L I V E – R E P O R T
Articolo di Elena Di Tommaso
Soap&Skin a Milano: un’intensa fascinazione tra minimalismo ed elettronica. Un rito di luce ed ombra.
Attendere sei anni per rivedere un’artista come Soap&Skin, moniker dietro al quale si cela la musicista e produttrice austriaca Anja Franziska Plaschg, è un tempo che ha il sapore di una lunga, febbrile preghiera.
Arrivati sul posto e parcheggiato sopra il solito marciapiede di viale Toscana, mi sono avvicinata al locale con i miei amici: Giulia Impache aveva appena iniziato a suonare e, mentre ci facevamo largo tra la piccola folla che era rimasta ancora fuori, si sentivano le note eteree di una musicista originale e coraggiosa, tra suoni irregolari ed evocativi che, come canto di Sirene, ci hanno trascinato dentro alla sala già formicolante di gente.

Dopo la suggestiva esibizione della performer torinese, le luci si sono abbassate e abbiamo atteso ancora una buona mezz’ora prima che, nella sala ormai gremita, Anja Plaschg salisse sul palco. L’emozione era così palpabile da sembrare visibile.
Le luci si sono abbassate, un applauso fragoroso ha preceduto il silenzio quasi religioso che ha accolto la sua entrata. Di spalle, schiva e timida nella prima parte, Anja è salita senza incrociare lo sguardo del pubblico. I primi brani li ha suonati di schiena o di profilo, al pianoforte nudo, di cui era visibile solo lo scheletro. Ma mano a mano che il concerto si snodava, si è aperta, sbocciando come un Epiphyllum oxypetalum detto anche “Regina della notte” (una pianta grassa che si schiude nelle ore notturne, dalla fioritura molto generosa e dal profumo intenso) ed ha stabilito via via un contatto sempre più diretto e struggente con chi aveva atteso anni per ritrovarla. Non soltanto con la sua musica che è stata un crescendo, ma anche con il suo fisico, la sua emotività e il suo sguardo.

Quello di quest’anno è un tour che accompagna l’uscita di Torso, l’ultimo lavoro dell’artista neoclassica sperimentale darkwave che contiene uno splendido mosaico di sole cover. Cover a cui la performer austriaca ci ha abituati fin dall’inizio della sua carriera e che ha disseminato nei suoi dischi – basti pensare alla celebre rivisitazione di Voyage, Voyage di Desireless contenuta nel suo secondo album Narrow – .
Nonostante la sua inimitabile bravura nel vestire i panni di altri e cucirseli perfettamente addosso, quando un artista fa un disco di cover, i motivi possono essere moltissimi: spesso il motivo reale può essere dettato da una scelta artistica volta a valorizzare canzoni a cui è legato perché fonti di ispirazione o, semplicemente, perché non ha avuto tempo di scrivere canzoni originali…
A pensar male, dato che è stata impegnata nel film in cui ha recitato, si è forse più dedicata al suo ruolo di attrice piuttosto che alla scrittura di canzoni nuove?! Non lo sapremo mai…
In ogni caso certo è che questo album/tour di cover è una prova coraggiosa per ogni artista da cui si può uscire o miserabilmente ridimensionati o da grandi, come lei.


Ed eccola che finalmente arriva. La serata si apre con The End dei Doors: solo piano e voce. Un inizio che ci ha catapultati immediatamente nella dimensione sospesa e magnetica tipica di Soap&Skin, fatta di respiri, silenzi e pause vertiginose.
Fin dalle prime note la platea è stata avvolta in una spirale ipnotica, il tempo sembrava essersi dissolto. Ogni urlo, ogni sussurro, ogni esitazione nel canto di Anja era un tassello che costruiva un affresco di sublime decadenza.
Poi il primo strappo con Meltdown: una cover di Clint Mansell super elettronica, un pezzo sincopato accompagnato da luci verdi e bianche intermittenti e accecanti, epilettiche. Un arrangiamento intenzionalmente disturbante, con le mani che si muovevano in modo convulso sul piano. Una secchiata d’acqua gelida dopo la dolcezza iniziale. Un monito per mettere le cose in chiaro fin dall’inizio: aspettatevi di tutto!


