R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Mi hanno sempre affascinato le relazioni simboliche che intercorrono tra le diverse forme d’arte. Da quel che possiamo ascoltare, un’attrazione più o meno analoga deve aver coinvolto anche Max Fuschetto, oboista e compositore campano, soprattutto per ciò che riguarda la sua ultima uscita discografica. Il titolo, Ritmico non Ritmico, è già accattivante di per sé e la splendida immagine di copertina, indubbiamente scelta con cura particolare, ne sottolinea i contenuti. Fuschetto racconta di essersi in parte ispirato ad una serie di composizioni del pittore Paul Klee, il ciclo delle “Scacchiere” che impegnò parte della creatività dell’artista in modo particolare durante la prima metà degli anni ’30. Va da sé che Klee era anche un po’ musicista, violinista per la precisione, e che Karlheinz Stockhausen consigliava ai suoi allievi di composizione musicale proprio la lettura di un testo del pittore svizzero, Confessione Creatrice, pubblicato per la prima volta nel 1920. Nella serie delle scacchiere sono contenuti graficamente quelle alternanze tra figurazioni ritmiche – sequenza geometrica delle caselle, ritorni schematici di colore – e momenti più “caotici”, dato che i quadrati sono dipinti senza rigore geometrico e quindi appaiono un po’ tremolanti, spesso con segni e simboli indecifrabili che li animano e ne sovvertono l’ordine intenzionale. Anche nella pittura di Pollock, altro riferimento citato da Fuschetto, compare questa dicotomia tra il dripping, lasciato ritualmente cadere sulla tela seguendo un ritmo psichico interiore e la visione d’insieme del quadro completato. Questa superficie dipinta può sembrare, ad un osservatore superficiale, una raffigurazione decisamente caotica ma se paragonata alle immagini ottenute al microscopio elettronico di frammenti di tessuto cerebrale, si dimostra avere un’inaspettata, sconvolgente analogia con il medesimo. Un rispecchiamento inconsapevole, quindi, un analogon tra Natura e Rappresentazione che sembra quasi il prodotto di un atto stregonesco. Ritmo-Non Ritmo, Spazi, Misure, teoria del Caos Deterministico di Lorenz: la realtà si dimostra in un continuo divenire tra polarità opposte e Fuschetto ne ha colto non solo l’essenza teoretica ma anche il nucleo musicale rappresentativo, trasformando la contemplazione in azione, la riflessione in musica. Non si creda, però. che Ritmico Non Ritmico sia una pedissequa proiezione sonora di forme matematico-geometriche. In realtà quest’opera, meditata e di fruizione non difficile, è piena di sommovimenti emotivi, a volte di riflessioni crepuscolari. Musica che parla al cuore prima di tutto e che attraverso questo ci aiuta a pensare all’indeterminazione del sentimento e, per estensione, della Natura in sé, quella Natura che Bohr definiva “indeterminata”, addirittura esasperando le tesi in un certo senso già inquietanti della Fisica Quantistica di Hesenberg.

Fuschetto è arrivato alla quarta pubblicazione discografica e ha già dimostrato, nel corso di questa sua avventura iniziata nel 2009, di essere un compositore “vero”, di aver assimilato e metabolizzato gran parte della musica novecentesca classica – in particolare si colgono echi impressionisti abbastanza evidenti – e quella di molti autori contemporanei, tra i quali mi sembra di cogliere soprattutto la figura di Roger Eno, fratello minore forse meno geniale del più famoso Brian ma a mio parere ancora più eclettico e capace di inserire nella sua musica – proprio come Fuschetto – elementi di varia natura che si muovono più che altro in ambienti tonali e melodici. Da buon compositore, Fuschetto organizza le sue creazioni distribuendole in varie parti e affidandole a musicisti diversi, tenendo per sé gli interventi all’oboe, al sax soprano e qualche frammento sonoro elettronico. È il pianoforte di Enzo Oliva che mi sembra il fulcro essenziale della gran parte dell’album, dal tocco calibrato e sognante, spesso impegnato in note ribattute, tracce di una memoria ritmica che ancora si conserva, nella sua reiterazione, all’interno delle musiche tradizionali dell’Africa e dell’Oriente. Molto discreti e centellinati gli interventi alla chitarra elettrica di Pasquale Capobianco, più presenti gli archi di Eleonora Amato e di Silvano Fusco. Da notare il corno francese di Luca Martignano, la tromba di Luca Aquino “special guest” e la marimba di Giulio Costanzo.

