T E A T R O
Articolo di Alessandro Tacconi
Molte le riflessioni che sollecita la Trilogia del Benessere di Renato Sarti, patron del Teatro della Cooperativa, andato in scena al Teatro Franco Parenti dal 10 al 15 giugno.
Presentando lo spettacolo, la regista e direttrice del teatro ospite, Andreé Ruth Shammah, ha ricordato la coerenza della persona e del lavoro di Sarti e che “quando lui chiama per proporre uno spettacolo non puoi fare altro che accettare di ospitarlo”.
Testi scritti nel lontano 1987, messi in scena a suo tempo dal regista Giorgio Strehler. Tre fotografie impietose di una realtà urbana, che già sfocava dietro gli abbaglianti catodi televisivi.
Lo spettacolo è composto da tre atti unici: Libero (il battesimo), Spartaco (la comunione), Buon Natale (l’estrema unzione).

Per chi abita a Milano quegli anni se li ricorda bene. La Milano da bere, la Milano che si espande, che si costruisce un presente fatto di intrallazzi politici e di voglia di non pensare a nient’altro che al proprio godimento.
Ma anche la Milano del buco, dei tossicomani in Stazione Centrale, a Piazzale Vetra sempre a chiederti quando passavi da lì: “Scusa, c’hai cento lire!”. Walking deads ante litteram.
Dagli States giungeva una nuova filosofia di vita: l’edonismo reaganiano che indossava stivali da cowboys e occhiali da sole Rayban. Ben sappiamo quali basi filosofiche abbiano gli Stati Uniti e quanto possano insegnare a noi europei!
In piazza San Babila, figli di questa superficiale cultura dell’apparenza, stazionavano i paninari timberlati e monclerati, perché chi è dentro è dentro, ma chi è fuori… è proprio fuori!
La macchina narrativa di Renato Sarti si sofferma sulla descrizione dell’abbruttimento di una coppia che si gioca ogni briciolo di umanità e dignità per la droga: lui costringe la compagna a prostituirsi. E questo è il primo atto: Libero (il battesimo). Valentina Picello è davvero molto, ma molto efficace nei panni della prostituta.
Nel secondo capitolo, Spartaco (la comunione) ritroviamo gli ormai “consueti meccanismi” del cinismo massmediatico. Consueti… oggi, ma non per quegli anni. Talk show spazzatura e Reality 24/24 del Big Brother dovevano ancora occupare le serate di milioni di diligenti telespetattori. Ci si sarebbe arrivati piano piano. Se il passato è il prologo, il presente è…
La TV non era ancora così furba? Ne siamo sicuri? C’era IL Maurizio Costanzo Show che faceva… cultura. Lui ne sapeva eccome di comunicazione di massa. Mosse i primi passi in radio insieme a un altro sapiente di comunicazione, Gianni Boncompagni, che avrebbe acceso i pruriti di milioni di italiani con le ninfette di Non è la Rai. Cultura da passerella, ma pur sempre… cultura (o Gultura?).

Note tecniche. Scene e costumi sono di Carlo Sala, le musiche originali sono di Carlo Boccadoro, la consulenza audio è di Hubert Westkemper, assistenti alla regia Chicco Dossi e lo stesso Michelangelo Canzi, le riprese video (che durante questa replica non hanno funzionato!) sono a cura della Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti.
Note veritiere MOLTO sincere. E poi arriva una trasmissione-verità. Un’inchiesta giornalistica a cui non basta indagare la tossicodipendenza giovanile. La vuole proprio mostrare. C’è bisogno di mostrarla questa piaga orrenda. Allora facciamolo vedere l’orrore. La giovane tossicomane e… IL BUCO!
BOOM!
La nostra innocenza per sempre estromessa dal Giardino della Grazia e del Perdono, parafrasando Vinicio Capossela. Come se non fosse bastato il terribile film Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino del regista Uli Edel uscito in Italia nel 1981. (Ben due citazioni in tre righe! Neanche certi psicobanalisti nei loro libri divulgativi più venduti!).
Un colpo potente alla bocca dello stomaco di ogni telespettatore. La voce registrata fuori campo del regista, Omero Antonutti, argomenta sulla necessità di certe immagini. Sulla scena il giovane tossico, interpretato da Michelangelo Canzi, collassato a terra. La luce di taglio sul viso “dà vita” a una disarmante Passio caravaggesca.
Il terzo capitolo, Buon Natale (l’estrema unzione), rappresenta un altro grottesco prequel del tempo presente: la condizione d’abbandono in cui vivono gli anziani. Il nostro non è una paese per vecchi, anche se di vecchi è pieno!
Sarti e Picello indossano due maschere che alterano i loro tratti somatici e anche la voce. Attendono Babbo Natale per prenderlo a scarpate. Aspettano il figlio che probabilmente non si presenterà “come l’anno scorso” alla loro porta. Attendono che il gas del fornello dimenticato aperto, forse, faccia quello che sa e che deve.

Note dolenti. Siamo diventati degli habitué. Used to come dicono gli inglesi. O dei semplici abitudinari che leggono svagatamente quanti kilogrammi porta l’ascensore, dopo aver visto sul nostro cellulare il video di un balletto di bambini in una bidonville kenyota.
Nel villaggio globale anche la marginalizzazione trova il proprio spazio, che dura i 5 minuti warholiani di celebrità. Tutto trova il proprio angolino nello spettacolo del dolore, come scrive Luc Boltanski nel saggio omonimo pubblicato nel 1993.
Possiamo verificare molto bene come tutto fili molto liscio. Ogni nostra reazione, quelle che crediamo davvero nostre, in realtà sono state sollecitate da capaci mindfuckers. C’è davvero da chiedersi se perfino i pensieri che facciamo siano nostri, oppure una semplice appendice del sistema economico in cui siamo ficcati a testa in giù.
Renato Sarti scrive sul programma di sala: “Mentre spot, programmi televisivi e social dispensano felicità, anziani, donne, ragazzi, tra abbandono, disoccupazione, violenza, droga vivono tragedie di ordinaria quotidianità: vittime sacrificali di un rito collettivo che si consuma attorno ai sacri totem dei media”.
E va bene! Siano i media la pietra dello scandalo su cui abbiamo edificato il nostro presente. Siano loro gli oggetti osceni contro cui puntare il dito della nostra indifferente apatia, ma se fossimo diventati così perché in fondo siamo fatti così?
Photo © Laila Pozzo






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