Dopo le ombre e le tensioni ipnotizzanti torna un momento di raccoglimento, più dimesso e intimista, con la devastante ballata di Cat Power, rivisitata con un’intensità emotiva ancora più lacerante dell’originale. Con Maybe not si tocca uno dei punti di maggior delicatezza del concerto.
Subito dopo la delicatissima Mystery of Love di Sufjan Stevens, colonna sonora del film di Guadagnino “Chiamami col tuo nome”, molto fedele all’originale e arricchita da morbidi tocchi di ottoni che la rendono quasi più solare e concreta.
Non sono mancati brani propri, come The sun e This day,quest’ultimo pezzoapre il suo penultimo disco di 6 anni fa e ha indossato stasera una veste ancora più intima e rarefatta, facendosi strada tra ottoni ed archi delicati che ricorrono spesso nei suoi arrangiamenti.

Con God Yu Tekkem Laef Blong Mi, Soap&Skin ha sfiorato l’apice mistico della serata: spostandosi lateralmente, cambiando posizione e registro, ha aperto un concerto nel concerto. Col fianco rivolto al pubblico, ha fronteggiato davanti a sé uno dei fiati, erano uno di fronte all’altro, si guardavano e lei ha eliminato ogni barriera, cantando tutto in falsetto su note altissime, quasi come fosse da sola nella sala piena, vulnerabile, eterea. In questo modo il brano è diventato ancora più celestiale e intimo. Il titolo significa “Dio, hai preso la mia vita”, è una composizione di Hans Zimmer per il film di guerra La sottile linea rossa.
E poi con Goodbye di Apparat… pelle d’oca. Nel tripudio di cellulari accesi per filmare, nessuno della mia combriccola, me compresa, ha fatto un video per catturare quel momento, il più bello. Tanto eravamo rapiti dall’interpretazione che abbiamo deciso di godercela completamente: uno degli highlights del concerto.
Born to Lose di Shirley Bassey ha alzato ancora di più la posta emotiva. Il testo, già di per sé molto profondo (“nata per perdere ogni partita che gioco”) ha trovato un arrangiamento che l’ha resa ancor più lancinante, toccante e intensa. Per non parlare delle salite vocali da vertigine affrontate da Anja con una naturalezza a dir poco disarmante.
Subito dopo è la volta di Safe with me, un balsamo delicato, al piano il pezzo diventa quasi giocoso. Ogni senso viene riattivato, qualcosa di profondo e primitivo inizia a pulsare in ognuno di noi e non può che esplodere.


Poi, il punto più intenso: Vater, il brano dedicato al padre scomparso. È una canzone estrema emotivamente e dalla struttura complessa: nella prima parte è tutta voce e piano, poi c’è un capovolgimento nella fase finale dove succede qualsiasi cosa, sia al piano che con gli altri strumenti che vocalmente; c’è un punto della canzone dove lei si lascia andare ad un urlo di rabbia, di disperazione o di dolore… chi può dirlo? In ogni caso è un momento totalmente liberatorio.
Alla seconda strofa, la voce di Anja si è spezzata. Lei si è portata le mani al viso, sopraffatta dall’emozione. Il pubblico, in un istante di straordinaria empatia, l’ha sostenuta in silenzio, con il solo calore della presenza. È stato un momento di verità, puro e irripetibile.
Nella scaletta subito dopo c’è la sua Heal, che significa “guarire”, una canzone minore quasi sussurrata, eterea, con suoni elettronici rarefatti che, posizionata lì, potrebbe avere un senso molto preciso.
E poi, al piano, ha omaggiato il nostro paese suonando un piccolo pezzettino (la prima strofa e il ritornello) di Italy, rallentata di molto rispetto all’originale, probabilmente per dare il giusto peso, il giusto spazio, il giusto respiro.
Da quel momento si è alzata e non si è più riseduta.
“Questa canzone è dedicata a mia figlia”, così ha presentato la cover di Tom Waits Johnsburg, Illinois dove“she” probabilmente era per Tom la persona amata, mentre per Anja è la sua piccola. Si passa quindi da un amore carnale a un amore materno. È così che l’artista riesce a rendere ogni brano suo, scolpendo ogni nota nella carne viva del presente.


