A R T E – M O S T R E
Articolo di Mario Grella
“Solo l’accostamento permette di scoprire, nel confronto diretto, che cos’è l’individuale e che cos’è universale, normativo o reale.” Così si esprime Susanne Pfeffer nel presentare la bella e curiosa mostra fotografica Typologien: Photography in 20th-century Germany alla Fondazione Prada di Milano fino al 14 luglio prossimo. Approfittando dello straordinario patrimonio fotografico tedesco del XX secolo, il progetto espositivo si propone di applicare il principio di “tipologia”, derivato dagli studi botanici del XVIII e XIX secolo, nella esplorazione di questa notevole ricchezza. Direttamente dalla osservazione botanica derivano le fotografie di Karl Blossfelt, fotografo tedesco nato alla fine dell’Ottocento che intitola, non a caso, una delle sue serie Unformen der Kunst ovvero Forme Primordiali: si tratta di magnifiche sequenze di felci ed altre piante riprese nel loro sviluppo, proprio come in un metodo di osservazione scientifica, dando però loro una valenza estetica.

Anche Lotte Jacobi, già nota per i suoi ritratti di artisti, dedica ai “ritratti vegetali” come lei stessa li chiama, un’ampia parte della sua produzione. Ancora ampia e approfondita la sezione dedicata alle serie botaniche con fotografe e fotografi del Novecento come Hilla Becher, Simone Nieweg, Thomas Struth, di quest’ultimo, ricordo il particolarmente affascinante Ritratto di due fiordalisi. Naturalmente quando si parla di fotografia e di Germania, sarebbe difficilissimo non parlare del Bauhaus e della straordinaria scuola di Dessau (e di Weimar dopo), di cui è certamente figlio Otto Umbehr, meglio conosciuto come Umbo. Qui è l’ambiente urbano a diventare predominante e in particolare le composizioni, poiché tali sono, di edifici, strade scorci urbani: una ricerca prettamente formale dalla vocazione quasi astratta.
La serialità delle foto di desolate pensiline di autobus tra il surreale e il futuristico fotografate da Ursula Schulz-Dornburg, sono tra le immagini più godibili dell’intera esposizione. Stessa rassegnata ironia muove Sibylle Bergemann che tra il 1975 e il 1981 realizza una serie di scatti di appartamenti, vagamente brutalisti, del complesso denominato P2 di Berlino-Lichtenberg.

Anche Brend e Hilla Becher alla fine degli anni Cinquanta incominciano a fotografare edifici, ma si specializzeranno poi nelle fotografie di altiforni, torri idriche nella serie appunto Typologien che dà il titolo a questa mostra. Le fotografie della coppia (ci conobbero all’Accademia di Düsseldorf negli anni Cinquanta), mostrano l’uguale e il diverso, costruzioni simili, per uso e funzione, eppure sempre diverse nelle loro specificità. La serie delle torri idriche che è stata scelta per la locandina della mostra, porta a chiederci per quale motivo una torre idrica non sia stata realizzata uguale ad un’altra. É forse la variazione di queste continue diversità, pur in una tipologia data, a fare dell’architettura, in fondo, un gioco creativo ed estetico, che va molto oltre la pura necessità.
La stessa fondamentale impressione ci è data dalla macrofotografia di Andreas Gursky che nel 1993 ha realizzato Paris, Montparnasse, ovvero una fotografia elaborata del caseggiato “Maine-Montparnasse” costruito tra il 1959 e il 1964 dall’architetto francese Jean Dubisson. Ricorrendo alla post produzione Gursky trasforma, la già grande facciata, in un immenso gioco di differenze e ripetizioni delle unità abitative di grande impatto, forse l’opera più interessante dell’intera mostra.

Tra le serie fotografiche più originali va annoverata Museum Photographs (1989-1992) di Thomas Struth: si tratta di persone che osservano opere d’arte, fotografate con grandissima meticolosità in quella che Struth definisce come “visione esatta”, una inquadratura il più possibile neutra ove nulla è nascosto, dove non c’è allusione alcuna e nemmeno intenzionalità specifiche. Del 1997 sono invece le fotografie seriali del Concorde, l’aereo supersonico degli anni Sessanta, ripreso in varie fasi del decollo, tra tralicci dell’elettricità e diafani cieli, in cui il Concorde è un po’ considerato il Titanic dei cieli, con quell’aura da shock tecnologico che si porta dietro, dopo la tragedia che lo vide coinvolto nel disastro aereo del 25 luglio del 2000. La serialità delle fotografie sembra qui indirizzata non tanto all’oggetto leggendario, quanto alla sua iperbolica velocità e alla sequenza velocissima che lo mostra in punti diversi dell’orizzonte nel giro di pochi secondi.
Mi piace citare un’altra serie fotografica maniacalmente tipologica come quella di Hans Peter Feldman intitolata Die Toten 1967-1993 ovvero I morti 1967-1993, composta da novanta immagini che altro non sono che riproduzioni sgranate di fotografie apparse su giornali e riviste che mostrano vittime di violenza politica o terroristi stessi uccisi dalla polizia. Feldman, e in questa equidistanza sta la sua originalità, non fa alcuna distinzione tra esecutori e vittime, una raccolta quasi enciclopedica del feroce scontro politico degli anni Settanta in Germania che vide, tra i protagonisti, i terroristi della RAF (Rote Armee Fraktion) e la Banda Baader-Meinhof.

Al piano superiore del Podium, la seconda parte della mostra si apre con un classico della fotografia seriale, August Sander il cui Portfolio degli archetipi è una vera galleria tipizzata dei rappresentanti di diverse classi sociali, per così dire, repertati, nell’area di Colonia a partire dagli anni Trenta. La galleria di immagini, già vista in parte in altre mostre fotografiche, è piuttosto nota. Qui Sander arriva addirittura a suddividere per categorie eterogenee (i contadini, gli artigiani, i nazionalsocialisti, le donne, i prigionieri politici), i propri soggetti. Il culmine lo si raggiunge nella serie “43 persone che sono venute alla mia porta”, dove il grande fotografo tedesco, ritrae tutti coloro che a vario titolo bussarono alla sua porta di casa nel corso del 1930.
Tra le riproduzioni seriali di ritratti, impossibile non restare incantati dai grandissimi ritratti di Thomas Ruff eseguiti tra il 1977 e il 1995, caratterizzati, oltre che dalle grandi dimensioni, anche da una illuminazione uniforme, da una elevatissima qualità dell’immagine e da una apparente inespressività dei ritratti fotografici.

Una mostra raffinata, (raro che alla Fondazione Prada possa essere diversamente), su cui riflettere e approfondire. Scrive la curatrice Susanne Pfeffer: “Quando il presente sembra aver abbandonato il futuro, bisogna osservare il passato con maggiore attenzione. Quando tutto sembra gridare e diventare sempre più brutale, è fondamentale prendersi una pausa e usare il silenzio per vedere e pensare con più chiarezza. Quando le differenze non sono più percepite come qualcosa di altro, ma vengono trasformate in elementi di divisione, è necessario riconoscere ciò che abbiamo in comune. Le tipologie ci permettono di individuare innegabili somiglianze e sottili differenze”.



Foto © Roberto Marossi Courtesy Fondazione Prada





![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)
Rispondi