Number 1 è la prima traccia sonora, totalmente sospesa fra notte e giorno, sostenuta da bordoni elettronici, accordi cristallini di piano e incastri naturali tra chitarra ed oboe. Si tratta di un lungo respiro, di un flusso d’aria pura rarefatta tra spazi, silenzi e impressioni intime, quasi stupefatte di fronte alla indecifrabilità del Reale. Segue la più inquieta Number 3, sempre con il piano e la chitarra con qualche eco ad insistere sulle note ribattute e a ribadirne la componente ritmica a tratti incalzante. Le linee melodiche, scolpite nell’essenziale, si aggrappano a strutture armoniche piene sino al finale che s’arricchisce di screpolature e interessanti dissonanze, inaspettate svolte, dubbi improvvisi. Number 5 riprende un poco, almeno inizialmente, il discorso di Number 1. Atmosfera melodica, piano solitario che si presenta con note diradate e circospette per poi incrementarsi nella dinamica sonora con un crescendo di note dissonanti. L’ordine ritmico che appare nelle fasi iniziali viene così rimesso in discussione per un attimo, salvo poi sembrare ricomporsi verso il finale dove il piano va a terminare con note che si allontanano dal centro tastiera per portarsi agli estremi, acuti e gravi, della stessa. Con Vortex, a Jackson Pollock si cambia registro, entrando in un corridoio più contemporaneo dove sembra smarrirsi il centro tonale della composizione, incrementando le dissonanze soprattutto condotte dagli archi che sostituiscono il piano nel nucleo della componente strumentale. Difficile valutare il limite tra parte scritta ed improvvisata, del resto l’impressione è che si tratti di un momento di liberazione sonora così come era “liberato” il gesto dello sgocciolamento di colore in Pollock durante il suo atto creativo.

Midsommar Choral affida il suo sviluppo strutturale agli archi. Il brano è denso di emozione, qualcosa che si relaziona alla dimensione anamnestica, un indecifrabile lettura di momenti ripiegati nel Tempo e poco ulteriormente interpretabili se non alla luce dei ricordi dello stesso Autore. Trame si presenta con accordi di liquida lunarità, molto notturni, sviluppandosi in una dimensione a tratti modale, come in un arabesco sul cui sottofondo s’avvertono note di violino. Il viluppo sonoro, rafforzato dai tasti più gravi del piano, s’incrocia con quelli che sembrano accenni di sax soprano e di interventi elettronici ad innescare un progressivo sfilacciamento dell’ordito musicale. Midsommar si presenta con la tromba – o è un flicorno? – di Aquino con le sue timbriche scure che parte dalla stessa tonalità del precedente Midsommar Choral innescando una linea melodica strutturalmente semplice che torna ciclicamente e su cui gli archi e il corno contribuiscono a conformarne la dimensione. Molta eco, molto silenzio, spazi cosmici e comunque una certa tristezza di fondo che rimanda forse a qualche momento di solitudine, elaborato elegantemente dalla struttura essenziale della musica. Iride, a Paul Klee, s’avventura in suoni intricati, si avverte sullo sfondo una voce femminile, quella di Antonella Pililli e con lei l’oboe tra gli archi insieme al passo leggero della marimba di Costanzo che sottolinea un certo ordine ritmico all’interno della composizione. Musica che si esprime a macchie, in un vibratile lamento melodico per poi indirizzarsi verso una struttura dispersiva con note di chitarra – acustica, questa volta. Un brano piuttosto complesso, forse il meno “assimilabile” tra tutti. Si finisce la sequenza delle tracce con una dedica A Lucio B., dove “B” sta per quel Battisti che tutti conosciamo. Tra i passaggi dei treni in metropolitana, nel mezzo dei suoni di una città fortemente urbanizzata, si allunga una melodia dall’assetto quasi pop, ribadendo, se ce ne fosse stato ancora bisogno, la disponibilità eterogenea della visione compositiva di Fuschetto. La musica di Battisti è stata profondamente popolare, bella come costruzione sintattica – lo disse anche Morricone – e il suo successo ne ha dimostrato la potente compenetrazione in profondità nel cuore e nella mente di molte persone.

Fuschetto non disdegna alcun legame, purché obiettivamente valido, con forme musicali diverse da quelle che probabilmente gli sono abitualmente più consuete. Anche perché ho l’impressione che egli stesso si sia musicalmente formato non esclusivamente sui banchi del conservatorio di Benevento, ma anche all’interno della marea musicale giovanile che ha seguito il passaggio dagli anni 70 in poi. Onde tumultuose, quindi, che ci hanno giocoforza sommerso e che hanno lasciato evidentemente delle tracce indelebili nella coscienza di noi tutti.

Tracklist:
01. Number 1
02. Number 3
03. Number 5
04. Vortex, A Jackson Pollock
05. Midsommar Choral
06. Trame
07. Midsommar
08. Iride, A Paul Klee
09. A Lucio B