Un devastante crescendo di suoni “industrial” in Gods & Monsters di Lana del Rey in cui sembrava di essere trasportati in un altro spazio, un limbo sonoro dove gioia e struggimento si confondevano in un unico, abbacinante abbraccio. Anche quando Plaschg riduce all’osso la strumentazione, lavorando per sottrazione rispetto alle versioni originali, l’effetto è sempre molto, molto avvolgente, grazie alla sua voce dalle molteplici sfumature.
Girl Loves Me, scritta da David Bowie sotto l’effetto di pesanti farmaci nella fase finale della sua vita, è un territorio altrettanto delicato. Soap&Skin rimane fedele all’originale, con urla distorte, sonorità electro-industrial e un ritmo vocale anestetizzato.
Meravigliosa Me And The Devil di Robert Johnson. Qui Anja si scatena sul finire muovendo le braccia e il corpo al ritmo incalzante e ripetitivo del brano: cantano la sua bocca, le sue braccia, le sue mani, le sue gambe e tutto il corpo. È una immersione travolgente.
È il turno poi di una commovente versione di Mawal Jamar di Omar Souleyman nell’ennesima lingua in cui Anja è in grado di cantare. D’altronde può esprimersi in tedesco, francese, inglese o in lingua creola, resta il fatto che Anja affascina e incanta come poche altre artiste oggi sanno fare.
Nel bis, una Pale Blue Eyes di Lou Reed fragile e struggente ha chiuso il cerchio con una dolcezza indicibile, omaggiando l’amore perduto che, come tutto in questo concerto, non è mai solo dolore, ma è trasformazione, liberazione, catarsi. Ed è qui che alla fine del brano si stacca dal microfono per spostarsi al lato del palco, prendere dei fiori bianchi, e regalarli al pubblico con la delicatezza e la gentilezza che la contraddistinguono…
La fine è affidata a una struggente e rassicurante Boat Turns Toward the Port che descrive metaforicamente il viaggio della vita come una barca che si dirige verso un porto sicuro. L’immagine del cielo in fiamme e fango rappresenta le sfide e gli ostacoli che si incontrano lungo il cammino, ma che alla fine portano a trovare un luogo di pace e riposo dove potersi liberare dai pesi.

La musicista e produttrice austriaca, da sempre affascinata dalle pieghe più oscure dell’animo umano, nota per il suo mix di pianoforte inquietante, arrangiamenti d’archi roboanti e sfrenati elementi elettronici, ha dato vita ad una performance che non si è limitata a confermare il suo talento, ma l’ha espanso, sublimato, arricchito di nuove sfumature. Con la sua voce unica e potente, capace di evocare la libertà irriverente di Björk e di infondere un’innocenza quasi infantile ad ogni immagine cantata, Soap&Skin ha costruito un mondo a parte, sospeso tra etereo e terreno e che ogni volta dà vita ad esperienze viscerali.
In un’ora e mezza di musica e silenzio, conflitti e traumi sono riaffiorati, lacerazioni si sono riaperte e curate, la luce ha trovato spazio nelle crepe. La mia anima, come quella di tutti i presenti, è stata purificata e resa libera. Dopo sei anni di attesa, non poteva esserci ritorno più necessario, più salvifico.
Soap&Skin non ha solo suonato: ha evocato, ha incarnato, ha guarito.


Photo © Martina Fiore






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