L I V E R E P O R T
Articolo di Olivia Gazzarrini
Al cospetto di un lungo serpentone Generazione Z, in coda per entrare al Teatro Cartiere Carrara di Firenze per assistere alla prima delle due date sold out della band romana i cani, con la velocità di un felino mi ritrovo in poche mosse dentro un luogo che ha fatto la storia dei concerti live fiorentini, insieme all’Auditorium Flog, sin dal 1978. Oggi porta il nome dell’ultima gestione a sfondo imprenditoriale, succeduta ad altre due proprietà private, che lo ha acquisito per riportarlo a nuova vita, utilizzandolo anche come display a sfondo pubblicitario permanente. A capo del progetto i cani, rigorosamente minuscolo, attivo dal 2010 c’è lui, il chiacchierato e dopo stasera non più misterioso, Niccolò Contessa. Aleggia un’euforia elettrica ed elettrizzante dentro quello che fu dagli albori il glorioso Teatro Tenda, il cui nucleo centrale ne è l’unico elemento rimasto intatto dal rimaneggiamento degli ultimi decenni. A causa delle cui messe a norma odiose e snaturanti, si continuano a perdere le particolarità e unicità, fortemente connotanti di nome e di fatto, di un passato uncontrolled e unhomologated.

Questo spazio ha visto calcare il proprio palco dai primi Benigni e Grillo allo stato grezzo ed iconoclasticamente debordanti, a band del calibro dei Portishead e Sigur Ròs per concerti indimenticabili, fino al teatro urbano d’avanguardia della disturbante La Fura Dels Baus. Allora il teatro aveva l’aspetto di un vero e proprio tendone circense, perché vi vedeva accadere al suo interno il circo tanto quanto il cabaret e i concerti rock, quindi realmente polifunzionale ma con sedute frugali e senza una vera e propria pavimentazione. Ritrovarmi dopo anni nella sua struttura circolare è visivamente insolito e piacevolmente destabilizzante. Quasi mi sballa. Un enigma sarà invece la resa del suono. Dietro il palco mi colpisce un fascio di luce che ruota a ventaglio e volteggia a ritmo di un tappeto sonoro, ad opera di Asino si saprà più avanti, che rarefà l’atmosfera già impastata di luci blu e viola, proiettandoci nell’antro di una caverna. La vibrazione è alta e cresce l’attesa tra fischi ed incitamenti ad uscire – Aaa Niccolò dajeee -. Nel frattempo il mio sguardo viene attirato nuovamente verso l’alto da tre enormi chandelier di cristallo, il cui peso singolo potrebbe sfiorare il quintale. Ai tempi del Benigni e gli altri a malapena c’era la tribuna. Mai mi sentirei serena ad assistere ad un concerto con cento chili che incombono sopra la mia testa.

Nel frattempo ecco che la musica attacca. Ciò che immediatamente attira la mia energia, mentre scruto lo spazio intorno a me per catturarne gli umori, è la forza immediata della musica di creare una voglia indomabile di amarsi a vicenda. Vedo coppie baciarsi ed abbracciarsi irrefrenabilmente, unendosi alla deflagrazione di un boato di voci all’unisono, che in coro cominciano a cantare Io, prima traccia del loro ultimo e quarto album in studio. La ragione per cui sono venuta qui stasera. Per vedere dal vivo chi ha scritto un disco come Post Mortem, uscito lo scorso Aprile per 42 Records senza nessuna promozione alle spalle, di cui la brillante scrittura, freschezza ed urgenza mi ha catturata fin dal primo ascolto. Quando ne ho scritto mesi fa (qui l’articolo), non conoscevo assolutamente l’esistenza del suo autore, il quale insieme ad altri interessanti band, sta decisamente contribuendo a far rinascere la scena indie? musicale italiana. Sull’attacco della traccia Un buco nero, altro pezzo pungente ed altamente orecchiabile, faccio uno zoom out su Contessa, lui, che si è palesato e la cui testa glabra, gli occhi infossati, l’incarnato grigio perla e le orecchie allungate, a distanza me lo fanno apparire tanto come abitante di un altro pianeta quanto il protagonista di un noto romanzo gotico del terrore dell’Europa dell’Est. Intanto, sulle strofe brillanti – in un colpo di tosse a rallentatore, un anno di noia, un’ora di gioia, un grande rimpianto, un grande dolore, un salto nel buio, un lampo di genio in quattro parole, tutto quello che ci vuole per una canzone – Contessa passerà con nonchalance dalla tastiera alla chitarra e viceversa per il corso di tutto il concerto, accompagnato compostamente dai suoi compagni. Ma a mio avviso un suono organico non lo raggiungeranno mai, vuoi per l’acustica o per una gavetta sui palchi ancora da rodare. Tante delle nuove band e giovani artisti sono lanciati sui grossi palchi in un tempo forse troppo breve per la velocità ed immediatezza con cui la musica oggi viaggia e forse nelle nostre città ci sono sempre meno locali dove possono suonare dal vivo, sudare e crescere attraverso il confronto costante con il pubblico.

