L I V E – R E P O R T
Articolo di Laura Savoini, immagini sonore di Henrik Sørensen
Il mio primo approccio con Sting è decisamente inusuale se si pensa al calibro e all’iconicità delle canzoni dell’artista. Avevo nove anni ed ero ossessionata con un cartone animato targato Dreamworks: Bee Movie. Nel film il cantante si presta in versione animata per un cameo in cui viene accusato da Barry, l’ape protagonista del film, di star usare il suo nome d’arte, Sting per l’appunto – in inglese pungiglione – in maniera inappropriata.
Questo ricordo era rimasto sepolto negli angoli più remoti della mia memoria fino al 15 giugno scorso, quando ho visto Sting salire sul palco e mi sono spontaneamente ritrovata a pensare “Wow! è proprio come nel film”.
E in fondo la scelta degli sceneggiatori di inserire proprio Sting all’interno di un cartone sulle api la capisco, perché di artisti che interpretano un personaggio quando sono su un palco ne è pieno il mondo, ma di artisti che sono un personaggio in carne e ossa ce ne sono pochi, e Gordon Matthew Thomas Sumner è tra questi.

Capelli platino, fronte squadrata e sguardo glaciale. Quando hai tratti del genere ti serve poco altro per invadere il palco del tuo carisma. E infatti a Sting è bastato solo un basso e un completo nero per far cantare tutto il pubblico di Tivoli Friheden sulle note di Message in a Bottle.
Una menzione d’onore la darei proprio agli spettatori di questo concerto. Se è vero che ogni artista ha il suo pubblico di fiducia, quello di Sting prende una generazione intera che ad oggi è stata ribattezzata con la tanto temuta etichetta di boomers. Si noti bene, non c’è malizia nella mia intenzione di volere evidenziare la forte preponderanza dei nati negli anni del baby boom al concerto dell’artista. Gli occhi con cui mi guardavo attorno semmai erano incuriositi. Durante l’intera performance ruotavo lo sguardo e mi domandavo chissà da quanto alcune di queste persone aspettassero di vedere il loro idolo dal vivo. Se al concerto degli Oasis il dress code ha imposto felpe Adidas e bucket hats, al concerto di Sting a primeggiare erano piumini centogrammi e New Balance. Non c’è stato un pogo o fastidiosi pestaggi di piedi, eppure l’energia del pubblico non ha lasciato il concerto neanche per un secondo.

Sting si è esibito sul palco con i suoi più grandi successi, in una formazione a tre che ricorda tanto i tempi coi Police. Ad accompagnarlo questa volta però sono stati Dominic Miller alla chitarra, e Chris Maas alla batteria. La scaletta ha ripercorso i brani più celebri: dalle intramontabili Every breath you take e Roxanne, quest’ultima cantata come gran finale dopo la richiesta insistente del pubblico danese per un “Ekstra nummer! Ekstra nummer!”. Il concerto ha dato spazio anche, e naturalmente, alla carriera solista di Sting, con pezzi quali Englishman in New York e Fragile.
Ma vedere Sting lì sul palco non è solo uno sguardo a ciò che è passato. Proprio come i suoi capelli platinati, anche le sue canzoni non sono invecchiate, si sono evolute e adattate ai tempi. Forse non sono testi che parlano a tutte le generazioni, ma di sicuro lo fanno per coloro che sono passati dall’avere il poster dei Police nella loro camera, a comprare i biglietti per riascoltare i brani della loro gioventù tra una pausa e l’altra durante il loro lavoro d’ufficio, e che tornando a casa ho la certezza che abbiano pensato che l’attesa per vedere Sting in concerto è valsa la pena.














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