R E C E N S I O N E


Recensione di Olivia Gazzarrini

A nove anni di distanza dal disco precedente Aurora uscito nel 2016, la band non band i cani ha pubblicato “a sorpresa, senza annunci e di prima mattina”, come esordito nel comunicato stampa, il nuovo album Post mortem, edito da 42 Records e distribuito da Sony Entertainment.
Sotto l‘aura appannata de i cani, “ennesimo gruppo pop romano” e “scritto in minuscolo che non è un errore”, si cela abilmente un unico autore ed esecutore, ovvero Niccolò Contessa ed aggiungo “in arte”, che l’album ha anche prodotto, insieme ad Andrea Suriani. Nebulosa, ed anch’essa prodotta dall’artista, la foto autoscatto in bianco e nero di patina retrò e artwork della copertina veicola, insieme alla modalità del lancio non pre-annunciato ed a distanza di così tanto tempo dall’ultimo disco, un messaggio riassunto egregiamente dalla scarna, ironica ed efficace comunicazione del comunicato stampa: “al centro di tutto c’è la musica, quindi zero chiacchiere, zero immagine. Tutto quello che c’è da scoprire è nel disco”.

La veridicità essenziale e mai ruffiana, come è per lo più, e pavoneggiandosene, la tipica e vacua comunicazione ad effetto contemporanea, si ritrova felicemente e trasversalmente nelle tredici tracce del disco. Non conoscevo i cani e di post mortem mi ha attratto e catturato integralmente prima l’estetica e il titolo e poi la musica e i testi.

Il disco comincia con una traccia dal nome Io, la cui intro è accompagnata dai dialoghi di un film di Tarkovskij, volutamente non comunicato, e che apre alla scelta concettuale, che caratterizza più o meno tutto il disco, di mettere al centro il culto e la decadenza dell’io contemporaneo, ironizzandone sottilmente e sagacemente. Con referenziale autoironia, Post Mortem è velatamente dedicato a tutti noi che, direttamente o indirettamente, siamo risucchiati nella tana del coniglio e riemersi in una società fatta di aberrazioni, idiosincrasie ed esasperazioni, con le quali dobbiamo convivere quotidianamente e subirne gli effetti collaterali sociali e culturali e le ripercussioni psicologiche ed emotive. Sono canzoni di pancia e partorite in stato di urgenza che non sfiorano nessuna retorica ma di retorica sbeffeggiata e di ipocrisia imperante raccontano con acuto e poetico sarcasmo. La  scrittura crea immagini di ordinarietà confusa e scompigliata come in Buco nero, traccia brillante anche musicalmente, mista a salti in una dimensione simultaneamente fatta di abbagli creativi che risvegliano l’artista dalla monotonia della vita quotidiana, come in Un colpo di tosse, elevandolo a qualcosa a lui inspiegabile, ma che prende inconsapevolmente la forma di canzone. Contessa riesce abilmente a dipingere sensazioni che confondono e confortano con delle strofe solo apparentemente nonsense e perfettamente musicali. Mi piace perché non lo ricollego a nessun altro artista in particolare, ma mi riververbera solo un eco lontano, per quanto detto sopra, e a tratti per intensità e modulazione del canto, a Rino Gaetano.

Da brano a brano, il registro stilistico musicale viene sistematicamente sconvolto, rispecchiando non sempre il testo e il sotto testo, anzi spesso il suono esalta la schizofrenia che si cela dentro le rime apparentemente innocue, ma cariche di verità che turbano, per chi si sofferma e ne decifra i codici, e che ci parlano di quello che siamo diventati o a cui ci tocca assistere quotidianamente come cantato in Davos. Oppure in F.c.f.t. dove si racconta il senso di colpa che siamo portati a sentire per qualunque bene primario, beneficiando del grande benessere di cui godiamo nella nostra società, a discapito della sofferenza di tante altre. La traccia che dà il titolo all’album, solo sonora e molto breve, restituisce un’idea finita, scandita dal suono inziale e finale delle campane, intrigante e cinematica del passaggio della vita oltre il corpo e induce a chiedermi quale apparecchiatura digitale o analogica Contessa utilizzi o quali strumenti realmente suoni o meno. La grana del suono è retrò, come se venisse da un’ apparecchiatura analogica che suona in lontananza e volesse confonderci volutamente sulla propria natura. È felicemente spiazzante perché è un disco che porta a farci domande continue attraverso un divertente linguaggio, in parte fintamente ermetico, e che accarezza quesiti che ci poniamo continuamente e non abbiamo più il coraggio di parlarne ad alta voce perché non più di moda. Il caos di richiami fuori da noi stessi rarefà ulteriormente le emozioni fino a non saper più distinguere nemmeno la felicità. Forse è quello di cui Contessa parla nella canzone Felice e che fa sfumare con un altro dialogo tarkovskiano, la cui musicalità extralinguistica allieta il cuore Nella parte del mondo in cui sono nato va semplicemente ascoltata con enorme godimento – “nella parte del mondo in cui sono nato, tutto è già stato detto tutto è già stato pensato, l’adulto medio è disperato, depresso funzionale, terrorizzato” -per sentirsi interamente compiaciuti mentre, irrefrenabile ti assale il desiderio di ascoltarla ininterrottamente, prima perché parla ai tuoi pensieri costanti ed inesplicabili e poi per il piacere di sentire il coro in chiusura dei bambini e la risata finale di uno di loro. Buio è un elogio urlato, su una base sonora sofisticata, alla mancanza di luce ed amore nel mondo, e di quelli mai scesi realmente giù fino in fondo al baratro.

C’è da chiedersi se Contessa si rivolge proprio a quei “loro”, ovvero a quanti della generazione di chi oggi ha vent’anni, privata dell’immaginazione spontanea e dell’attenzione prolungata e contemplativa, bombardata da violenza continua e vacui e mediocri valori, anche raccontati nei testi autogenerati degli odierni autoeletti artisti pop e trap, propagandati da megalomani digitali da strapazzo, e se si identifichino nei “noi” raccontati da i cani, scritto sempre e rigorosamente in minuscolo…

Tracklist:
01. Io
02. Buco nero
03. Colpo di tosse
04. Davos
05. Colpevole
06. F.c.f.t.
07. Post mortem
08. Felice
09. Nella parte del mondo in cui sono nato
10. Madre
11. Carbone
12. Buio
13. Un’altra onda

Photo © Niccolò Contessa

Una risposta a “i cani – Post Mortem (42 Records, 2025)”

  1. […] freschezza ed urgenza mi ha catturata fin dal primo ascolto. Quando ne ho scritto mesi fa (qui l’articolo), non conoscevo assolutamente l’esistenza del suo autore, il quale insieme ad […]

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