In sinergia col suono, sullo schermo alle spalle della band, si avvicenderà per tutta la performance, video arte di svariata natura ed ispirazione: dal surrealismo di Man Ray e Duchamp, all’astrattismo in motion sinestetico del più seminale e rivoluzionario Norman McClaren, fino al film muto e al primo Disney. Graficamente ben fatto ma risultante in un pastiche poliforme, non veicolerà la stessa identità concettuale e narrativa che la loro musica trasmette in modo coerente ed organico. A tratti la voce di Contessa sembra scollata dal resto del campo morfogenetico in atto e provenire fuori campo. Intenzionale? Potrebbe esserlo e voglio pensarlo. Fatto sta che fin dal primo brano tutto il teatro ha cantato ogni strofa di ogni testo con enorme trasporto e adorazione. E non un’anomalia a cui assistere ma una gioia che contagia. Ricordo i trentenni dei ’90 cantare con lo stesso trasporto e foga tutti i brani di quel disco ultra generazionale che fu Lorenzo 1994. E band generazionale sono i cani nello stile tanto ultra pop quanto meno sperimentale a livello di ricerca musicale e di resa live. Anche se musicisti didascalici e poco emozionanti, senz’altro anche un po’ vittime di un’insonorizzazione che li ha penalizzati, non intaccano l’intensità della sopraffina e dirompente Nella parte del mondo in cui sono nato, tra i pezzi migliori della serata e del sopracitato disco. Il brano parla di aspetti del nostro mondo occidentale raccontati con tono mai fazioso e ridicolizzati con sarcasmo cupo ed ironia sagace. Nello spettro dei sensi stimolati su più livelli, vengo rapita da cervi, donne e pavoni, stilizzati in stile iconografia cinese, che scorrazzano incrociandosi dentro lo schermo alle loro spalle, mentre osservo ora la compostezza del pubblico. La galleria gremita e seduta restituisce un’onda circolare di lode sparata sulle teste di Contessa e amici, da cui scaturisce un sole blu che si trasforma in una nebulosa che condensa lo spazio. Non è certamente musica che smuove i corpi ma sicuramente l’anima dei trentenni, che compone quasi in toto il pubblico entusiasmato e gratificato al massimo, presente stasera.

Incalza F.c.f.t., acronimo di fare come si deve fare, a far crescere il tiro e trascinare musicalmente, per poi lasciare il posto prima a I pariolini di diciott’anni, brano sulla gioventù alienata e dagli ideali di estrema destra della Roma bene che Contessa considera ironicamente “gli ultimi veri romantici”. Segue il pezzo punk rock FBYC (Sfortuna), cantato a squarciagola dal pubblico, che ripete come un mantra “vorrei stare sempre così, avere cose pratiche in testa, i soldi per mangiare, i dischi, i videogiochi e basta”, rappresentando il desiderio di una vita semplice, priva di complessità esistenziali, focalizzata su bisogni immediati e materiali, sicuramente un tema ricorrente nel loro stile, che mescola ironia e riflessioni sulla vita moderna. Poi, in un’afasica luce bianca, che si staglia improvvisamente dalle nuche della band verso lo spazio per inondarlo di un senso di assenza, Contessa ci congeda, con la richiesta di far scomparire la moltitudine di telefonini, invocando la strofe della stranota Lexotan a ricordarci che la fotogenica patetica inadeguata felicità di questa generazione è ricca di sfumature, di tangibile unicità su cui far crescere un futuro più adeguato ad un sentire ancora romanticamente decadente. Essere in grado di stare nell’attimo presente e di raccontarsi con schiettezza e autoironia, in una panacea che riparte proprio dal ritrovarsi nel mucchio e scambiarsi la pelle, tra le note e le parole, che ci fanno toccare l’enigmaticità dell’essere umani e le luci ed ombre che in modo indissolubile ci rendono chi siamo.








Photo © Claudio Caprai






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