare artificioso. E non c’è nemmeno bisogno di un ascolto particolarmente attento e analitico, anzi, molto meglio lasciarsi accompagnare dalle sensazioni immaginifiche mentali – un film che si crea a commento di un altro film (!!) – suscitate dalla musica e dalla sua onda emozionale. Oltre allo strumento principale di Fuschetto, l’oboe, in questo frangente l’Autore si concede qualche intervento aggiunto al sax soprano, chitarra, basso elettrico e pianoforte. Ma con lui è presente un nutrito stuolo di collaboratori che citerò, per comodità di lettura, in coda alla recensione.

Si comincia l’ascolto con No Man is an Island, iconica poesia dell’autore londinese John Donne, vissuto tra gli ultimi anni tra ‘500 e l’600, tradotta musicalmente in una forma cameristica, con l’intervento vocale di Cosimo Morleo in veste temporanea di sopranista. La traccia si sviluppa come un mantra ipnotico, un invito a riflettere sull’interconnessione umana, reso ancor più potente da arrangiamenti che sembrano sospesi tra cielo e terra. Archi e pianoforte costituiscono infatti la scansione strumentale del brano che si muove tra momenti piuttosto cupi ed altri più distesi, entrambi accarezzati dalla voce del cantante. Come Rain Come è sostenuta da un riff reiterato di note al pianoforte – alla tastiera c’è il fedele Enzo Oliva, già presente nel precedente album del 2022 –  che si muove nell’ambito di un’ottava e ne caratterizza il passo ritmico insieme alle percussioni. Si avvicendano diversi strumenti in successione, tra cui il trombone di Salvatore Cuccaro e il bandoneon di Daniele Ingiosi, prima di un breve intermezzo di pianoforte. Una pausa inaspettata interrompe per un mentre lo sviluppo sonoro per poi riprendere con una sovrapposizione di fiati che porta il brano a terminare. The Good Morrow è un’altra lirica di John Donne, tra i brani decisamente più suggestivi, che riprende a cappella la melodia di Opalescent Pendulum, un pezzo che verrà eseguito più avanti nella sequenza delle tracce dell’album. Si tratta di un magnifico intervento corale, una polifonia che rimanda alla maniera cinquecentesca, con accompagnamento di fiati – mi sembra di cogliere un clarino basso, tra gli altri. Di spirito drammatico e indole accorata, spicca tra gli altri brani per la sensazione di solitudine sacrale a cui rimanda. La title-track Sniper Alley- To my Brother affida fondamentalmente alle cadenze ritmiche degli archi e all’accompagnamento del pianoforte quello che è il momento forse più angoscioso dell’album. Gli interventi di chitarra elettrica, di arpa, le percussioni, l’andamento largo dei violini: tutto si muove tra un senso di struggimento misto a disagio e del resto, visto il riferimento storico, non avrebbe probabilmente potuto essere diversamente.

Bosnian Nursery Rhyme è una filastrocca in lingua che sembra allungarsi nel buio, tra una serie di rumori di fondo che potrebbero imitare suoni di animali boschivi, colpi lontani di proiettili, timori infantili…Una cantilena atta a rincuorare sé stessi, quando si è soli e senza protezione. Durme Durme pare essere una ninna-nanna ma, come nei dipinti di Bacon a cui l’Autore fa riferimento, c’è qualcosa  – e non si fatica a comprendere cosa sia – che deforma l’immagine. Quello che dovrebbe esprimere il naturale senso di accudimento materno viene ad essere distorto da alcune dissonanze inquietanti e da un ritmo percussivo che ricorda certe atmosfere indocinesi, forse innescate dagli interventi di arpa. C’è qualcosa di più della semplice malinconia, c’è il presente incomprensibile di chi fatica ad interpretare le intemperanze del Mondo. L’Escalier de Drake (A Nick Drake) colpisce per una sorta di analogia sentimentale tra l’artista che tutti abbiamo amato e la figura di John Donne, altro nume tutelare di questo album. In fondo c’è qualcosa che accomuna i due e cioè il desiderio di non sentirsi soli e quindi isolati, dato che per Drake, probabilmente, fu la frustrazione dovuta all’incomprensione della sua opera, a consumargli l’esistenza. Fuschetto riesce a catturare l’essenza malinconica del cantautore britannico senza mai scivolare nell’imitazione, ma anzi reinventando il suo spirito con tocchi eleganti e minimali. Le linee melodiche, sottese a un piano armonico volutamente instabile, sembrano salire e scendere una scala immaginaria che conduce verso introspezioni sempre più profonde. Il tema condotto dal piano possiede l’analogo intimo candore delle canzoni dello stesso Drake, anche se l’incipit pianistico mi ha ricordato qualcosa dei Pezzi Lirici di Griegg. Opalescent Pendulum è il brano che nella traccia precedente The Good Morrow è stato mirabilmente trasformato in arrangiamento corale a cappella. Qui ne possiamo cogliere i tratti essenziali melodici e l’arrangiamento per archi e glockenspiel. Chiude Oboe Sommerso e mi sembra il doveroso omaggio allo strumento principe di Fuschetto, anche se la bella melodia, come già successo in precedenza, viene mutata, deviata, coperta dal continuo rullio di tamburi, suoni trasversali e dissonanti che si frappongono alla traccia melodica dell’oboe allontanandone la messa a fuoco. Bellezza sommersa, quindi, ma ancora e sempre percepibile nonostante la volontà umana di cancellarla.

Sniper Alley – To My Brother è un’opera visionaria e coraggiosa che conferma il desiderio costante di avventurarsi in territori inesplorati per offrire una prospettiva non usuale di cosa possa essere la Musica oggi, quando ci si muova al netto di ogni preventivo calcolo commerciale. L’album di Fuschetto viene profondamente vissuto e questo proprio all’interno contestuale della storia drammatica che lo ha ispirato e da cui si rende in gran parte autonomo. Credo inoltre che evitare l’essiccazione dei sentimenti riguardo a ciò che successe dietro casa nostra non più di qualche decennio fa, sia il tributo minimo dovuto da tutti noi al ricordo di quella guerra.

Come già accennato, riporto i nomi dei musicisti che hanno accompagnato Max Fuschetto.
Cosimo Morleo, Silvia Munguia Martinez, Amel Hodzic alle voci.
Enzo Oliva al pianoforte
Eleonara Amato al violino
Silvano Maria Fusco al violoncello
Valerio Mola al contrabbasso
Carmela Cardone all’arpa
Daniele Ingiosi al bandoneon
Salvatore Cuccaro al trombone
Franco Musiello al clarinetto
Giovanni Borriello al corno inglese
Roberto Di Marzo e Giulio Costanzo alle percussioni
Max Fuschetto all’oboe, sax soprano, chitarra elettrica, basso elettrico, piano Yamaha.

Tracklist:
01. No man is an island
02. Come rain come
03. The good morrow (Opalescent Pendulum “a cappella” version)
04. Sniper Alley – To my brother
05. Bosnian Nursery Rhyme
06. Durme durme
07. L’escalier de Drake (A Nick Drake)
08. Opalescent pendulum
09. Oboe sommerso

Photo 1 © Pietro Previti 2 © Luca Petrucci

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